Foto: Stefan van den Akker/ CC.
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Stranger than Paradise

Ai piedi del Gran Paradiso, Cogne è un cane che viene dall'inferno.

 

La strada che porta dalla stazione dei bus di Aosta a Cogne è fatta della stessa mescola che condusse Jack Torrence e famiglia all’Overlook Hotel di Shining. Dopo l’ennesimo scossone e conseguente brusca virata, accendo il display del telefono: nessun segnale. Se poi l’autista madido e sornione – sempre lo stesso da anni, in paese si dice che abbia guidato quel pulmino da sempre: vi ricorda forse qualcuno? – perde il segnale radio e trovatosi nella wilderness emersoniana fra tornanti infidi, rocce aguzze e cascate di ghiaccio mozzafiato, decide di inserire nella vecchia radio un CD che si rivela essere la soundtrack di Inferno – anche questa composta da un Emerson: Keith – allora vuol dire che ci siamo quasi: a minuti la marmorea, sognante vallata di Cogne si schiuderà davanti ai nostri occhi.

“In patois valdostano Cogne significa ‘angolo’, per la forma del paese” racconta Bruno, brianzolo con la passione per la scalata che anni fa lasciò tutto per un quieto vivere tra le montagne ai piedi del Gran Paradiso. La minuscola cittadina è un confetto tra i monti: dolce e sospesa, semivuota 8 mesi l’anno, con pallet e rebatta eletti a sport più popolari della valle – sorta di gioco delle bocce il primo, derivante dalla lippa il secondo, dove un giocatore colpisce con un bastone (per due volte) una pallina posta su una pietra per scagliarla il più lontano possibile. Cogne si anima e colora per il suo evento-clou, la meravigliosa bataille des reines: scontro senza frontiere fra le vacche più cazzute della vallata, naturalmente gravide. Per aumentare il pathos, la wrestlemania dei ruminanti finirà con l’elezione della Reina di lacë (Regina del Latte) e si svolge ad autunno inoltrato, perché Winter is Coming.

Il paese è circondato da una vellutata distesa verde, i Prati di Sant’Orso – tutelata fin dalla metà del secolo scorso e con restrittivo divieto di edificazione – che comprende più di 80 chilometri di piste dedicate allo sci di fondo insieme alle vicine Valnontey, Lillaz e Épinel. Ai piedi del massiccio del Gran Paradiso, Cogne è presa d’assalto nei mesi invernali ed estivi da penitenti di ogni sorta: cascatisti scavezzacollo (la valle conta più di 150 cascate di ghiaccio), trekkers over 50 accecati dall’ampia offerta di sentieri, mulattiere, bivacchi e rifugi in quota, statali che si fanno di sci alpino e voyeurs con famiglia al seguito.

Nel corso dei secoli la piccola comunità di Cogne si è trovata a fare i conti con fenomeni bizzarri e a tratti inquietanti, ai quali ha sempre risposto con la cazzimma tipica dei montanari.

Nonostante la sovraesposizione mediatica di inizio secolo e a dispetto della vena glam-sabauda di inizio ‘900, quando il Re Vittorio Emanuele II vi trascorreva le vacanze venatorie accompagnato da diversi esponenti di spicco della nascente industria italiana, Cogne ha un pulsante cuore working class, grazie a un passato da importante centro per l’estrazione del ferro nelle miniere di Colonna, Liconi e Larsinaz, la cui magnetite veniva poi inviata ad Aosta utilizzando una ferrovia a scartamento ridotto. Per ribadire la sua natura cazzuta e resistente al cambiamento, nel corso della guerra gli abitanti vennero esentati dal prestare servizio militare in modo da preservare l’attività estrattiva. E non finisce qui: dal 7 luglio 1944 al 22 novembre 1944, complice l’isolamento della vallata e il ritiro del presidio tedesco ottenuto dal direttore della miniera Franz Elter, il paese si trasformò in Repubblica Partigiana, con sindaco eletto, radio libera e giornale a foglio unico intitolato prima Il Garibaldino e poi Il Patriota, diretto da Giulio Einaudi. “Negli ultimi giorni della Repubblica, dalla Francia arrivò persino Sandro Pertini, pensa” aggiunge laconico Bruno; “il giorno dei morti arrivarono con i carri armati e ci fu poco da fare, dovettero capitolare.”

L’attività mineraria di Cogne fu documentata su inchiostro per la prima volta nel 1433, in un atto del Vescovile. Dal 1641 le miniere rimasero pressoché inattive per mancanza di fondi; poi nel 1861  il Dottor Cèsar Grappein, capito che l’onere maggiore era rappresentato dal trasporto del materiale, decise di costruire la prima strada carrozzabile fino a Vieyes, dove la magnetite era messa su slitte e inviata ad Aosta. In più, la gestione dell’attività venne data da Grappein direttamente in mano ai cittadini: ma i frequenti inconvenienti dovuti al trasporto poco efficace, le tecniche arcaiche di estrazione, e lo sperpero dei guadagni causato dagli speculatori, portò alla fine della gestione comune delle miniere, che tra alti e bassi rimasero in uno stato di abbandono fino a quando, nel 1979, vennero definitivamente chiuse. Il sogno dell’utopia comunitaria immaginata da Cèsar Grappein giace  però indomito sotto la polvere, ancora oggi, all’ombra delle miniere.

Perfino nel giardino dell’Eden la tenebra prorompe dalla luce. Nel corso dei secoli la piccola comunità di Cogne si è trovata a fare i conti con fenomeni bizzarri e a tratti inquietanti, ai quali ha sempre risposto con la cazzimma tipica dei montanari; fatti che hanno in comune la brevità e l’impronta di punizione divina, alla fine dei quali la valle è tornata al suo status di immutabile bomboniera intramontana. L’abate Pierre-Louis Vescoz, figura di spicco del clero valdostano di fine ‘800, parlava di un clima “siccitoso” per Cogne e la Val D’Aosta in generale. Come spiegare allora, se non con la punizione divina, i due diluvi che hanno colpito la cittadina nel 1993 e nell’ottobre del 2000, quando caddero 460 mm di pioggia in 48 ore causando frane ed esondazioni, e cambiando radicalmente la morfologia di Champlong?

A Cogne, punizione e predestinazione sembrano sempre andare a braccetto.

A Cogne, punizione e predestinazione sembrano sempre andare a braccetto. Mentre passeggio con Bruno tra i vellutati prati di Sant’Orso, dopo uno Sbagliato extralarge prosciugato al bar, lui mi confida con occhio tonnato che “sai, le vecchie abitudini sono dure a morire”; la dolce brezza e i placidi raggi del sole sospendono l’atmosfera, e mentre bambini e giovani madri giocano al parco adiacente l’Hotel Bellevue (novello Great Northern Hotel), rintocchi distanti provengono dal luogo più mistico di tutta la valle: la chiesa di Cogne.

La leggenda narra che, prima della costruzione della chiesa, gli abitanti di Cogne per assistere alla messa domenicale erano soliti camminare fino alla distante cappella del Crêt. Il sentiero però assumeva contorni drammatici durante l’inverno, visto che ghiacciava spesso. Questo spinse gli abitanti a decidere di edificare una chiesa in loco: il luogo prediletto era Lisardey, frazione sulla riva destra del torrente. Ed ecco che entra in gioco la volontà divina: quando sul posto vennero portate delle reliquie per favorire il buon auspicio del Signore, queste scomparvero nottetempo per essere poi ritrovate sulla riva opposta del torrente. Non solo! Nonostante puntualmente riportate sulla sponda destra, tornavano sempre al di là del fiume. Come roveto che brucia ma non arde, i cognensi interpretarono l’evento come un gesto di Dio, decidendo infine di ubicare la Chiesa nel luogo scelto dall’Altissimo. La parrocchia fu poi dedicata a Sant’Orso (pare che abbia bonificato lui il territorio di Cogne nel VII secolo). La chiesa da allora è rimasta più o meno uguale, eccetto per il campanile che hanno poi ricostruito nel 1840.

“Sai, a volte penso che sarebbe bene cambiare un po’, andarmene da Cogne. Le settimane bianche sono l’inferno, l’autunno porta tanta solitudine… Ma la montagna è una malattia, ti entra sotto pelle. Vuoi sempre vedere fin dove puoi arrivare, qual è il limite” borbotta tornandosene al bar Bruno, l’eremita brianzolo che vedeva in Walter Bonatti il suo Superman e nel Gran Paradiso la sua Shangri-La. Lo spirito immutabile di Cogne giace in questa zona d’ombra: fra infanti che gattonano liberi sui prati e lungo i torrenti al tramonto, minatori partigiani, trekkers della domenica, scalatori indomiti, mezzofondisti stremati, cascate di ghiaccio, alluvioni bibliche, plastici vespiani, hotel 5 stelle, mocetta, bivacchi, grappe di ginepro e predestinazione divina. Fra sogno, incubo, e vacche sacre da combattimento.