Foto di Simona Baldanzi.
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La nuova stoffa di Prato

Sicché, non ci crederete, ma Prato l'è meglio di Nova Yorke.

 

La mattina del primo dicembre del 2013, quando seppi che a Prato c’era un incendio in un capannone, pensai subito che per fortuna di domenica gli operai non erano in fabbrica. Il mio era un pensiero automatico che durò solo qualche istante, di cui ancora oggi mi vergogno perché era una constatazione completamente sganciata da quella città: nel capannone della confezione Teresa Moda morirono sette operai cinesi. Morirono di notte, soffocati dal fumo, perché là dentro, oltre che lavorarci, ci dormivano.

Soppalchi abusivi, impianto elettrico fatiscente, nessuna misura preventiva antincendio, violate ogni tipo di norma sulla sicurezza del lavoro. Le indagini furono subito serie ed accurate. Ne sono seguiti due processi, uno con rito abbreviato nei confronti dei titolari cinesi, uno con rito ordinario nei confronti dei proprietari pratesi del capannone. Entrambi i processi hanno avuto sentenza di condanna. Le accuse del PM hanno trovato riscontro nella conclusione del giudice: titolari cinesi della confezione e professionisti dell’immobiliare italiani uniti in un legame indissolubile e illegale atto a fare profitto a scapito dei lavoratori. Cinesi e italiani uniti insieme nello sfruttamento. È questo il Sistema Prato?

 

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Subito dopo il rogo del Teresa Moda, la Regione Toscana si è attivata. Il Piano Regionale per il Lavoro Sicuro ha visto l’assunzione straordinaria di circa 70 tecnici della prevenzione da impiegare sull’area vasta di Firenze, Prato e Pistoia per intensificare i controlli su 7700 aziende a titolarità cinese, la stragrande maggioranza concentrate nella città di Prato. A dicembre 2015, sono state controllate 4287 imprese e di queste l’80% hanno presentato irregolarità: 1000 impianti elettrici non a norma, 456 dormitori, 188 cucine abusive. A controlli avvenuti, si pone rimedio: le sanzioni riscosse dagli organi di vigilanza superano i tre milioni di euro e l’84% delle aziende si mette in regola rispetto alle prescrizioni.

La situazione generale su salute e sicurezza nei capannoni sta dunque migliorando? A quindici mesi dall’inizio dei massicci controlli, ancora nel 12% delle aziende vengono trovati dormitori e nel 20% dei casi l’impianto elettrico non è a norma. La commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della contraffazione in Italia ha riconosciuto il sistema di controllo interforze applicato a Prato un modello positivo, ma l’impressione generale è che se non viene messo a regime, rischia di vanificare i risultati raggiunti.

A novembre 2015 è morto un bimbo cinese di poco più di un anno di età investito nel piazzale di una confezione: i titolari effettivi sono risultati i genitori che vivevano in una realtà fatta di costruzioni abusive in cartongesso, condizioni igienico sanitarie al limite della vivibilità e mancato rispetto delle norme di sicurezza. In occasione di interventi pubblici per la presentazione dei risultati del Piano Regionale per il Lavoro Sicuro, è stato ribadito che la prevenzione non può stare solo nelle mani dei controllori, deve essere fatta propria da tutti gli addetti ai lavori dell’intera filiera della moda grazie ad una condivisione di valori di diritti e doveri.

Prato è la città italiana col più alto numero di cittadini stranieri residenti per cittadino italiano, conta 119 etnie diverse.

A supporto di questo processo, all’interno del Progetto Prato per l’emersione del sommerso, è nato il centro Inter-Azioni, con lo scopo di migliorare la comunicazione fra istituzioni, enti, organizzazioni e cittadini di origine straniera. Sono stati formati 14 tecnici ASCI (agente per lo sviluppo di culture e imprese) di cui 7 cinesi. Uno di loro, Lucio Yang Guang, mi ha mostrato l’utilizzo di WeChat, il social network maggiormente utilizzato dalla comunità cinese, per veicolare messaggi su servizi di tutoraggio, accompagnamento, sensibilizzazione e informazione per gli imprenditori stranieri del distretto pratese. Un passo in avanti rispetto a quando, con la calce, si cancellavano scritte in caratteri cinesi e numeri di telefono sui muri di via Filzi e via Pistoiese, le due vie ad alta concentrazione di residenti e attività commerciali cinesi. “Per anni la comunità cinese a Prato è stata letta come un problema esterno da estirpare e non un sistema di relazioni complesse” mi dice il vicesindaco Faggi. “Non si può più parlare di politiche di immigrazione, deve riguardare tutti. Lo sforzo da fare è quello di tenere insieme più settori in maniera trasversale: lavoro, sviluppo, urbanistica, cultura e non solo il sociale”.

 

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Prato è la città italiana col più alto numero di cittadini stranieri residenti per cittadino italiano, conta 119 etnie diverse. A Prato ci sono oltre 16.000 residenti cinesi (il doppio considerando i soggiorni) su 190.000, che contribuiscono all’11% del PIL della Provincia. Le criticità, oltre alla questione lavorativa, ci sono: la comunità cinese non si rivolge ai servizi sociali se non in situazioni gravi o patologiche e il 60% dei ragazzi che iniziano le scuole superiori a Prato, sottoposti al continuo “ping pong” fra Italia e Cina, non portano a termine il percorso d’istruzione. Tutto sta precipitando? Piuttosto, Prato sta vivendo una fase di transizione. Ci sono realtà associative cinesi che hanno rapporti con le istituzioni locali (anche se mediati dal consolato). Molti italiani lavorano per ditte cinesi: amministrativi, periti, stilisti, grafici. Gli imprenditori cinesi segnalano una difficoltà a reperire manodopera: il flusso di cinesi per rispondere alle esigenze produttive del distretto si sta arrestando?

Dalle analisi di IRIS (l’ente di ricerca della città che sta supportando il Comune nella redazione delle “Linee guida per l’integrazione”), il dato sui residenti cinesi è ancora in crescita, anche se l’ottenimento della cittadinanza italiana non pare essere allettante. Nella zona del Macrolotto 0/San Paolo, caratterizzata storicamente dalla commistione abitativo-produttiva, la forte concentrazione di popolazione cinese è cresciuta negli ultimi anni. Parallelamente però è cresciuta la presenza di cinesi nelle zone sud della città (Vergaio, Tobbiana, Iolo, Paperino). C’è inoltre un fenomeno in crescita di affitti dei terreni agricoli da parte di cinesi che può aprire nuovi scenari.

 

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San Paolo è una zona di Prato da decenni interessata da fenomeni migratori attratti dal distretto: prima i mezzadri dalle campagne toscane, poi i meridionali, infine cinesi e altri extracomunitari. Il progetto Trame di quartiere – attivando laboratori partecipativi, raccolta di storie attraverso immagini e racconti, analisi del contesto urbanistico ecc – ha evidenziato in quest’area un alto tasso di accoglienza e di fermento relazionale. Abituata nel corso degli anni all’arrivo di nuove e diverse presenze, la zona pare reggere meglio di altre aree la convivenza con le comunità straniere. Diventi cittadino perché lavoratore come me, perché i tuoi figli giocano con i miei, perché ho rapporti di vicinato, ti incontro alla riunione di condominio, ho un’interazione quotidiana. Certo, la crisi che mette a rischio la posizione di lavoratore può intaccare l’equilibrio: eppure, nonostante le difficoltà, la richiesta di maggiori spazi e servizi pubblici sembra riguardare davvero tutti.

Diventi cittadino perché lavoratore come me, perché i tuoi figli giocano con i miei, perché ho rapporti di vicinato, ti incontro alla riunione di condominio, ho un’interazione quotidiana.

Una delle richieste fatte dai cittadini coinvolti negli incontri è un parco agri-urbano nell’area verde a sud del Macrolotto 0/San Paolo che potrebbe essere attraversato da percorsi pedo-ciclabili. Intanto nel Macrolotto 0, da anni quasi del tutto abbandonato dai pratesi, si registrano timidi segnali di trasformazione: è stato aperto uno sportello della CGIL e vi si stanno stabilendo alcuni giovani italiani che lo considerano interessante (fra questi i fondatori dell’associazione culturale Chì-na). Questo febbraio, proprio quel quartiere, per la prima volta ha accolto una tre giorni di eventi per il Capodanno cinese, chiamata Festa delle luci. Oltre alla tradizionale sfilata del Dragone che ha riguardato anche le vie del centro, il Macrolotto 0 ha mostrato una faccia mai vista prima.

 

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Italiani e cinesi hanno organizzato eventi, pulizie del quartiere, laboratori per bambini per abbellire scope simboliche, visite guidate per conoscere ma anche per segnalare problematiche, riti del tè e della calligrafia, momenti musicali, mercatini di prodotti. Via Pistoiese è stata chiusa al traffico, gli spazi pubblici sono diventati fruibili a tutti, e le decorazioni hanno sorpreso adulti e bambini: lanterne rosse a decorare le vie, sculture luminose a forma di teiera, panda, personaggi tradizionali e bamboline cinesi, fiori, draghi, aironi. Per il lancio di lanterne di buon auspicio per salutare l’arrivo dell’anno della Scimmia, la piazza, i marciapiedi, le strade erano colme di italiani e cinesi tutti con i volti rivolti verso l’alto, verso il cielo buio acceso qua e là da piccole luci. Ci sono state diverse reazioni sui social network e nella città: alcuni lamentavano che i soldi pubblici fossero andati a quella festa e non al carnevale di Paperino, ma molti entusiasti hanno diffuso commenti positivi del tipo “Prato meglio di Nova Yorke” o l’hashtag #pratoèganza.

È stato solo un evento o l’inizio di qualcosa di diverso? A guardare un video-documentario di una scuola elementare pratese, che ha per titolo “Nella mia città c’è il mondo”, dove i bambini con in mano le telecamere hanno intervistato i genitori, si vede e si ascolta una città “più cosmopolita e meno provinciale”. Alla domanda sul futuro della città, di fronte alle perplessità del padre, un bambino incalza “Quindi non è che non riesci a immaginarla, non vuoi immaginarla”. Il padre rumeno ribatte ridendo: “Mettiamola così, io vivo il presente, fiducioso nel futuro”. Oserei definirla una tipica risposta da pratese.

 

Foto di Simona Baldanzi.