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Goodbye Londra?

Una conversazione con Jacques Testard, fondatore di White Review, alla vigilia del referendum Brexit.

 

Jacques Testard è il co-fondatore di TheWhite Review e l’editore di Fitzcarraldo Editions. The White Review è una rivista quadrimestrale di arte e letteratura. Fitzcarraldo ha pubblicato Svetlana Alexievich, Ben Lerner, Alejandro Zambra, Mathias Enard, Jean Philippe Touissant. Entrambi i progetti sono incredibilmente curati.

Francesco Pacifico: Mi ricordo che la prima volta che ci siamo incontrati mi hai detto che la ragione per cui avevi fondato The White Review era che non c’era praticamente nessuna piattaforma per giovani scrittori e artisti a Londra. Era tutto molto mercificato e guidato dagli agenti; il che assomiglia molto a quello che si dice su Londra in questo decennio – che è una città molto corporate, dove tutti gli sviluppi avvengono sotto forma di beni immobiliari per gli oligarchi russi che in realtà non vivono lì. Penso ci sia un collegamento tra queste due cose e mi piacerebbe sapere la tua opinione. Da dove cominciamo?
Jacques Testard: Cominciamo dalla mia esperienza personale. Quando abbiamo fondato The White Review, avevamo l’impressione che non ci fossero pubblicazioni interessanti a Londra ed era molto molto difficile per giovani scrittori o giovani critici trovare qualcuno disposto a pubblicarli. Immagino sia legato, come dici tu, a questo problema più ampio per cui Londra sta diventando una città sempre più ostile verso le persone che non guadagnano abbastanza. Sai, quelli che vengono chiamati con disprezzo “i giovani creativi”, le persone che lavorano nell’arte, che lavorano nell’editoria, nel design, e sono costretti a lasciare il centro di Londra e andare sempre più verso l’esterno. Nei sei anni da quando sono tornato a vivere qui – ho passato del tempo a Dublino e a Oxford e poi a New York a studiare e fare tirocini – Londra è diventata sempre più dura dato che, be’, i conservatori sono al potere e hanno invitato questa élite internazionale o continuato a ospitarli dopo che Livingstone è diventato sindaco.

Cosa succede a livello culturale nelle altre città britanniche? C’è solo Londra?
Be’, ci sono cose interessanti in altre città, ovviamente su scala molto minore. A Brighton c’è una bella scena di poesia d’avanguardia. A Glasgow c’è una scena artistica molto grande che ruota intorno alle scuole d’arte. Newcastle adesso è conosciuta per la sua scena teatrale e artistica perché la vita costa poco. La gente al Nord che è interessata a ritagliarsi una carriera nell’arte performativa si trasferisce lì, ci sono un sacco di spazi per gli studi. Ma sì, essenzialmente Londra è il centro, non solo per la cultura ma per tutto in Gran Bretagna. È l’unica città globale e l’unica città veramente multiculturale e varia.

La ragione per cui ho fondato Fitzcarraldo è che l’editoria britannica è incredibilmente conservatrice e gli editori non corrono rischi, traducendo quella che considero una scrittura ambiziosa e innovativa da altre lingue.

Ok, quindi è davvero un paradosso. Cioè, per il nostro stato-nazione, o per l’idea di stato-nazione con cui siamo cresciuti, la capitale è la città principale dove succedono le cose, o è la capitale culturale come New York. C’è una situazione diversa in Italia perché abbiamo Roma e Milano – due città molto forti, ognuna a modo suo. Ma da voi c’è Londra, che è come Parigi: sei obbligato ad andare lì. Ma allo stesso tempo tu fai questo quadro di città e cittadine che sembrano quasi i quartieri di una metropoli molto fluida. In un mondo interconnesso, puoi andare a Glasgow ed essere comunque connesso, quindi sto provando a pensare al futuro delle città. Conosci persone che se ne sono andate da Londra per sempre perché dovevano ridefinire le loro priorità, magari trasferendosi in un posto diverso per provare a trovare una nuova scena?
Sì, certo. Qui è sempre più difficile farcela. Prendi un esempio molto semplice: per uno scrittore è difficile dappertutto, ma vivere a Londra, se guadagni meno di 18mila sterline l’anno, che penso sia inferiore allo stipendio medio in Gran Bretagna, è praticamente impossibile a meno che tu non condivida un appartamento o una casa con altre tre persone, oppure se vivi nei quartieri più periferici, quindi nelle zone 2 o 3. La mappa dei trasporti pubblici di Londra è divisa in 6 zone. La zona 1 è proprio il centro, e poi ci si allarga in cerchi più esterni fino ad arrivare alla zona 6, che di fatto non è nemmeno più Londra.

Sì, conosco un sacco di persone che hanno lasciato Londra, che vivono nelle vicinanze e vengono in città una volta ogni tanto. Conosco anche tante persone sui trenta, trentacinque anni che ancora condividono appartamenti, che vivono come studenti perché vogliono vivere a Londra, oppure devono stare a Londra per la loro arte o perché scrivono recensioni per delle riviste e devono andare alle inaugurazioni delle gallerie. Ma penso che quando le persone si sistemano e fanno figli, lasciare Londra è l’unica opzione. Cioè, il referendum EU domina il discorso pubblico al momento e sembra che la Gran Bretagna uscirà perché il messaggio per la Brexit è così semplice e il messaggio europeista è molto più complicato.

Qual è il messaggio semplice per Brexit?
Il messaggio semplice è “teniamo fuori gli immigrati” ed è sorprendente quante persone ci credono. Questo va oltre il punto, però hanno fatto un sondaggio a degli expat britannici in Spagna chiedendo quello che pensavano sulla Brexit e la maggior parte ha detto che volevano votare l’uscita per contrastare l’immigrazione.

Ok. Allora, stavamo parlando di come tu e il tuo socio Ben Eastham avete ideato The White Review, e in realtà, anche nel modo in cui hai sviluppato Fitzcarraldo Editions si percepisce che stai cercando di trasformare il mondo dell’editoria in quello dell’arte. In altre parole, il modello editoriale punta a essere un business su larga scala, mentre l’estetica di quello che stai cercando di fare con Fitzcarraldo è una cosa di nicchia per cose che di nicchia sono per natura. Correggimi se sbaglio.
No, no, no. È vero. La ragione per cui ho fondato Fitzcarraldo è che l’editoria britannica è incredibilmente conservatrice e gli editori non corrono rischi, traducendo quella che considero una scrittura ambiziosa e innovativa da altre lingue. Sono anche reattivi: piuttosto che prendere iniziativa, aspettano le proposte degli agenti. Non vanno a cercare gli autori nel modo in cui io sono costretto a fare, dato che pubblico dai margini. Un esempio a questo proposito è la straordinaria fortuna che ho avuto nel comprare i diritti per l’ultimo libro di Svetlana Alexievich prima che vincesse il Premio Nobel. Sono stato l’unico editore di lingua inglese a interessarsi a quel libro, l’unico a fare un’offerta. Poi lei ha vinto il Nobel e quindi ovviamente tutti hanno provato a comprare i diritti da me. È il genere di cose che succede nell’editoria britannica – la gente non ha idea di cosa sta succedendo e poi all’improvviso si vince un premio e tutti cercano di essere coinvolti.

Ma parlando di editoria come di una forma d’arte, come dici tu, be’… avrai letto L’impronta dell’editore di Roberto Calasso. È uscito da poco in inglese, forse un anno fa. Lui parla della sua casa editrice Adelphi e dell’idea che il catalogo è una grande opera d’arte e ogni libro acquisisce senso in relazione al resto e contribuisce al quadro generale. È una cosa in cui credo assolutamente ed è quello che sto cercando di fare con Fitzcarraldo. Non direi che sto cambiando le cose – sto seguendo un modello piuttosto classico, che sembra radicale adesso solo perché è così insolito in Gran Bretagna, dove la gente ha dimenticato che un tempo i libri si facevano così.

Mi piace. Parliamo della città. Come ti sembra vivere a Londra in un’epoca di grattacieli per i ricconi internazionali? Vengo spesso a Londra da turista, un po’ meno adesso, ma in generale di frequente, e mi piace la ricchezza che trasudano. Ma com’è stato vivere davvero lì negli ultimi 5 anni?
Sì, i grattacieli. Mmmm, la crescita in verticale di Londra è avvenuta molto molto velocemente, e credo sia successo in parallelo all’enorme flusso di ricchezza proveniente dal Medio Oriente e dalla Russia, da tutto il mondo in realtà. Ad essere sincero Londra è una città talmente grande che puoi vivere tutta la tua vita senza mai mettere piede nella City, come nel mio caso. Vedo i grattacieli in lontananza ma non vado mai in quella parte della città. Si parla molto del fatto che il suolo pubblico viene privatizzato dalle compagnie che possiedono i grattacieli. A Canary Wharf, ad esempio, c’è un’intera parte del quartiere, che è dove le banche HSBC e UBS e Credit Swisse hanno le loro sedi, pattugliata da una polizia privata. In questo quartiere hanno delle barriere, hanno guardie di sicurezza, hanno gente con le pistole che non è la polizia regolare. C’è stato un allarme terrorismo un paio di anni fa a Canary Wharf – non è stata la Polizia Metropolitana a intervenire per arrestare la persona, ma questi investigatori privati, mercenari pagati da un gruppo di banche che lavorano in quel quartiere.

A Canary Wharf c’è un’intera parte del quartiere pattugliata da una polizia privata. In questo quartiere hanno delle barriere, hanno guardie di sicurezza, hanno gente con le pistole che non è la polizia regolare.

Canary Wharf è il nuovo enorme quartiere riqualificato? Lo leggevo qualche anno fa.
Canary Wharf non è nuovo. La grandi torri di Canary Wharf – non mi ricordo come si chiamano, ma ce n’è una grande con una piramide in cima e una piccola che lampeggia ogni pochi minuti. Sono state costruite negli anni ’80. Canary Wharf è un centro finanziario da quel periodo.

Canary Wharf è anche dove si trova la O2 Arena?
Sì, è poco a nord. Il vero nome della O2 Arena è Millenium Dome, ed è stato costruito come punto di riferimento per segnare il passaggio nel ventunesimo secolo. E poi ovviamente ha subito un re-branding così come succede a molti altri edifici oggi. È una cosa che succede in Italia? Ad esempio, l’Arsenal Stadium: il suo nome originario era Ashburton Grove e hanno venduto la concessione agli Emirati Arabi per vent’anni, così adesso si chiama Emirates Stadium. Anche la O2 Arena, che nome stupido. Sta diventando sempre più come l’America, dove le corporation dominano tutti gli aspetti più banali della vita quotidiana. Dici “Oh, sto andando a un concerto alla O2 Arena”.

Sì, l’ho visto di recente al Primavera Sound Festival. Tutto era sponsorizzato ed era necessario che fosse così perché la città di Barcellona non poteva investire dei soldi e quindi hanno semplicemente permesso di usare lo spazio (Parc del Forum) per i concerti e garantito i trasporti pubblici 24 ore su 24. Ma tutto il resto era Heineken, RayBan, Adidas… sono partiti dal nulla e adesso sono costretti a passare dai brand. E non è tanto la pubblicità, non mi importa di quella. È che tende a diventare tutto spazio privato e non più pubblico. Questo è il vero risultato. Il nostro problema non è tanto venire bersagliati dalla pubblicità, quello è un problema minore, perché in un certo senso le cose ci piacciono. Il problema è quando lo spazio diventa privato. Hai visto l’adattamento cinematografico del libro di J.G. Ballard, Il condominio? Ha avuto successo in Gran Bretagna?
Sì, quel film è stato importante. Io però non l’ho visto, quindi non posso dirti niente. Ma la critica di Ballard alla città continua, in particolare con gente come Will Self, che scrive molto della sua esperienza quotidiana camminando in giro per Londra. Scrive questa rubrica su The New Statesman in cui recensisce catene di ristoranti. Va da Nando, o da Pret-à-Manger e poi scrive la rubrica usando parole molto complicate come “i panini con il pollo fritto”. È uno scherzo, ma visto che si tratta di Will Self, lo prende molto seriamente.

Il fatto che questo film sia uscito adesso deve avere un impatto… con tutto quello che sta succedendo nello sviluppo architettonico di Londra.
Scusa, l’articolo che ricordi di aver letto era sulla Battersea Power Station? Perché a quanto pare sta venendo riqualificata in un gigante centro commerciale. Al momento, passo davanti alla Power Station tutte le mattine in treno e hanno iniziato a smantellare i camini e a ristrutturarli. E a un certo punto sembrava che Roman Abramovich volesse comprare la Battersea Power Station e ricostruire lo stadio del Chelsea lì, ma non è successo. E più in generale, lungo la South Bank del fiume, in sostanza da Vauxhall, che è proprio in centro città dal lato opposto di Victoria, proprio vicino al Parlamento giù verso Putney, quindi a 3 o 4 miglia, negli ultimi 5/10 anni hanno costruito condomini di lusso, il tipo di grattacieli che ci sono anche sulla sponda di Williamsburg che si affaccia su Manhattan. Fa abbastanza paura: non hanno personalità. È solo acciaio e vetro luccicante.

E sono tutte costruzioni private?
Sì e non ho idea di chi viva in questi posti. È un’élite internazionale, un mondo così lontano da quello che conosciamo io e i londinesi che frequento.

Esattamente. Quindi stavo pensando, quando prima hai citato altre piccole città dove si stanno ritagliando delle scene per necessità, che tu sei a Londra, ma in realtà non sei a Londra. Stai guardando la città diventare una megalopoli. E questo ci ricollega al tema della Brexit: il modello che Londra sta seguendo è forse un modello dell’Estremo Oriente e non europeo. Quindi mi sembra che la questione della Brexit sia una sorta di (sto pensando a Tenero e violento, l’ultimo libro di Adam Thirlwell) tropicalizzazione della città. Londra è una nuova versione dell’Estremo Oriente, una megalopoli del Sud-est asiatico. Esteticamente parlando, sei meno europeo di un tempo perché le capitali europee non cambiano così in fretta, e quindi guardi a Singapore, Shanghai, Hangzhou per ispirazione. Ti suona?
Sì, e penso sia piuttosto terrificante. Andrebbe compensato con altre soluzioni. Londra è essenzialmente un insieme di villaggi e fuori dal centro le persone vivono in quartieri e stanno lì. E sono ancora tutti posti belli dove vivere anche se stanno diventando più costosi. Vivo in un quartiere che è cambiato molto da quando mi sono trasferito qui sei anni fa, a Peckham, Londra sud-est. È un po’ la classica storia di gentrificazione per cui gli artisti hanno iniziato a occupare dei posti qui dieci anni fa e poi i galleristi si sono trasferiti. E poi persone come me si sono trasferite dopo i galleristi e adesso c’è un baby café nella mia strada con un corridoio d’ingresso così largo che due carrozzine possono superarsi. C’è un ristorante italiano alla moda che è stato nominato tra i 10 migliori ristoranti di Londra su Time Out l’anno scorso. E prima c’erano solo artisti e comunità di ghanesi e nigeriani evangelici. Comunque, quello che volevo dire è che non sono solo i grattacieli, ma questo influsso di ricchezza sta spingendo fuori le persone e immagino sia simile a quello che vedi in Cina e a Singapore, dove i poveri vengono allontanati dai prezzi in aumento delle case. Ma queste cose succedono anche in Francia. A Parigi, la città è così segregata e rigida nelle sue dinamiche che è molto difficile per chi vive nelle periferie trasferirsi in città. Le divisioni sociali e di classe tra i vari quartieri sono fortissime. Londra è più integrata perché in centro c’è sempre stata anche l’edilizia popolare, insieme ai quartieri ricchi, eleganti. Quindi ad esempio a Notting Hill c’è Portobello Road e le strade incredibilmente ricche lì intorno con delle ville enormi, e poi trecento metri più in là ci sono dei complessi residenziali, le social housing a Landbroke Grove, i palazzoni a trenta piani di case economiche dove vivono persone ancora più povere. I loro figli, se andranno alla scuola pubblica, cresceranno con quelli che vengono dall’altro lato della strada. Quindi c’è ancora una certa diversità culturale a Londra che non trovi necessariamente in altre città europee come Parigi. Mi rendo conto che non sto rispondendo alla tua domanda, sulla tropicalizzazione di Londra e i grattacieli. È un’idea molto interessante, che Londra stia cambiando così brutalmente da seguire quel modello, ma non so come spiegarlo se non dicendo che hanno semplicemente aperto le chiuse.

Esteticamente parlando, sei meno europeo di un tempo perché le capitali europee non cambiano così in fretta, e quindi guardi a Singapore, Shanghai, Hangzhou per ispirazione.

Ma forse la natura finanziaria di Londra è così consolidata che se il potere finanziario si sposta dall’Europa, cambi l’estetica in un modo molto naturale. Se le persone con cui hai a che fare sono russi, cinesi e malesi.. Pensa al Leicester. Leicester è una grande storia, il titolo della Premier League al Leicester City è una grande storia: eppure, ero all’aeroporto di Bangkok a gennaio e c’era il negozio delle maglie del Leicester City perché il proprietario è lo stesso del centro commerciale dell’aeroporto. Quindi se i tuoi clienti vengono da questi posti devi adattare la tua estetica, e penso sia un processo naturale. Per questo Londra mi sembra sempre meno europea.
Sì, probabilmente hai ragione. Cioè, dalla mia prospettiva e da quella delle persone con cui esco la maggior parte del tempo – che lavorano nelle arti, sono scrittori, ecc – la storia di Londra è intimamente legata alla politica nazionale. Dal 2010, quando Cameron è diventato Primo Ministro nella coalizione con i Democratici Liberali, quello è stato un momento importante perché improvvisamente i conservatori sono tornati al potere dopo 13 anni di governo laburista e si sono predisposti a completare il lavoro ideologico iniziato da Margaret Thatcher e Ronald Regan negli anni ’80 di privatizzare tutto, di liberarsi del welfare state, di privatizzare l’educazione, il sistema sanitario, ecc… E quindi, sì, lo sviluppo di una città più incline alla finanzia o di una città dominata da costruzioni di vetro e acciaio, da queste corporation anonime, ecc… Immagino si accompagni naturalmente a quel tipo di ideologia.

Quello che mi spaventa è che ogni paese “civilizzato” possa diventare come il Sud Africa, dove non c’è la percezione di avere uno spazio pubblico. Ho guidato attraverso il Sud Africa e i parchi nazionali – dopo Cape Town, che ovviamente era una città estremamente segregata, una volta che esci dalla città non ci sono più spazi pubblici. Tutti i bianchi vivono in dei complessi residenziali e si auto-segregano in un certo senso, e le città non sono spazi comuni. Usavamo Google Maps per trovare una città dove comprare acqua e spuntini, andavamo lì e solo i poveri vivevano in quella città e andavano al supermercato. Non c’era un bianco. O per esempio un mio amico vive in uno di quei progetti edilizi di Berlusconi, un complesso fuori Milano che si chiama “Milano 3” che è lontano, suburbano e completamente astratto. Le persone lì si abituano a non avere diversità intorno a loro. Quindi non vuoi uno spazio pubblico perché uno spazio pubblico fa paura. E penso che sia questo il problema più grande che dobbiamo affrontare. Be’, il problema principale sono gli stipendi, il lavoro e la fine del lavoro, ma l’altro grande problema è la perdita di spazi pubblici.
Sì, ho un esempio molto semplice. A circa 300 metri da dove lavoro, a Knightsbridge, c’è un complesso di appartamenti super lussuosi, e circa sei mesi fa stavo aspettando un mio amico, dovevamo vederci a bere qualcosa, e mi sono seduto su un muretto. È sulla strada, in pieno centro di Londra ed è semplicemente un muretto che segna l’inizio di un vialetto d’accesso dove le persone lasciano la macchina perché un autista la prenda e la parcheggi per loro. Ero seduto su questo muretto e due custodi mi hanno detto “Non puoi sederti qui, questa è proprietà privata”. È nel centro della città, se fossi stato seduto dieci centimetri più in là sarei stato seduto sul marciapiede che è suolo pubblico. Ma il fatto che loro ti dicano che non puoi sederti lì, che in qualche modo questo può macchiare la proprietà, o il brand, o quello che è, è spaventoso.

Sì, specialmente perché succede nel centro della città. Perché quando si tratta di periferie, ci siamo già abituati al fatto che le persone si vogliano auto-segregare dal centro città. E in un certo senso lo accetti perché non tocca più di tanto chi vive in città. Ma quando inizia a succedere in centro città, sembra proprio di essere, boh, in Hunger Games.

 

Traduzione di Alessandra Castellazzi.