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Casacche d’Italia

Guida alle più belle (o strane) magliette di calcio della serie A.

 

Una delle più famose foto di George Best ritrae il campione irlandese in piedi, a braccia conserte, davanti al suo negozio di abbigliamento, in Bridge Street, nella grigia e industriale città di Manchester. Se quella foto è diventata così popolare, il merito non è solo della bella patina smaccatamente anni ’70: per certi versi infatti, quella foto segna il definitivo ingresso del calcio nell’industria della moda – e viceversa. Lo stesso scatto è poi anche la copertina di un libro di Paolo Hewitt e Mark Baxter, The Fashion of Football, che accompagnato da una incredibile collezione di immagini inedite attraversa la storia del calcio alla ricerca di connessioni che vanno da aneddoti più ricercati – tipo i campioni del Chelsea che saccheggiavano le boutique di King’s Road – a fatti di acclamata notorietà, come l’impatto della calamità Beckham sul calcio mondiale.

Si riscoprono così le fondamenta del rapporto tra fashion e football: la nascita della televisione a colori è il primo grande salto in avanti nella passione per la maglia di calcio intesa come vezzo estetico: sono in particolare gli anni ’70 che ne solidificano l’idea estetica, che la abbelliscono, rendendola oggetto del desiderio dei tifosi. Sul finire degli anni ’80 poi, il boom. Ed è un boom che vede coinvolta, per forza di cose, la nostra Serie A: le squadre più forti e i campioni più amati, da Maradona a Platini, arrivano tutti da qui, dalla Juventus, dal Milan, dall’Inter e via a seguire. L’Inghilterra spia ogni pomeriggio il calcio italiano (e la sua estetica) dalla finestra di Football Italia, piccola chicca condotta da James Richardson in onda per più di 10 anni su Channel 4. E così avanti fino agli anni 2000. Poi forse qualcosa si inceppa, altri sport più “esotici” (un nome a caso: NBA) fanno la loro comparsa in Europa prendendosi una grossa fetta di pubblico, in particolare giovane. Negli ultimi due anni però il trend pare essersi invertito: il calcio sembra tornato a essere “cool” e le case di moda hanno ripreso a produrre e vestire accessori direttamente o indirettamente collegati alla tradizione calcistica. E le maglie, ovviamente, la fanno da padroni.

Di “maglie belle™” d’altronde, è piena la storia della Serie A. Come individuare quindi le migliori, quelle che hanno la maggiore probabilità di essere venerate come oggetto di culto fashionista? Per rispondere, ho provato a suddividere la storia delle magliette della Serie A in quattro macro-gruppi: Maglie storiche, che diventano quindi inevitabilmente belle. Maglie pazze, quasi tutte figlie degli anni ’90 che, con tutta la retromania del caso, si inseriscono nel filone “moda 2017”. Nuove certezze, perché non si vive di soli ricordi e soprattutto perché le ultimissime stagioni sono tornate a produrre pezzi interessanti. E poi c’è l’ultimo gruppo, Maglie straordinariamente belle, quelle cioè da poter e dover essere inserite per forza in ogni classifica che si rispetti.

1. Maglie storiche
Sampdoria, maglia dello scudetto 1991

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Qualche mese fa la rivista francese So Foot ha pubblicato i risultati di un sondaggio tra i famosi “addetti ai lavori” sulla maglia più bella della storia del calcio. Quella della Sampdoria nell’anno dello storico scudetto è finita seconda in classifica, dietro solo alla Xeneizes del Boca Juniors, club argentino fondato, toh, da emigranti liguri. La maglia di quell’anno è un concentrato di classicismo e post-modernismo applicati al calcio. Lo scudetto posto sulla manica, il collo quasi a V insieme al colletto modello polo, e la storica banda centrale in bianco rosso e nero consegnano quella divisa agli annali.

Non che quella fabbricata da Asics fosse poi troppo diversa da qualunque altra maglia della Samp, ma la cristallizzazione del momento di massimo splendore del club, sorretto dalle gesta di una delle coppie di attaccanti più forti della storia del calcio italiano (Mancini & Vialli), fa sì che il metro di paragone per ogni maglietta doriana resterà sempre quello del 1991.

Napoli, maglia Maradona 1990

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Napoli è una città dove l’iconografia potrebbe tranquillamente essere applicata a qualsiasi cosa. Figuriamoci al calcio. E così, accanto alle centinaia di migliaia di immagini raffiguranti i volti dei santi, per le vie del capoluogo campano è davvero semplice imbattersi nelle rappresentazioni di Diego Armando Maradona. In un piccolo bar nel cuore del Centro Storico si trova l’edicola votiva di D10s, un piccolo altarino in un cui viene custodito il capello magico del campione argentino. La storia in breve: il proprietario di quel bar una volta ha la fortuna di prendere lo stesso volo del Napoli quando, al momento di scendere dall’aereo, intravede una piccola ciocca di capelli di Diego: la prende e la conserva.

Sono le stagioni a cavallo tra il primo e il secondo scudetto, quando Mars rimpiazza Buitoni come sponsor del Napoli sulle maglie prodotte dalla storica, ma oramai defunta, NR. La maglia “Mars” del Napoli diventa allora quella della consapevolezza, di una città che si riscopre potente oltre che poetica, almeno fino a quando il sogno non finisce.

Hellas Verona, maglia del 1984

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adidas (tutto minuscolo) è uno dei brand che maggiormente ha contribuito alla nascita del mito delle magliette da calcio. Creato nel 1949 da Adolf Dassler (affettuosamente chiamato Adi, da cui adi-das), le tre strisce sono dapprima entrate a far parte delle calzature dei calciatori per poi installarsi in pianta stabile nell’apparel.

Nel 1984 adidas veste una delle più incredibili imprese nella storia della Serie A: l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vince lo Scudetto. E lo fa indossando una maglia che è un elogio perpetuo dell’eleganza. Il piccolo logo adidas original, lo scudetto minimal degli scaligeri, collo a V e gessato in giallo ocra. Nessun tessuto acrilico, nessuna esagerazione, questa tee è l’esemplificazione del miracolo, sportivo e stilistico.

2. Maglie pazze
Fiorentina, maglia con sponsor 7up 1992/1993

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Il mondo delle magliette da calcio viene letteralmente rivoluzionato dall’introduzione degli sponsor, prima quello tecnico (il brand che produce materialmente la maglia) e poi di quello più propriamente detto. Neal Head – l’autore di un enciclopedico libro sulle maglie da calcio, A Lover’s Guide – una volta mi disse che l’aggiunta del logo dello sponsor aveva reso alcune magliette realmente iconiche, ma che quella del matching e degli equilibri tra le parti è una sfida a volte titanica, che viene ancora troppo sottovalutata dalla maggior parte delle squadre. Mi raccontò anche un aneddoto secondo cui gran parte dei collezionisti inglesi erano convinti che lo sponsor Fiorucci presente sulle maglie dell’Inter agli inizi degli anni ’90 fosse quello del noto brand di moda: capirete la delusione una volta scoperta la verità…

Un caso che notoriamente si cita come “di successo” è comunque quello della Fiorentina. Sin dalle prime apparizioni degli sponsor in Serie A – che nel periodo proibizionista venivano mascherati come “abbinamento” – la Fiorentina ha sfoggiato degli sponsor che, per estetica, si incastravano benissimo con la già bella silhouette viola. J.D. Farrow’s fu il primo, ma tra i più iconici c’è senz’altro quello Nintendo sulla divisa realizzata da FILA, un concentrato di 90s edulcorato dalla presenza di Batistuta e Rui Costa. Il Re Leone però ha indossato anche un’altra, pazza, divisa: si tratta della seconda maglia da trasferta della stagione 1992/93, con un inedito sponsor 7up e una fantasia che era più facile ritrovare in Premier League che in Italia. Su questa divisa nacque addirittura una controversia: le greche che disegnavano il pattern nella parte superiore della maglietta (Lotto) formavano involontariamente decine di piccole svastiche. Un lettore dell’Unità se ne accorse e il caso assunse proporzioni tali da portare alla sospensione della fabbricazione e adozione di quella divisa.

Roma, maglia casa 1979/80

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L’universo calcistico italiano è costellato da decine e decine di vecchi brand di sportswear caduti  in disgrazia. Abbiamo già accennato alla produzione FILA delle maglie viola, così come della NR, marchio che sul finire degli anni ’80 vestì praticamente mezza Serie A e che oggi non esiste più. Defezione importante fu anche quella della Champions e, andando un po’ più indietro negli anni, quella della Pouchain.

Ecco, la Pouchain è una casa di abbigliamento sportivo fondata da Maurizio Puchain nella seconda metà dei ’70 e che si ritrovò a vestire la Roma. La maglia del 1978 è una delle più particolari (e simboliche) della storia giallorossa: venne disegnata insieme a Piero Gratton, lo storico ideatore del lupetto che resterà per sempre nei cuori dei tifosi giallorossi. Lo stesso Gratton raccontò che Pouchain balzò sulla scena dello sportswear in maniera quasi casuale – occupandosi storicamente di restauro di monumenti – e per certi versi la rivoluzionò, producendo una delle prime maglie prettamente orientate al mercato della storia, in un rosso molto acceso che non verrà mia più replicato. La maglia da trasferta di quell’anno, inoltre, passerà alla storia come la maglia “ghiacciolo”, per lo sfondo bianco e le sfumature di rosso e giallo sulle spalle.

Juventus, terza maglia 1998/99

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Un po’ come succede per la moda – anzi, più di quanto succeda per la moda – il design delle maglie da calcio è un continuo gioco di ripescaggi storici, di ispirazioni a modelli vintage e particolarmente graditi ai tifosi che si vanno a mescolare con le influenze del momento. È, in un certo qual senso, successo anche quest’anno con la terza maglia della Juventus, quella con le maniche zebrate disegnata da adidas e che ha riscosso i favori di tutta la critica specializzata.

La scelta infatti – così come per la seconda maglia blu – può essere interpretata come un omaggio alla terza maglia del biennio 1998/2000, realizzata da Kappa e completata dallo sponsor D+. La maglia – usata veramente col contagocce – portava lo stemma juventino sulla manica, incastonato all’interno di una stella nera dal design pressoché identico a quella blu dell’ultima Champions League. È praticamente una maglia fantasma e che in diversi blog juventini viene bollata come “pacchiana”. Eppure ha un fascino davvero particolare, che unito al fatto che spesso e volentieri nel 1998 in tanti neanche la conoscessero, la rende una sorta di unicum nella storia bianconera.

3. Nuove certezze
Parma, maglia trasferta 2016/17

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Il discorso appena fatto per la Juventus vale ancora di più quando a essere omaggiata – anzi, rivisitata – è la maglia del periodo più splendente della storia del club. E se parli di Parma, quel periodo non può che essere quello della generazione dorata: Buffon, Cannavano, Thuram, Veron, Chiesa, Crespo, erano solo alcuni dei grandissimi fuoriclasse che hanno vestito i colori di quella piccola città arrivata fin sul tetto dell’allora Coppa Uefa.

È il 1998 e il Parma, forte della sua sponsorizzazione Parmalat, indossa una maglia – prodotta da Lotto – che per anni rimarrà come un sogno lucido per i suoi tifosi: sfondo giallo, righe orizzontali blu. La triste storia recente del club e della città, che mai hanno superato il crack Parmalat, hanno ritrovato un briciolo di luce lo scorso anno, con il ritorno tra i professionisti. L’errea ha allora deciso di riproporre quelle divise, seppur a colori invertiti, per cercare di rianimare le sorti del club. La completa un bello sponsor, AON, e la vizia il secondo sponsor, quel “Folletto” che un po’ stona con i toni futuristici dati alla divisa, ma che non ne intacca il valore stilistico, men che meno quello storico.

Milan, prima maglia 2015/16

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Il mestiere dei designer di maglie da calcio deve essere cambiato davvero tanto negli ultimi anni. Alla sovraesposizione mediatica del gioco si sono aggiunti i social network, i mille siti specializzati, e i post che analizzano una maglietta in tutte le sue fattezze. Tutto questo si è tradotto in una soddisfazione sempre minore dei consumatori che, sommata alla dilagante nostalgia in campo calcistico, ha reso sempre più comuni i commenti del tipo “sì, bella, però…”.

C’era un però anche nella maglietta realizzata da adidas per il Milan lo scorso anno. Nonostante il ritorno alle 9 strisce (5 nere e 4 rosse) l’utilizzo dello scudo bianco con la croce di San Giorgio (a cui tutti i milanisti sono molto affezionati – o almeno scommetterei su questo) la silhouette indiscutibilmente elegante e la bella trovata dell’assenza del bordo manica, il però in questione riguarda il colore delle 3 strisce: grigie. Sarebbero state più adatte in bianco? In nero? Forse sì, ma nonostante i commenti esagerati in una direzione o nell’altra, questa rimane una delle più belle maglie realizzate negli ultimi anni. 

4. Maglie straordinariamente belle
(Premessa: qualche settimana fa aveva cominciato a girare la voce di un presunto accordo tra il Napoli e Umbro per il ritorno del “diamante inglese” sulle maglie partenopee a partire dall’anno scorso. Non c’è nulla di ufficiale, a quanto ne so, ma le sole voci sono bastate ai tifosi del Napoli per continuare a sperare. Questo perché Umbro rappresenta, in breve, l’essenza stessa dello sportswear, in particolare se declinato al calcio. Sul suo sito web, si può leggere l’orgogliosa definizione di “biggest sportswear brand in the world”, un pregio che si aggiunge al titolo di antichissimo brand e storico innovatore in campo calcistico. È stata la Umbro a introdurre per prima al mondo i kit in formato replica, e quindi, in un certo senso, la prima a permettere la commercializzazione delle maglie da calcio. E poi c’è tutto il discorso legato all’estetica Umbro, legata da sempre a quella inglese, alla terrace culture e allo stile casual. Tutto ciò insomma, da cui eravamo partiti. È giusto quindi concludere con due divise Umbro, insomma: con due divise belle).

Lazio, maglia home 1995/96

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Ci sono tante ragioni per cui i tifosi laziali dovrebbero essere affezionati a questa maglia, che nella sua versione away presentava il più classico dei template Umbro, che contraddistinse gli anni ’90 di altre gloriose squadre (nazionale brasiliana e Ajax su tutte). Certo per apprezzarla si dovrebbe essere inseriti in quel contesto storico, in quegli anni, quelli dell’ascesa di Nesta, l’ultimo grande capitano biancoceleste, e di Paul “Gazza” Gascoigne, il genio inglese eletto dalla compagnia di Cheadle a “Face of England”.

Inter, maglia europea 1997/98

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La magia del calcio riesce a installarti alcuni ricordi indelebilmente abbinati ad immagini, a piccoli gesti che restano espressione di una singola cosa. Il doppio passo di Ronaldo su Marchegiani, nella finale Uefa tutta italiana del 1997/98, rievoca immediatamente una delle più belle e particolari maglie della storia del calcio.

Erano gli anni in cui il calcio stava per essere catapultato nel calderone mediatico degli anni 2000, trainato dal ciclone Ronaldo, che stava consegnando a Nike un’eredità di cui ancora oggi il brand americano beneficia. La maglia Umbro però aveva il sapore delle notti europee e il fascino discreto di qualcosa di riservato, di unico. E poi era bella, indiscutibilmente bella.

 

In collaborazione con NSS Sports.