Foto: Federico Pevere.
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La Florida d’Italia

Ovvero Lignano, che domande.

 

“È una campagna piatta e monotona e sotto la pioggia è ancora più piana.
Verso il mare vi sono pianure salate e pochissime strade”.
Al di là del fiume e tra gli alberi, Ernest Hemingway

Se chiudete gli occhi, la scena assume un sapore epico. Da un lato lo scrittore americano per eccellenza, la barba lunga e curatissima, di verde militare vestito come pronto alla battaglia. Dall’altra la lungimiranza dell’imprenditore al tempo dei non imprenditori. Guardano davanti a sé: il nulla da costruire e un sacco d’acqua che quasi ristagna. Discutono di quel che sarà. Si promettono delle cose, anzi, l’uno si concede, l’altro lo lusinga. Ciò che sappiamo è che qualcosa si sono detti, il resto ce lo immaginiamo da sessant’anni. Una definizione riecheggia in tutto quel mare calmo: “Florida d’Italia”. La pronuncia lentamente lo scrittore, Ernest Hemingway, come è ovvio che sia. Il mare non reagisce, fa quel che deve, costringere il Tagliamento verso il Tagliamento. Nulla si muove.

È gente strana quella di questo fazzoletto d’Italia slacciato dall’Italia. Un allungatissimo triangolo rovesciato, ai due angoli alla base la pasoli***na Casarsa della Delizia e Codroipo, così incantevole (e la sua Villa Manin cui nulla sfugge, magnete di tutta l’eleganza della zona), e poi giù giù rincorrendo un Tagliamento che si diverte a zigzagare nella sua calma, fino alla foce che si finge foce perché nessuno accoglie, nessuno subentra; siamo fra Bibione e Lignano, proprio loro due e la loro forma di aquila acefala. Tiere di mieğ, terra di mezzo nel Friuli che già di suo è terra di mezzo fra il continente europeo, la Madrina Austria, e l’Adriatico, appena prima del burrone balcanico. Chi ci vive è gente equilibrata che ha perso ogni riferimento. Gente che non parla a vanvera, che preferisce zittirsi da sola prima che lo facciano gli altri. Che sa qual è il limite e lo supera, dopotutto l’essenziale è conoscere il limite, non farsene preda. Il friulano della bassa – di questa bassa appiccicata al Veneto – è un cacciatore attento al passato. Il futuro è disprezzabile, lo guarda di sbiego, lo maneggia parlando sottovoce, imprecandosi. Il friulano bestemmia sul futuro. Il friulano di mezzo – chiameremo così il friulano di questo triangolo di terra – ama ripetersi. Le storie sono sempre le stesse, le racconta e pretende attenzione. Quella per lo scrittore statunitense, qui, è un’ossessione silenziata. Roba da friulani di mezzo.

 

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Perché qui ci veniva Ernest Hemingway, ecco chi. “Ecco la Florida d’Italia!”, così semplicemente disse. L’amico di cui si diceva era Federico Kechler, fratello del futuro paron di Lignano, Alberto. La leggenda volle che il prode Kechler gli rispose: “prendila, è tutta tua”. Non la prese. Ma indicò un punto nella mappa, “la mia casa la voglio qui”. Nessuno si ricordò il punto esatto. Così che quando si decise di costruire il parco Hemingway si optò per l’unico ampio appezzamento di terreno non ancora edificato tra le stradine a forma di rosa dei venti di Lignano, un rettangolo buono per un residence come tanti. La leggenda di Hemingway a Lignano – era il 15 aprile 1954 – attraverserà i decenni e diventerà leggenda. Se chiedete in giro, qualcuno accennerà al presunto desiderio di Hemingway citandolo puntiglioso, soppesando con cura le parole dello scrittore, tra l’altro dal vago sapore testamentario: “la costruzione di una casa in mezzo ai pini e davanti solo il mare”. Dicono proprio così, in mezzo ai pini e davanti solo il mare. Hemingway in realtà rimase per poche ore a Lignano. Preferiva di gran lunga andare a caccia di anatre lungo il Tagliamento.

Per avere lo status di terre abbandonate bisogna prima essere state vissute. Lignano Pineta era stata fino allora semplicemente ignorata. Non interessava. Poi, come raccontano le cronache dell’epoca, “all’alba del 5 giugno 1953 il rombo del primo trattore, ruppe il silenzio della pineta e si sovrappose al risciacquio delle onde sulla battigia”. Si procedette dunque con la bonifica delle restanti terre malsane (una parte della Lignano ora Sabbiadoro era già esistente con vocazione turistica molto elitaria). Qui tutto è stato bonificato, nulla ha più di cinquant’anni, se non gli esseri umani. Scomparsi i trattori, arrivarono i turisti.

Direte voi: non è cosa da friulani di mezzo omaggiare Hemingway in salsa statua di Joyce a Ponterosso a Trieste. Nulla di tutto ciò, peggio, perchè la cosa è proprio sfuggita di mano agli amministratori locali che hanno eletto Hemingway a paladino, pioniere, padre fondatore di queste terre. Inutile sottolineare che, molto probabilmente,  mai e poi mai lo scrittore statunitense avrebbe pensato di legare indissolubilmente il suo nome a questo spicchio di terra inutilizzato. Ma cosa rimane di quel presunto spirito pionieristico e cosa realmente intendeva chi inconsapevolmente ha creato dal nulla la Florida d’Italia? Dopo ogni possibile immaginabile commemorazione, omaggio, premio, mostra fotografica, gemellaggio, ricerca storica dedicata allo scrittore, rimane tra le mani il metallico sapore di una dolce ossessione. Un’ossessione invisibile, che vive di rimandi. Una mitologia fatta di frasi e fotografie decontestualizzate. Fatte proprie, immagazzinate e trangugiate dall’immaginario locale nel corso dei decenni. Non si tratta di sottolineare quanto della Florida c’è in Lignano, o quanto dello spirito hemingwayano ribolla fra queste terre. Si tratta di annusare l’aria di questo luogo che più lontano dall’immaginario hemingwayano non si può immaginare.

 

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Rimane l’intristito Parco Hemingway stretto fra villette a schiera, strisce blu ricolme di gommoni abbandonati in uno dei tanti inverni scorsi e veri silenzi capaci di sopravvivere a tutto, anche ad un’estate. Con l’inaugurazione del Parco nel 1984 alla presenza del figlio dello scrittore Jack Bumby e delle nipoti Margaux e Mariel, il Comune di Lignano inaugurò ufficialmente un processo di riappropriazione storica della figura di Hemingway. Seguì poi il premio Hemingway – fra i vincitori Alessandro Sallusti, Ilaria D’Amico, Gianni Letta, Carlo Rossella, per citarne alcuni (ci sono anche gli intrusi, vedi Zygmunt Baumann). Il Parco Hemingway è silenzioso: tra l’enorme gazebo bucherellato dal sole e una piscinetta con trampolino ci avviamo verso l’angolo informativo del parco dove ci dicono quanto è stata avventurosa (altrove, sia beninteso) la vita dello scrittore di cui tutti parlano.

Qui il problema è quel qualcosa. Un qualcosa che sopravvive alle stagioni, una leggera desolazione che solo chi ha l’occhio allenato è in grado di notare, di vivere. TripAdvisor segnala che a Lignano ci sono 31 cose da fare (a Rimini ne puoi fare ben 117, per dire). E tutte e 31 le puoi fare solo d’estate. Le persone residenti vivono in un’altalena emotiva. Si parla di intermittenza esistenziale – riprendendo le analisi di Christian Arnoldi riguardo la vita nelle alpi nord-orientali, poi riprese da Wu Ming 1 nel suo Cent’anni a Nordest, e trasferendole nelle bassa friulana. La Florida d’Italia vive d’estate, si rianima vendendo l’inautentico nella sua forma più pura agli ignari turisti, una falsa allegria – che non è di queste terre – ha la meglio. L’autenticità friulana è altrove, tra gli angoli silenziosi di Cividale e l’altro tempo ricreato da Aquileia. Il problema è sostanzialmente il tentativo di rivenderla per quello che non è, un luogo magico avvolto fin in fasce dalla magnificenza hemingwayana.

Lignano non è cosa friulana fin nelle ossa, è il classico souvenir, una bolla che esplode durante il vuoto della stagione invernale. Gli esperti parlano di rarefazione sociale: più semplicemente si è soli. Soli e vuoti. Le case vacanze come svaligiate, le strade ricolme da strati e strati di aghi di pino. Il solito bar, le stesse facce che aspettano l’altra stagione. Immaginate Bologna a ferragosto, qui è così per sei mesi all’anno. E allora le piscine vuote raccolgono tutta la pioggia, le spiagge vengono ripulite minuziosamente, smontate come prima di un allarme nucleare. I bar sulla spiaggia diventano invisibili, le finestre ricoperte di fogli di giornale o da sacchi dell’immondizia. Sdrai, lettini, chiodi, ombrelloni, tutto via, tutto al sicuro. Poi tutto viene rimontato, compresa l’inautenticità da rivendere all’ignaro turista. Arriva il sole, ma ad essere temuta è l’altra stagione, quella buia, quando seimila anime vivono in una città capace di accoglierne 150mila.

 

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Si lavora sei mesi all’anno, gli altri sei mesi si passano a farsi domande. L’abbondanza economica fa da contraltare ad una miseria esistenziale figlia di un’alternanza emotiva cui si viene costretti. La vita non è fatta di novità significative, le giornate invernali procedono uguali. Si procede alla pulizia e all’abbellimento continuo delle abitazioni, delle strutture ricettive. Una leggera impressione di segregazione ha la meglio fra tutte queste ossessioni e solitudini. La Florida d’Italia è una continua, apparente evoluzione estiva seguita dall’abisso dell’involuzione invernale e di nuovo daccapo. Ciò che si nasconde dietro i suoi abitanti è di difficile analisi, ma partendo dalla situazione generale friulana possiamo farci una certa idea.

I suicidi in Friuli – chiariamo, non sono dati direttamente riferibili a Lignano e dintorni – sono da sempre il quadruplo che in Campania, i picchi si hanno in maggio e ottobre, l’inizio e la fine della stagione dell’inautenticità. Nel 2010 il Friuli si collocava al secondo posto nella classifica per numero di suicidi (8,3 per 100.000 abitanti) sulla percentuale della popolazione, in crescita rispetto agli anni precedenti. Per non parlare dei tentati suicidi (9,3 ogni 100.000 abitanti). Il resto viene assorbito dall’alcol. In Friuli il binge drinking esiste fin da prima che s’usasse la definizione inglese. Qui l’alcol è la prima causa di morte fra i 18 e i 25 anni.

Certo non esiste nessuna correlazione fra l’uso smodato di alcol e alcuni fra gli eventi organizzati nel Novecento a Lignano: una puntata di Giochi senza Frontiere nel 1981 e una decina di memorabili edizioni del Festivalbar all’Arena Alpe Adria. Quest’ultima è  anticipata da una piccola cattedrale senza finestre né navate, tutta bianca, una sorta di impalcatura alta una decina di metri che anticipa la piccola arena spoglia, appena sotto il livello del mare. A poche decine di metri si sente risuonare la laguna e il vociare di alcuni turisti che si ricavano la loro piccola personale spiaggetta attorno a piccole stazioni elettriche. L’acqua è ferma e grigia. C’è una strana calma.

Le discoteche chiudono – se ne contavano una dozzina vent’anni fa – sopravvivono abbandonate, altre erbacce a sommergere Lignano. Non vengono demolite, diventeranno materiale fotografico per un qualche libro fotografico su un qualche declino. Nel frattempo piccole arene rinascono dai parcheggi, solo che non c’è nessun palco da cui cantare.

 

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Le vie di Lignano sono particolari. Non hanno nomi di eroi, né di santi. È un banale elenco di tutte le città friulane. La maledetta Gorizia, la redenta Trieste. C’è poi la storia di come il Lockheed F-104 Starfighter (un caccia intercettore) sia finito nel bel mezzo di una rotonda. Hemingway di sicuro c’entra qualcosa. Una delle attrattive più desiderate è la rugosa Terrazza Mare, un edificio progettato da Aldo Bernardis nel 1969 che è poi uno sguardo sbilenco sugli otto chilometri di spiaggia fine fine. Se venisse oggi Hemingway, eccolo il proscenio da cui declamare la celebre frase. La gente appena sotto passeggia, un ombrellone arriva a costare 16 euro al giorno, quindi tutti passeggiano senza fermarsi mai. Per godere del panorama in pieno ti appoggi ad una colonna grigia. Il cemento sembra evaporare sulla pelle, hai bisogno di un bagno. Non c’è aria, sembra di essere sotto il livello del mare.

A Lignano ci sono 6447 residenti. D’estate si arriva a più di 100.000 persone. Eppure c’è una sola vera libreria, l’altra, piccola ma ben fornita, ha chiuso qualche anno fa. Immagino le lacrime trattenute dell’appassionato libraio, avendoci passato pomeriggi interi a scovare qualcosa che ci raccontasse. Al suo posto ha aperto un negozio di bigiotteria, o almeno così ricordo. O forse una gelateria. O magari una pelletteria. Direi un bar. Qui c’è bisogno di bar.

Guardando ad est s’intuisce il porticciolo antico di Marano Lagunare, e ancora più in là l’ammasso inerme di Grado. A ovest la gemella Bibione, e, appena dopo, la distesa della nudista di Brussa prima, e della baraccona Jesolo poi, già troppo per l’animo pacifico e musone del friulano di mezzo.

Poi Hemingway salutò definitivamente Lignano. With much love and gratitude, così disse la mattina del 14 aprile 1954.

Oggi come allora affrontare controvento il Tagliamento è come scivolare sul dorso di un serpente in apparenza furibondo; è dura affrontarlo mentre s’inerpica ostinato verso il mare (qui tutto sembra in salita, il mare lontano pure). S’imbizzarisce tra le curve a gomito di Gorgo e Pertegada (piccola isola felice, è il paese d’Italia dove si legge di più), e poi su, su a sbattere fra i due ponti tra San Michele al Tagliamento e Latisana, terre di sanguinosi bombardamenti aerei (almeno sessantacinque) e di bunker che ancor oggi controllano dall’alto degli argini che tutto proceda per il verso giusto. Nel mezzo scivola lenta lenta l’acqua verdina di un Tagliamento senza spinta, senza corrente, vivo perché deve. Qui è tutta terra, terra vera, che vive a fatica, ma ha un passato. Con i suoi paesini che s’accalcano sugli argini, che si spintonano per poi ricadere a ridosso delle affollate statali (due, una verso Bibione, l’altra verso Lignano, il fiume nel mezzo) che portano tutti al mare d’estate, al mare d’inverno. Qui Hemingway salutò per l’ultima volta la sua personalissima Florida per proseguire verso Venezia.

 

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Proprio qui, qualche anno prima, Hemingway si innamorò di una giovane ereditiera di origine dalmata, la fragile Adriana Ivancich. Adriana aveva gli occhi stretti e una bocca sofferente, era sempre pallida in viso. Aveva le spalle larghe, era magrissima. Dalle poche fotografie che abbiamo possiamo intuirne i movimenti, scattosa come una marionetta indifesa. Vestiva elegante, in scuro anche d’estate. Una piovosa mattina appare ad Hemingway che la descrive in Al di là del fiume e tra gli alberi, ambientato in queste lande, come “tutta splendente di giovinezza e di slanciata bellezza e di disordine che il vento le aveva fatto nei capelli”. Il teatro della loro storia è la meravigliosa Villa Mocenigo Biaggini Ivancich, proprio a San Michele al Tagliamento. È un amore leggero, estivo. Tutti si sentivano reduci da qualcosa, i bombardamenti avevano fatto il loro dovere. Hemingway dormiva in una tenda militare tra le due barchesse, ora terra di piccioni e di piante impiccione. Usava due cassette di frutta come tavolino per scrivere.

L’ora abbandonata Villa Ivancich, i cui ancora maestosi giardini sono da anni teatro della popolarissima Sagra degli osei, continua a non sopravvivere. Non è mai stata restaurata. Si diceva ad un certo punto che i luoghi vanno respirati. Qui è diverso, ti senti respirato. Non so se è il fiato della Florida che respira, o che altro. Ma si sente qualcosa. Si sente tutto Hemingway qui, ma nulla qui lo ricorda. Non vi è alcuna celebrazione, nessun residuo hemingwayano, ma lo intuisci, lo scrittore, che annaspa silenzioso fra le spirali di un amore che non si dovrebbe.

Sono anni che vengo qui, lo stesso straccio bianco riposa sullo stesso cespuglio davanti alla barchesse. Nessuno si è curato di spostarlo, di ripulire il tutto.

“Mi piacerebbe essere sepolto sui bordi della tenuta, ma in vista della vecchia casa elegante e dei grandi alberi alti.(…) Sarei una parte del suolo dove i bambini giocano la sera e la mattina forse continuerebbero a allenare i cavalli, a saltare e gli zoccoli calpesterebbero l’erba e le trote affiorerebbero nello stagno quando ci fosse uno sciame di moscerini”.

 

Foto dell’autore.