Foto di Andrea Pomini.
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Un’educazione sabauda

Per Torino con Willie Peyote, rapper atipico.

 

Willie Peyote è l’antitesi estetica e stilistica del rapper medio nazionale. Classe 1985, stile “a metà fra il rap hardcore e la canzone d’autore” (e il soul), si è presentato con titoli come Non è il mio genere, il genere umano e Manuale del giovane nichilista, per poi esplodere con un inno a Kamil Glik e al calcio verace di una volta.

Il suo nuovo album si chiama Educazione Sabauda ed è un riuscito omaggio alla Torino meticcia di cui è figlio legittimo, nonché voce fra le più seguite. Per capire che il titolo del disco non è faccenda nobiliare né nostalgia da prima capitale d’Italia, basta qualche minuto col suo autore e sentirlo parlare con l’accento dei ragazzi di qui, un ibrido di cadenza ed espressioni piemontesi e meridionali (“Parlo anche il dialetto, ma i nonni mi dicevano che lo parlo come un napuli“). In qualche modo, Willie Peyote è la quintessenza della torinesità: una torinesità non tradizionale, ma appunto di seconda generazione, figlia di abitudini ancestrali e contaminazioni, già classica pure lei.

 

 

“Volevo riassumere tutto ciò che in positivo e in negativo mi ha reso quello che sono: schivo, non molto socievole; non amo mettermi in mostra, andare sopra le righe. Volevo anche ribadire però che siamo tutti così, non solo io che ho padre di Barriera di Milano e madre biellese. I miei amici di sempre sono quasi tutti calabresi, ma sabaudi anche loro. Questa città un imprinting lo lascia comunque, l’identità di chi cresce qui è quella, figlia sia del meridione sia del Piemonte. Quell’andi, quell’umore un po’ grigio solo se lo vedi da fuori. Torino si fa i cazzi suoi, non fa nulla per farsi conoscere, devi andarci tu. Se lo vuoi è disponibile, gentile, ma non ti chiede, non si impone”.

A Willie ho chiesto di scegliere cinque luoghi cruciali per la sua educazione sabauda, cinque parti di quella che nel 1974 Diego Novelli definì “la terza città meridionale d’Italia dopo Napoli e Palermo”. L’appuntamento è fuori dalla stazione Spezia della metropolitana: qui c’è una sola linea, ha avuto persino il suo meme su 9Gag e vanta scelte bizzarre come quella di porre la fermata Lingotto non sotto l’omonima e trafficata stazione ferroviaria, ma sotto il centro commerciale nato in una parte del vecchio stabilimento FIAT, cinque fermate di tram più in là. Prima tappa, lo stadio.

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Lo stadio.

Quale stadio? Non ci sono dubbi: Stadio Olimpico, già Comunale. “Perché a Torino c’è uno stadio solo, l’altro è a Venaria”, vi dirà qualunque granata alludendo al passare del confine fra i due comuni proprio di fronte allo Juventus Stadium. “Perché lo stadio mi ha insegnato tanto. Mette insieme persone diverse, e dà a tutti diritto di parola. Per chi tifa per la mia squadra, lo stadio è da sempre un punto di riferimento: la mia squadra la si vede lì, non a casa in poltrona. Ovviamente, non parlo della Juve: se devi riassumere la cultura sabauda, la squadra giusta è il Toro”.

Non è un luogo comune, che il vero torinese tifa granata? “Cazzo, no! Statisticamente è evidente. E poi, la Juve è troppo legata ad aspetti della città da sempre visti in chiave positiva ma che solo positivi non sono. Qui succedevano tante cose belle prima che nascesse la FIAT, ma a un certo punto hanno deciso che si sarebbero fatte macchine e basta, e tutte le aziende hanno cominciato a lavorare solo per loro. Quella squadra lì rappresenta una colonizzazione che abbiamo subito. E noi siamo tendenzialmente un po’ sudditi, lo siamo stati con i Savoia e poi con gli Agnelli. Il Toro per me è anche una risposta contro il potere imposto, una reazione a questo atteggiamento da sudditi. È la storia di Davide contro Golia, e di come Davide oggi passi per cattivo”.

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Il call center.

Siamo finiti intanto alla periferia nord della città. Via Paolo Veronese, sprawl urbano fatto di capannoni, ingrosso e campi incolti. E un incongruo edificio che prova a darsi un tono con struttura in vetro verde e insegna altisonante (“Palazzo del Lavoro Veronese”, maldestra citazione del vero Palazzo del Lavoro di Torino, progettato da Pier Luigi Nervi per l’esposizione Italia ’61), dove Peyote ha lavorato fino al 2014. “È un call center, ma loro preferiscono ‘azienda di servizi’. Il primo impiego dopo la laurea triennale, ci sono rimasto cinque anni e mezzo senza quasi rendermene conto. È alienante, la fabbrica del Duemila, con la differenza che ti fa fare sempre la stessa cosa col cervello invece che con le mani. Otto ore al telefono a dire le stesse cose, insulti dei clienti in un orecchio e urla del team leader nell’altro. C’è gente che smette di studiare ed entra qua, e un giorno si sveglia e si accorge di aver lavorato dieci anni in un call center. Mi stavo spegnendo lentamente. Non riuscivo più a scrivere, cervello bloccato. Avevo un contratto a tempo indeterminato, ma ho dovuto dire basta”.

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Corso Giulio.

Per raggiungere la terza tappa occorre spostarsi anche nel tempo. Dal lavoro nella Torino di oggi a quello nella Torino di ieri. Dagli open space in mezzo al nulla a un borgo operaio storico come Barriera di Milano. Quasi al fondo della sua arteria principale – corso Giulio Cesare, per tutti solo corso Giulio – il nonno di Willie faceva l’elettrauto. Al posto dell’officina ora c’è un negozio di elettrodomestici, e a distanza di decenni il quartiere conserva la sua anima proletaria, con la gente salita dal sud per lavorare alla Feroce raggiunta dall’immigrazione straniera recente.

“Non ci tornavo dal ’94, da quando l’officina ha chiuso. La prima Torino che ho conosciuto è questa. Abitavo a Leinì, comune della cintura poco lontano da qui, venivo a trovare i nonni e passavo la giornata con loro. Mi piaceva farmi raccontare la Torino di una volta, quella della guerra o quella della prima immigrazione, dei cartelli ‘non si affitta ai meridionali’ e dei padroni di casa che parlavano solo piemontese per non farti capire un cazzo. Uno dei migliori amici di mio nonno era Giuanin ‘d Napuli, chiamato così pur essendo della Basilicata. Andavamo spesso da lui, sua moglie rideva sempre. Abitavano in uno di questi palazzoni che per me, abituato alla villetta in campagna, erano una novità pazzesca. C’erano gente, rumore, vita. Ma ho scelto questo posto anche perché è mio nonno che ha impartito l’educazione sabauda alla famiglia. Era schivo, silenzioso. Lui per me rappresenta il senso del dovere: ha sempre e solo lavorato, credo non abbia mai saltato un giorno. Si è sposato il primo maggio perché… perché il primo maggio diofá non si lavora. Io ho dentro quell’etica lì, e la devo a lui: in quel call center di merda non ho mai fatto un giorno di mutua se non stavo davvero male. Per quanto mi facesse schifo, mi è stato insegnato che se ti prendi un impegno lo devi portare a termine. Conosco persone che al primo starnuto diofá stanno a casa due settimane”.

Sempre su corso Giulio, in via Cuneo, è nato e cresciuto uno dei figli più celebri del quartiere, Gipo Farassino. “L’ho anche visto dal vivo, ci ho portato mia nonna quando era diventata vedova da poco, per farle un regalo. Mi sono dovuto far tradurre due o tre robe. Ma se devo dire chi è il cantante torinese che preferisco dico Fred Buscaglione, mi ha sempre affascinato per il modo ironico e autoironico di porsi. E poi i Subsonica, che per la mia generazione sono stati un punto di riferimento. Hanno messo Torino sulla mappa, fra i torinesi nessuno mi ha influenzato quanto loro”.

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All’università.

Se dici Subsonica, pensi ai Murazzi. Ma quella è la notte, ci arriveremo. Prima ci sono il giorno e l’università. Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, spartiacque fra adolescenza e età adulta. Finisci le superiori, arrivi in questo gigante brutto e l’aria è inebriante, sa di paura e possibilità illimitate. Un limbo in cui è facile non combinare molto. “Il primo anno in particolare ho avuto talmente tanta libertà che non ho fatto un cazzo. Ho frequentato poco qui, le mie lezioni erano in un’altra palazzina, però ci venivo sempre. Stavo buttato coi miei amici sui gradoni a farmi delle gran canne. I gradoni erano un luogo di aggregazione che rappresentava le facoltà umanistiche: se studiavi qui, i tuoi amici ti trovavano seduto lì. Adesso non ci sono più, al loro posto stanno ancora costruendo lo stesso parcheggio cominciato quando ancora ci venivo. Mi sarebbe piaciuto anche studiare fuori, ma Torino riesce a non farti andare via, fa questo effetto. E ora, immaginarmi costretto a spostarmi per il lavoro che faccio mi mette l’ansia: ‘Devi andare a Milano per fare la musica’… vaffanculo, è a un’ora di strada!”.

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I murazzi.

Si finisce ai Murazzi allora, come infinite altre volte. Sul lungofiume dove è passata gran parte della vita notturna torinese degli ultimi trent’anni almeno, nelle arcate che furono rimessaggio barche prima e locali poi, oggi quasi tutte chiuse e in attesa di destinazione. Nessuno li chiama così, ma dal 2014 i due lati dei Muri sono intitolati proprio a Farassino e Buscaglione, e se loro sono stati giovani troppo presto per vederli diventare prima rifugio di artisti e irregolari di vario genere, e in seguito fulcro della cosiddetta movida di massa post-olimpica, i Subsonica sono notoriamente un prodotto di quelle notti a livello dell’acqua. E del locale più murazziano di tutti: Giancarlo.

“Il martedì era imperdibile, c’era il mondo. Prima delle due non arrivava nessuno, dopo ci beccavi chiunque. Era un luogo democratico: selezione inesistente, tessera Arci controllata di rado, ultras del Toro come sicurezza, cocktail economici. Era una zona franca, come lo stadio. Potevi fare quello che volevi, ci trovavi il marcione qualunque di fianco al musicista affermato o al calciatore della Juve. Giancarlo chiuso è un duro colpo, come i gradoni di Palazzo Nuovo spariti: manca un pezzo della Torino che conoscevo. Sono affezionato a questa città e a quello che mi ha insegnato. Mi sono sempre sentito più a casa in città che in casa. Una volta, all’università, il professore di antropologia culturale ci chiese di mettere in ordine il nostro senso di appartenenza, e io scrissi che mi sentivo prima torinese, poi europeo e poi piemontese. Italiano neanche lo misi. Mi vengono in mente le parole di Eco: ‘Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa’. È la verità. Non siamo una città così italiana, fossimo in un’altra nazione saremmo più o meno gli stessi.”

 

Foto dell’autore.