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Le ossa di Iruya

Un viaggio febbricitante a Iruya, a 3000 metri di altitudine.

 

L’omnibus plana nella polverosa stazione di Humahuaca, in ritardo. Quelli che vediamo scendervi arrivano dal posto dove noi stiamo andando. Sono pallidi, esausti, appaiono come reduci da qualcosa di indescrivibile. Molti di loro si accalcano sotto il piccolo portico della stazione e attendono il loro turno per il bagno (tre pesos per l’ingresso a una turca soffocata nella penombra); altri comprano macedonie di frutta e bottiglie d’acqua da donne accovacciate contro le colonne.

Francesca e io ci avviciniamo all’autista, facciamo in modo che veda i biglietti che stringiamo in mano. Gli domandiamo quanto durerà il viaggio. Tre ore, risponde. Sul suo viso butterato da indio si solleva un labbro leporino che mette in mostra due incisivi spaccati. I vostri bagagli, dice. Gli porgo il mio zaino e lui se lo mette in spalla, poi si dirige verso il retro dell’omnibus e si arrampica lungo una scaletta argentata fino al tetto, dove lega lo zaino al portabagagli con una corda elastica. Da lassù mi fa cenno di passargli il secondo zaino, che assicura allo stesso modo. Indossa una camicia azzurra, l’autista del nostro omnibus azzurro, e il cielo di mezzogiorno di Humahuaca è azzurro anche lui e incombe senza pietà sulla terra sabbiosa che al di là del ponte ospita le sagome di lamiera opaca delle baracche del mercato, che corrono lungo una vecchia ferrovia ormai del tutto sepolta, come quasi ogni rotaia d’Argentina.

Tempo un’ora e l’omnibus riparte, con noi a bordo. Negli ultimi giorni di viaggio verso il confine con la Bolivia la mia faccia si è bruciata, nonostante l’inverno che in Europa chiamano estate. Così, appena mi accomodo sul sedile troppo stretto per le mie gambe, sprofondo nel sonno della febbre. Quando riapro gli occhi mi accorgo che stiamo viaggiando nel nulla. Accanto a me Francesca scatta fotografie al paesaggio, colline grigie e arbusti che sembrano di pietra; di tanto in tanto un campo da calcio in terra battuta, vuoto e all’apparenza distante chilometri da ogni forma di vita umana. La Ruta Nacional 9 segue il corso del Rio Grande e va verso la notte.

Nel punto in cui la strada incrocia il fiume sorge il pueblo di Iturbe, dove facciamo sosta, ma ci viene vietato di scendere. A salire sono invece tre donne, molto simili a quelle che abbiamo visto a Humahuaca. Portano al collo cestini pieni di panini, vaschette di frutta e bicchieri di gelatina fluorescente. Percorrono tutto il corridoio dell’omnibus e poi scendono, senza che nessuno abbia comprato nulla. Attraverso il finestrino fotografiamo un murale che raffigura Guevara, Dolores Ibárrui e Tùpac Amaru. Mentre lasciamo il villaggio, alcuni abitanti si affacciano dalle casette di calce per respirare la polvere sollevata dall’omnibus.

Scheletri di muretti di pietra accompagnano la strada che si inerpica sui tornanti che ci porteranno alla valle della nostra destinazione, del nostro destino, come ci siamo abituati a dire da quando non parliamo più la nostra lingua.

Il resto del tragitto è poco più largo di un sentiero lungo cui l’omnibus si arrampica come uno scarafaggio. L’autista suda e bestemmia, a pochi centimetri dal baratro e dalle decine di rosari intrecciati che penzolano dallo specchietto retrovisore. Gli scossoni mi rivoltano lo stomaco, mi scaraventano il sangue al cervello, fanno tornare la febbre, e il cielo a ovest inizia a ingiallire. Scheletri di muretti di pietra accompagnano la strada che si inerpica sui tornanti che ci porteranno alla valle della nostra destinazione, del nostro destino, come ci siamo abituati a dire da quando non parliamo più la nostra lingua. Anche Francesca, che pure sopporta meglio di me l’altitudine, è irrequieta. L’unica soluzione in questi casi è non pensare alle vesciche piene e abbandonarsi al succo delle foglie di coca che un negoziante di Molinos ci ha insegnato a masticare per guarire dai mali dello straniero, che sono truculenti e ridicoli: il mal di testa, la nausea, la vertigine.

Eppure quello che più ci terrorizza è il cielo che si oscura. Ora a destra ora a sinistra, perché la strada si avvolge intorno alle schiene delle rocce, c’è l’incendio del crepuscolo. Nelle altre direzioni comincia il buio verde. Da quanto stiamo viaggiando?, ci chiediamo. L’autista aveva detto tre ore, ma ne sono passate quattro e a un certo punto quasi non possiamo più vedere il bordo della strada che scricchiola in basso, sotto le ruote. Continuiamo a salire e scendere tra i baratri invisibili. L’omnibus non è dotato di luci per i passeggeri. Vediamo le nostre facce illuminate solo quando un’auto ci incrocia e l’autista si avvicina ancora di più al precipizio per lasciarla passare, stringe i denti, e investito da quei fasci di fanali il suo volto diventa quello di una testa tsantsa dondolante, appesa per i capelli al tetto dell’omnibus. Così, nel momento in cui iniziamo a pensare che non arriveremo e che il biglietto che teniamo ancora in tasca è in realtà qualcosa di diverso, una sterzata che letteralmente sposta una dorsale millenaria e se la lascia alle spalle ci spalanca la vista della valle. Al centro di quel cratere vediamo le luci bianche e tremanti di Iruya, e il sollievo della visione, dopo quel viaggio interminabile, non può chiarirci se siamo vivi o se siamo morti, precipitati in uno strapiombo.

L’omnibus ci scarica al bordo del paese, su una strada che sembra una passerella di pietra in mezzo alla conca. Recuperiamo gli zaini che qualcuno, probabilmente il nostro autista sfinito, ci lancia dal tetto. Sotto di noi, al di là della balaustra di pietra, scorrono lentissime le acque del Rio Iruya, di cui scorgiamo solo qualche bagliore lunare. In lontananza, incastrato tra le case, un campanile indica l’accesso al paese, ed è da lì che iniziano a venire verso di noi dieci, quindici sagome in ombra. Sono donne. Avanzano con gli occhi bassi e con le mani infilate nelle tasche dei giacconi. Una di loro ci viene incontro e sorride imbarazzata, ci porge un biglietto fotocopiato su cui leggiamo la parola HOSPEDAJE ALEJANDRA. Le chiediamo quanto per una notte e se la stanza è riscaldata. Mentre risponde alle nostre domande si guarda intorno, osserva le altre donne e ci accorgiamo che è terrorizzata all’idea che qualcuna venga a proporci una tariffa migliore. Senza discutere, accettiamo. La nostra padrona di casa sembra felice e chiede che le vengano affidati gli zaini. Non si preoccupi, li portiamo da soli, rispondiamo, e prendiamo a seguirla, e scopriamo che le strade di Iruya sono in realtà vicoli di pietre larghe e lisce, che ogni percorso è una salita disumana o una discesa suicida e che non abbiamo idea di quanto il posto che ci ospiterà per la notte sia ancora lontano. Attraversiamo cunicoli di casette cubiche, di cemento e tegole rosse, fino a che la donna non si ferma davanti alla porticina di un edificio a due piani. Dentro, un ragazzo sta guardando la televisione, beve da una enorme bottiglia di 7up. La donna ci dice che è suo figlio maggiore. Il più piccolo è fuori, al mercato in piazza. La nostra stanza è all’ultimo piano, un letto, un piccolo fornello per l’acqua e una stufa elettrica che proietta luce arancione dappertutto. Siamo isolati dal resto della famiglia, che vive al piano terra, e la proprietaria ci informa che il terrazzino dell’ultimo piano è a nostra completa disposizione, siamo gli unici ospiti.

 

 

Cosa siamo venuti a fare a Iruya?, mi chiedo mentre sorbisco un mate e aspetto che Francesca esca dalla doccia. Da qui partono sentieri che un escursionista potrebbe percorrere in eterno, fino a ritrovarsi in Bolivia o perduto per sempre nella foresta che inghiotte la frontiera tra Argentina e Brasile. Da qui, nel nulla, si diramano strade verso il nulla. Questa è l’unica risposta che posso darmi. Faccio fatica a respirare e pensare. Mi metto in bocca una nuova manciata di coca e mastico, con gli occhi chiusi, al centro di un villaggio a tremila metri di altitudine.

Dopo la cena, una dozzina di empanadas divorate in un comedor installato al pianterreno di un’altra casa privata, compriamo una bottiglia di Fernet Branca e una di Coca-cola e ci avventuriamo verso la piazza. Quello che ci troviamo davanti è ciò che resta del mercato della sera, scheletri di baracchini di legno che stanno per essere smantellati e caricati sul retro di carri e furgoni, odore di carne arrosto, sacchi di rifiuti ammassati. Ci accomodiamo su una panchina e ci prepariamo il primo cocktail della nottata. Nel giro di pochi minuti restiamo soli. Una pattuglia di cani – sono sicuro che non siano randagi – rovista tra le immondizie. L’alcol comincia a sortire il suo effetto, distende i muscoli e ci spalma un dolce tepore tra le ossa. Ormai ci siamo quasi convinti che finiremo la nostra serata così, ubriachi e distrutti, a contemplare una brutta piazza e le casupole appollaiate più in alto, sempre più buie, ma un richiamo barbaro risuona in un punto davanti a noi, seguìto dal rumore di decine di passi che irrompono nella piazza. Ce li troviamo davanti, i ragazzini-vampiro di Iruya, che prendono possesso del rettangolo di cemento e si preparano a giocare la finale della coppa del mondo della desolazione. Hanno tutti più o meno quattordici anni, alcuni molti di meno, corrono come animaletti infervorati. Li studio uno a uno, sono in numero dispari, e non faccio in tempo a stabilire cosa questo comporti nell’economia della partita a cui stiamo per assistere, perché uno di loro viene rapido verso di noi, mi guarda con il mento bruno sollevato, da aspirante assassino, e mi chiede di parificare la questione. Faccio di no con la testa. Faccio di no con la febbre e con la nausea, ma quello non se ne va. Tienes miedo, tano?, dice. Come fai a sapere che sono italiano?, gli chiedo. Lui indica uno dei suoi compagni, il più piccolo. Il figlio di Alejandra dice che sei tano. Come ti chiami?, domando. Il ragazzino si volta e indica il nome di Lionel Messi stampato sulla schiena della maglia dell’Argentina che indossa. Io sono la Pulga, dice.

Per un’ora non faccio altro che inseguire nani andini, scintille miracolose, magliette sintetiche che inseguono una sfera che è la mia allucinazione. Segno qualche gol, mi avventuro in alcuni contrasti da infame difensore italiano, mi lascio colpire ai fianchi e insultare, insulto a mia volta, cado sull’asfalto e sanguino. Un paio di volte mi accascio, con le mani sulle ginocchia, ascolto il crepitio dell’incendio che porto nei polmoni, poi vado a dissetarmi di Fernet alla panchina dove Francesca si è distesa a guardare l’iperspazio. Arriviamo a dieci, la mia squadriglia di ragazzini ha vinto. La Pulga ha perso, ma ha giocato come un piccolo dio, una carogna divina, e adesso stiamo seduti insieme a bordo campo, con i piedi che penzolano nel vuoto. Con noi sono rimasti alcuni degli altri, compreso il figlio di Alejandra, ma solo la Pulga ha il coraggio di chiederci un po’ del nostro Fernet. Crede di essere una canaglia, un diseredato, un condannato all’ubriacatura eterna. Ci consiglia di prestare attenzione. Tutti i maschi si ubriacano a Iruya, a qualsiasi ora. Si ubriacano per il sole, si ubriacano per il freddo, per la Selección che perde la finale dei mondiali contro la Germania e per le donne. E le donne?, chiediamo. Le donne vanno a prendere i turisti agli omnibus, dice. Poi aggiunge, domani c’è una festa, e scandisce il nome di un posto. Sembra il nome di un ospizio o di una ludoteca parrocchiale. Prima di lasciarlo con i suoi compari nella piazza deserta gli affidiamo quello che resta della bottiglia di Fernet. Fattela durare, gli dico. E ce ne torniamo alla stanza a tremare, a masticare coca nella luce rossa della stufa che consuma rapidamente l’ossigeno, fino a che non ci addormentiamo.

Tutti i maschi si ubriacano a Iruya, a qualsiasi ora. Si ubriacano per il sole, si ubriacano per il freddo, per la Selección che perde la finale dei mondiali contro la Germania e per le donne.

La mattina mi sveglio con le gambe che bruciano. La febbre si è alzata e qualcosa come una pattuglia di insetti scricchiolanti mi sembra mi stia correndo su e giù per i polmoni. Inghiotto una pasticca di paracetamolo mentre Francesca prepara la colazione, pane e caffè solubile, che consumiamo sul terrazzino dell’hospedaje. Per la prima volta vediamo Iruya sotto la luce del sole, un mucchio di case grigie e rosa con tetti di lamiera scaraventate nella curva della valle. Ci serve una connessione internet per pianificare il ritorno a Humahuaca. Alejandra ci indica un punto tra le case, a metà di una salita bianca che va verso il mostruoso complesso alberghiero dall’aspetto disabitato che guarda il paese dall’alto. Da qualche parte, in quella direzione, dovrebbe esserci un locutorio. A mano a mano che ci avviciniamo – dobbiamo avere un’aria derelitta in quella mattina accecante – ci sembra di sentire una musica, una di quelle cumbia sanguinarie che da tempo hanno preso il posto del tango nelle notti di questa parte di Sudamerica. Il tango resiste a Buenos Aires, in alcuni boliche nostalgici e nei locali per turisti, ma è la cumbia che fa tremare i corpi e ululare i lupi mannari. A pochi metri dall’ingresso del locutorio passiamo accanto a un ragazzino che giace semisvenuto sul bordo della strada. Appena si accorge della nostra presenza fa uno sforzo per tirarsi su, si appoggia con la fronte sul muro di una casa, si sbottona la patta e si mette a pisciare. Mi accosto alla porta del posto, su cui è inchiodata un’insegna nera con la scritta rossa LOCUTORIO. Appena mi affaccio sento odore di sudore e di vomito. La musica viene dall’interno, mescolata a una foresta di urla. Mi basta un’occhiata per capire che si tratta di una festa, una delle feste interminabili che qui cominciano a mezzanotte e finiscono, se tutto va bene, a mezzogiorno, una festa per i defunti, in cui tutto è sacro tranne la morte, una festa senza alfabeti, fatta eccezione per quello delle grida d’amore. Come scrive Enrique Lihn, la realtà è l’unico libro che ci fa soffrire, e questi adolescenti lo sanno bene, lo sanno meglio di chiunque altro, anche se non hanno mai letto e mai leggeranno Enrique Lihn.

Sconfitti, torniamo verso la piazza. Stavolta la troviamo vuota. Di tanto in tanto incrociamo lo sguardo di qualche passante che ci osserva e sputa nella polvere. Scendiamo verso la parte bassa del paese e ci ritroviamo in una piccola conca circondata da pareti di roccia grigia. Sotto di noi scorre un torrente in cui si abbeverano gli asini, e le sue acque sono sporche di escrementi e sangue. A rovesciare i liquami sono due donne. Lavorano inginocchiate sulla pietra e sono impegnate a strizzare e lavare un intestino verdastro. A qualche metro da loro, su un muretto di sassi, stanno ad asciugare quattro velli interi ancora attaccati alla pelle. Un gregge di pecore è ammassato in una piccola porzione d’ombra, mentre un vecchio con un largo cappello da gaucho e una donna le osservano a distanza. Il vecchio indica una pecora con il dito, senza parlare. La donna scuote la testa, allora lui si rinchiude nel suo mutismo e dopo alcuni secondi ne indica un’altra. Francesca ha capito cosa sta succedendo e mi stringe un braccio. La donna entra nel recinto. Forse ha vent’anni, venticinque. In suo onore molti abitanti di Iruya devono aver sputato per terra e sudato in sogno. La vediamo avvicinarsi alla pecora prescelta e afferrarle il collo con un cappio. Le altre bestie si disperdono, sollevando una nuvola di polvere. Alzo gli occhi e mi accorgo che due uccelli neri hanno iniziato a volteggiare in tondo sopra la conca. La pecora viene trascinata in disparte e immobilizzata a terra da due uomini, forse i fratelli della ragazza che torna indietro, verso quell’altare improvvisato. In mano stringe due lame incrociate. Si inginocchia accanto alla testa dell’animale e da lontano ci sembra che sussurri qualcosa prima di tagliargli la gola. Una pozza di sangue scuro resta sul terreno. La carcassa viene scuoiata, ripulita e fatta a pezzi con un seghetto. L’intestino viene portato alle donne in riva al fiume. Come richiamati dalle urla soffocate dell’animale che nel frattempo si sono perdute tra le montagne, alcuni abitanti sbucano dalle stradine che entrano nella conca. Si avvicinano al vecchio con il cappello da gaucho, gli allungano dei soldi che il vecchio infila nel taschino della camicia, poi vanno dalla ragazza che consegna loro il pezzo di carne che hanno comprato.

Restiamo davanti a quella macelleria tra le montagne per due ore. Ormai i miei polmoni sono ridotti a minuscoli pugni mummificati, eppure non posso fare a meno di fumare. Anche il filtro delle Camel argentine, ben più poderose di quelle a cui sono abituato, sembra essersi impregnato dell’evaporazione del sangue. A mezzogiorno la conca si svuota. La ragazza, i fratelli, le due donne e il vecchio scompaiono in fondo a un sentiero tra le rocce, con il loro carico di velli, zampe e gabbie toraciche. Il gregge li segue guidato da un cane. Ci sembra strano, ma abbiamo fame. Andiamo a rifugiarci nella penombra invasa dalle mosche di un comedor. Dopo la prima bottiglia di Salta Negra gelata che bevo senza parlare, chiedo a Francesca se ha scattato fotografie di quello che abbiamo visto.

 

 

Passiamo il pomeriggio a gironzolare sotto il sole, facendo brevi soste perché le mie gambe non vogliono saperne di portarmi fuori da Iruya, quasi l’altitudine mi avesse legato a quel posto e mi avesse trasformato in uno degli uomini che vagano barcollando tra le case. Alejandra ci ha fatto sapere che potremo ripartire domani molto presto con il primo omnibus. A metà salita, tra la piazza e l’albergo dei ricchi in cima al pendio, quel complesso che immaginiamo gestito da gangster in pensione o da due decrepite sorelle di Salta, fotografiamo i relitti metallici di un piccolo parco giochi: un’altalena, due scivoli coperti di ruggine e un incomprensibile animale a dondolo scolpito nel legno, forse un lama, a cui qualcuno ha dipinto la bocca con della vernice rossa a simulare un pasto sanguinolento. Da lassù Iruya appare come l’esoscheletro frantumato di un trilobite. Il lama mannaro a dondolo guarda nella nostra stessa direzione con gli occhi vuoti. Prima di andare via gli accarezziamo la testa.

Fino a dopo il tramonto restiamo sul terrazzino dell’hospedaje a bere mate. Francesca studia le prossime tappe del viaggio. Io invece penso che qualcosa, al momento di partire, riuscirà a trattenerci ancora e mi viene in mente che forse siamo morti e che Iruya è il camposanto in cui ci hanno seppelliti. Non ci sono omnibus che ripartono da qui, mi dico. Ci sono solo quelli che arrivano a notte fonda. Quando usciamo per la cena, infatti, nuovi forestieri si aggirano per le strade del paese, facce mai viste. Alcuni seguono la dueña che li ha presi in consegna appena arrivati. A una coppia che ci sorride diamo il benvenuto, poi proseguiamo a testa bassa verso il nostro comedor. Sulla soglia un gruppo di ragazzi si passa una bottiglia di Coca-cola. Tra loro c’è la Pulga. Appena ci vede, si stacca dal resto della compagnia – a parte lui non vedo nessuno di quelli con cui ho giocato la partita – e ci raggiunge. Allora, venite alla festa?, ci chiede. Rispondiamo che non ci andremo e lui sembra deluso. Mi dice di dargli una sigaretta. La prima boccata gli provoca un attacco di tosse che per poco non gli fa sputare i polmoni. Forse per rimediare a quella figura da novellino, la Pulga ci mostra l’interno della giacca a vento con lo stemma dell’AFA. Ben assicurata a una tasca elastica c’è la nostra bottiglia di Fernet, ancora mezza piena. Me la conservo per le donne, confessa. Quali donne?, vorrei chiedergli, ma rimango in silenzio e lo lascio al suo sogno erotico. Domani partiamo, gli dice Francesca, e la Pulga scoppia a ridere. Era ora, dice. Ci stringiamo la mano e lo vediamo tornarsene dai suoi, che lo accolgono urlando. Sembrano un esercito di mercenari che si preparano a bruciare una città che non hanno mai visto, senza sapere perché. Molti di loro moriranno nell’assalto, penso.

Quella notte non dormiamo, restiamo ad ascoltare il vento selvaggio che gratta sulla roccia e scuote le lamiere dei tetti come uno spirito incatenato in una maledizione millenaria. All’alba raccogliamo le nostre cose e scendiamo verso la chiesa e il Rio. Ci aspettano quattro ore di viaggio verso Humahuaca, poi altre cinque per arrivare a La Quiaca, la frontiera con la Bolivia, sul cui conto abbiamo ascoltato storie terribili. Eppure non c’è niente che possa farci paura, dopo aver passato due giorni tra i fantasmi dalla pelle d’oro di Iruya, la città del nulla. L’autista che stavolta carica gli zaini sul tetto dell’omnibus è un ometto grasso. Prima di partire a tutta velocità lungo la mulattiera sospesa sugli abissi azzurri dell’alba, si infila in bocca una manciata di coca e con le fauci impastate di foglie urla qualcosa fuori dal finestrino, in direzione di un asino nero che blocca il passaggio, intento a strappare fili d’erba immaginari dalla strada di sabbia. È quell’animale fermo sulla strada l’estremo tentativo della città di trattenerci.