Foto: Valerio Millefoglie.
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Lido Milano

Il mare dove non c'è.

 

“Sono tutti al mare”, commenta in una domenica d’estate la proprietaria di un ristorante cinese a dieci minuti di macchina dal Lido di Milano. La sua è l’unica voce nel locale. Il figlio gioca con una macchinina sopra un tavolo che dà sulla strada. La città deserta, direzione Ippodromo di San Siro, stadio Giuseppe Meazza, Fiera, piazzale Lotto, promette di diventare città marinara. Alla fine degli anni Venti un gruppo di imprenditori, riunitisi sotto il nome di Società Anonima del Luna Park del Lido di Milano, incarica l’ingegnere Cesare Marascotti di progettare un centro per offrire ai milanesi svago e “piacevolezze balneari”.

In un video dell’Istituto Luce si vedono un minuto e ventotto secondi della giornata del 7 luglio 1932, per raccontarla con parole di quell’epoca: giocondità, una gaia folla e poi sabbia, scogli finti, una riva che si fa acqua alta, ottomila metri quadri di piscina, onde artificiali su cui uomini in bianco e nero sollevano donne in bianco e nero, l’onda passa, loro ridono, l’inquadratura si sposta su un imbarcadero, intorno barchette che ricordano gondole, a bordo altre risate al ritmo del remare, un uomo borbotta qualcosa in dialetto milanese, si distingue solo “son chi”, s’intravede un isolotto in mezzo alla grande e infinita vasca, all’orizzonte paesaggio di ruota panoramica e giostra, Coney Island meneghino, in fondo una sala da ballo e ristorante, architettura in stile liberty dal nome “La Rotonda”, qualcuno lancia una palla che finisce fuori campo e lì finisce anche il video.

Nel 1933 Società Anonima del Luna Park Lido di Milano fallisce. Sul sito dell’ordine architetti di Milano si legge, “Tale concezione ludica e gaudente del tempo libero e dello sport mal si conciliava con l’ideologia fascista, che considerava lo sport come strumento di miglioramento del fisico e del carattere”. Al posto delle giostre costruiscono campi da bocce, da tennis, piste da pattinaggio. Il tempo non deve essere più libero.

 

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Come tutte le strade che portano ai lidi, anche questa che porta al Lido Milano ha bancarelle che vendono costumi da bagno, cuffie e salvagente. Oggi, per l’esattezza, ce ne sono due: la prima gestita da una coppia di indiani, quella successiva, la più vicina all’ingresso, da una coppia di italiani. Tra un salvagente a forma di banana e un costume da bagno rosso acceso, intravedo un uomo seduto. Ha folti baffi bianchi, da sotto un berretto scendono capelli lunghi, grigio neri, indossa una giacca nera e ho la visione di un uomo di montagna prestato al mare. In piedi, dietro la bancarella, c’è una donna con un cappellino arancione, indossa un costume a pezzo unico e una maglia bianca in vita. Dov’è magro lui, è in carne lei. Dove parla lei, aggiunge e corregge lui. “Ho dei bellissimi ricordi della piscina”, dice lei, “Da piccola mi stavo annegando”, aggiunge sorridendo. “Ma no”, interviene lui, “Racconta dei bei ricordi”, poi inizia a raccontare i suoi: “Sono arrivato in viaggio a Milano, quarant’anni fa. Ho origini sarde. Ho fatto l’impresario, il tour manager. Nel ’79 ero in Olanda, dove ho fatto il provino per diventare batterista degli Skorpions”. Si sono conosciuti in Stazione Centrale: lui doveva andare a conoscere Gianna Nannini, e invece ha trovato lei che, quel giorno, aveva perso le valige a Venezia. Biografie da verificare che se anche fossero solo immaginarie, sarebbero reali e belle. “Se dovessi dare un nome a questa bancarella”, dice lui, “la chiamerei Multicolori, perché è piena di colori, come la gente che viene in questa piscina, multicolore”.

Egiziani, indiani, arabi, marocchini, brasiliani, italiani e poi musica latino americana, musica techno, passeggini, narghilè, un piccione dalle ali azzurre, cruciverba, disegni sugli asciugamani stesi a bordo vasca che raccontano ancora altri mondi: Jamaica, Gran Canarie, Portofino, Sardegna. Avventure acquatiche di chiunque. A uno dei tavolini del bar una ragazza dice all’amica: “Ho pensato molto a me stessa. Andando a vivere con lui spero di riacquistare fiducia, la serenità, il mio carattere”. L’amica annuisce, muove una caviglia, la ciabatta infradito nera le si sfila leggermente dal piede, la riprende al volo continuando a ticchettare il dialogo contro una gamba del tavolo. L’amica continua a parlare, “Tu sei già matura, stai bene con te stessa, vedi un po’ la vita come va nei prossimi mesi”. “Sì”, annuisce. Fanno piani per le vacanze, dopo le vacanze. “Anche se tu comunque dici basta, basta, basta, poi ci ricadi dentro”, dice ancora l’amica. “Esatto”, afferma l’altra riacciuffando di nuovo la ciabatta infradito e spegnendo la sigaretta in un piatto di plastica con dentro un tovagliolo. Vanno via. Il tovagliolo comincia a prendere fuoco. Una scia di fumo si alza nell’aria e inizia a creare dei cerchi a spirale fino a quando, un cameriere, accorre in veste di pompiere. A meno di un metro, una ragazzina italiana, in piedi sul bagnasciuga, ascolta Noche Y De Dia di Enrique Iglesias, canticchia timidamente, con lo sguardo sullo schermo del telefono, Hay calor en la ciudad, hay calor en la bahía, venga, no fuimos de fiesta. Sul balcone di uno dei quattro palazzi che circondano il lido esce un uomo anziano in canottiera e pantaloni bianchi corti. Si affaccia indeciso, tenendo un piede dentro casa poi sparire così, nella sua domenica.

“Giochiamo a nascondino”, dice un bambino e s’immerge sott’acqua. Due donne con i piedi a mollo: “Si è messa pure a piangere”, racconta una e poi prosegue “Io sono stata zitta”, rimangono in silenzio. Altre coppie in silenzio, stese, prendono il sole, dormono, corpi inermi come geografie da aggirare per procedere.

La ragazza che ascoltava Enrique Iglesias, eccola seduta a gambe incrociate sulla sabbia del campo da beach volley mentre guarda un gruppo di ragazzi e ragazze giocare. Una donna araba indossa un vestito nero aderente che la ricopre interamente, sopra ha un vestito coloratissimo di fiori e di fantasie e sorride schizzando l’acqua al marito seduto sul bordo. Le due ragazze che stavano mandando a fuoco il tavolino del bar hanno trovato posto su due sedie sdraio. La domenica prosegue.

 

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“Ciao chicas, ciao mio amor”, dice una bagnina argentina salutando due clienti che vanno via. “Io parlo tre parole di ogni lingua”, dice. Indica le zone della piscina: “Lì c’è tutto il Latino America, quello invece è un gruppo di argentini con un messicano e un siculo. Qui negli anni Novanta era una città. Io ho iniziato a lavorarci nel 1995. Tra i clienti c’era quello che ha inventato la Linea, il fumetto, come si chiama? Seguiva la sua routine, veniva con la sua sigaretta, si stendeva a prendere il sole e alle dodici andava a casa a pranzare. Ogni tanto veniva con un suo amico occhi blu e barbetta”. Oltre alle giornate del disegnatore Osvaldo Cavandoli, la bagnina racconta anche della storia d’amore tra un collega e l’infermiera di turno nell’infermeria: “Poi si sono sposati, e sono andati via”.

Sono le diciannove. Un bagnino dice alle persone rimaste in acqua “Fuori, fuori, grazie”. Un ragazzino replica incitando il gruppo di amici: “Tutti dentro, dai”. Si tuffano e riemergono pochi minuti dopo. Il 15 luglio del 2012, per gli ottant’anni del lido, la direzione ha regalato ai bagnanti un orologio speciale: al posto delle ore, gli anni. Le lancette scorrono lente riportando tutto com’era. La città intorno sparisce, riemerge la campagna defunta. Rimane un centro balneare circondato da zolle di terra e di lavoro.  “Allora non c’era la tangenziale, da qui passava il mondo intero ed era un mondo che cominciava a decollare”, racconta Giovanni Doni, proprietario dell’Hotel Lido, a due passi dal lido, “Abbiamo aperto nel febbraio del 1965. Avevamo parcheggiato sulla strada una Millecento multipla, con sopra un grosso dito che indicava la vietta dell’hotel”. I congressi della DC e del PCI si tenevano al Palalido, così tra gli ospiti dell’albergo c’erano i funzionari di partito: “Erano le correnti di quel momento, non ricordo i nomi precisi di chi veniva a dormire da noi, da Cossutta in avanti. Io avevo venti anni quando mio padre mi ha lasciato. Lui ne aveva quarantotto. Ci fu un incidente automobilistico. A febbraio aprimmo l’albergo, a luglio ero solo. In quegli anni persi anche mia sorella. Sono le cose che nelle famiglie succedono. Nelle avversità o ti abbatti o trovi degli stimoli ma è troppo facile abbattersi. Al Lido ci andavo a procurarmi lavoro. Cercavo di promuovere quel poco che avevamo”. E anche quel che non si aveva, come il mare evocato dal nome di un hotel e da un chiringuito che sorge oggi a pochi passi da qui: cocktail, musica e pratino con vista su un parcheggio. Eppure, a non guardare le auto e l’asfalto, tutto sembra vacanza, anche certe ville qui intorno che somigliano a seconde case, con le finestre spalancate sulla bella stagione. Adesso sono chiuse. La strada torna deserta. In zona ha sede mare culturale urbano, un nuovo centro di produzione artistica che prevede l’apertura di sale teatrali, cinema, sala concerti e spazi condivisi di lavoro. Dopo ottantaquattro anni, la periferia continua a voler offrire ai milanesi svago e altre piacevolezze balneari.

 

Foto dell’autore.