Foto di Tommaso Giagni.
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La sottile linea Roma

Dove finisce Centocelle? Dove comincia Quarticciolo? Tutte le risposte che cercavate sulle guerre di confine romane.

 

Un mio amico vive nel grande comprensorio di un quartiere-bene. Palazzine anni Sessanta, alberi, posti auto privati. La sua palazzina è la più lontana dalla ripida strada d’accesso, la più lontana dal quartiere-bene. Uscendo a piedi, è invece più vicino e raggiungibile il confinante quartiere-male, attraverso una porta che riceve poca manutenzione ed è proprio là davanti. E crea imbarazzo e inferiorità. Nella gerarchia interna al comprensorio, la palazzina del mio amico è considerata ultima. Lui e il resto dei condomini preferiscono prendere la macchina e fare la spesa nel quartiere-bene, piuttosto che passare da quella porta cigolante.

Spesso si riduce Roma a un luogo uniforme, neutralizzando l’ampiezza dello spettro. Quasi tre milioni di residenti, un’estensione che corrisponde a sette volte Milano, risolti in una sola panoramica onnicomprensiva. Ogni volta che mi chiedono: “La conosci tutta?”, provo a spiegare che conoscere Roma è dire un’utopia: perché anche a batterla per intero, metro quadro su metro quadro, alla fine del giro quella conoscenza sarebbe già vecchia – sorpassata dall’evoluzione dei luoghi e delle persone che li abitano.

Quando pure si intravedono i contrasti che la compongono, quando pure si riconosce un’opposizione centro/periferia, di solito la si racconta come se “centro” e “periferia” corrispondessero alla loro collocazione geografica. Ma quelle categorie indicano più che altro degli stati mentali, distribuiti irregolarmente nello spazio. E per dare un’idea di questa complessa distribuzione vorrei ragionare sui confini interni della città.

Il caso del mio amico è emblematico ma anche semplice, perché racconta la sospensione fra due interi quartieri, peraltro molto diversi; anzi, quello -bene trova identità proprio in opposizione a quello -male, preesistente. I quartieri hanno l’autonomia di paesi, spieghiamo a chi non è di Roma, per giustificare le distanze da coprire e l’ignoranza in cui sprofondiamo nelle zone lontane. Per quanto riguarda le divisioni tra i quartieri, in genere la discontinuità è chiara.

Ogni volta che mi chiedono: ‘La conosci tutta?’, provo a spiegare che conoscere Roma è dire un’utopia.

Sono confini le strade consolari, ovviamente. Il caso forse più macroscopico è il tratto di via Nomentana che separa la famigerata San Basilio dal residenziale sonnolento di Talenti.

L’organizzazione a raggiera della città fa sì che ogni luogo più o meno periferico sia agganciato a una consolare. Quando gli abitanti di certe zone vogliono evitare di cacciar fuori un nome, fanno invece quello della consolare di riferimento: “Vengo dal Casilino” per non dire “Tor Bella Monaca”, “Abito sulla Portuense” per non dire “Corviale”. Eppure le percezioni degli abitanti sono spesso un buon aiuto per individuare i confini. Per me che ci sono cresciuto, Monteverde Nuovo si distingue da Monteverde Vecchio in modo chiaro. Non userei senza aggettivo “Monteverde” se non in malafede – per confondermi col quartiere più nobile. E lo stesso, “Gianicolense” è una definizione vaga, ambigua, da scartare.

La percezione di chi ci abita, può venire in soccorso di chi cerca casa a Roma. Affidarsi alle descrizioni delle agenzie immobiliari non permette di leggere le aree: definizioni improprie, nomi deformati, strumentalmente. Le grigie speculazioni intorno a Porta Portese venduta come “Trastevere”, l’abnorme estensione di “Prati”, gli stratagemmi per fare un tutt’uno di San Paolo e Garbatella, l’“Eur” che si espande per chilometri fino a comprendere lo Spinaceto mortificato da Moretti (“Spinaceto pensavo peggio”)…

Sono ovviamente confini alcuni assi che raccordano le consolari. Per esempio, via dell’Arco di Travertino è un vero solco tra l’ordinato e impiegatizio Colli Albani (che si sente l’ultimo margine di San Giovanni) e quel purgatoriale, indistinto cuscinetto che arriva agli archi di Porta Furba (e già appartiene alla famiglia di Quadraro-Cinecittà). O ancora, via Palmiro Togliatti, che si allunga appunto da Cinecittà fino all’Aniene: una frontiera di quasi dieci chilometri tra periferie diverse (Centocelle vs Quarticciolo, Don Bosco vs Cinecittà Est), dove le sfumature sociali sono sottili ma il senso d’appartenenza è forte.

In realtà basta una strada né lunga né larga per distanziare mondi.

L’Aniene che a sua volta tiene certo barocchetto anni Venti della parte meridionale di Montesacro lontano dall’ex borgata di Pietralata – il limite da dove Tommaso di Una vita violenta guarda il mondo. L’Aniene, certo, perché i confini naturali non hanno perso la loro funzione. Come dimostra il Tevere, a sud, quando separa i palazzoni in serie della Magliana dai quieti villini dell’Eur, pure così vicini in linea d’aria. O come la riserva naturale dell’Insugherata, a nord, dove querce, volpi e barbagianni percorrono la breve distanza che passa tra l’ex borgata rurale di Ottavia e l’abitato ben più prestigioso intorno alla Cassia.

In realtà basta una strada né lunga né larga per distanziare mondi. Per esempio fra il denso quartiere Africano e le eleganti, ariose strade intorno a corso Trieste, ci sono soltanto le poche centinaia di metri di via di Sant’Agnese.

La cosa si fa più intricata quando la frontiera passa all’interno di uno stesso quartiere. Perché a loro volta i quartieri sono frammentati in sotto-quartieri, e questa scala ridotta mi sembra più interessante. Strade che differenziano le anime di uno stesso quartiere, invece che due quartieri contrapposti. Barriere con il compito di separare le zone-bene da quelle -male. Dove “bene” e “male” indicano una percezione di massima, naturalmente, secondo il senso comune. E naturalmente già stabilire le tendenze del senso comune è sdrucciolevole. Ma tenendosi su un piano di massima, si può fare.

Quello che succede a Tor Sapienza, nel quadrante est, è esemplare in questo senso. La zona di viale Morandi, che mi è capitato di frequentare a lungo negli scorsi mesi, viene da alcuni definita “il Fortino”. I palazzi popolari dell’Ater, oltre cinquecento appartamenti assegnati nel ’78, formano un rettangolo attorno a una striscia di cemento armato a un piano. Questa ospitava negozi e servizi pubblici, prima che chiudessero uno dopo l’altro e venissero occupati a scopo abitativo. Nelle dinamiche interne al complesso Morandi, gli occupanti della spina sono malvisti dagli assegnatari dell’Ater. Ancora più in basso nella gerarchia, ci sono quelli che vivono nei garage e cantine della stessa spina centrale.

Per tentare di leggere le articolazioni di questa città, bisogna scendere a vederla. La loro natura è intuitiva, a condizione di stare sul territorio.

Nominalmente il complesso fa parte di Tor Sapienza, che ha il nucleo originario nella borgata d’origine fascista al di là di viale De Chirico. Ma questo stradone impersonale, che collega la Prenestina e la Collatina, taglia fuori viale Morandi dall’ex borgata. È questo il confine. È qui che gli abitanti del complesso si fanno lasciare da chi li accompagna, per fingere di tornarsene nella parte nobile di Tor Sapienza.

Per rintracciare un altro esempio notevole si può andare nel quadrante ovest, dove il toponimo “La Massimina-Casal Lumbroso” mette insieme elementi significativamente lontani. Una zona subito oltre il Grande Raccordo Anulare, questa, isolata ma non autonoma dal contesto urbano – a proposito della scivolosità delle definizioni, del rischio delle semplificazioni, come quella che vorrebbe fuori Roma ciò che è fuori dal G.R.A.

Lungo un paio di chilometri di via Aurelia, partono tre assi a ridosso dei quali si sviluppano zone fortemente caratterizzate. Le pretenziose ville di Casal Lumbroso cedono il passo alla borgata storica intorno a via della Massimilla, prima che la densità torni ad allentarsi con le villette e le piccole palazzine di via Ildebrando della Giovanna. Il saliscendi sociale è ripido, qui, come le strade.

Non bastano insomma le mura, aureliane o serviane o quali che siano. Non bastano i municipi e i distretti sanitari Asl. Per tentare di leggere le articolazioni di questa città, bisogna scendere a vederla. La loro natura è intuitiva, a condizione di stare sul territorio. A quel punto, molti confini che segnano le parti di Roma emergono brutalmente. Se pure sfuggono alle mappe, ci sono e continuano a svilupparsi.

“Roma fa schifo” non significa nulla. “È stata Roma”, il tormentone di Suburra, non va oltre la forza di una frase a effetto. Tentare di definire qualsiasi luogo è un esercizio ambizioso, ma bisogna andare in profondità: l’utopia di conoscere Roma non significa abbandonarsi alle semplificazioni. Secondo me soltanto affrontare le varie tonalità di una metropoli, il quarto comune più popoloso d’Europa, permette di leggere i conflitti che la muovono. E scoprire che i suoi diversi elementi stanno gomito a gomito, sparsi sul territorio, impegnati in un non-dialogo basato su diffidenza e voglia di distinzione.