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Anglocalypto

Viaggio nel 2024: quando Lisbona, Palermo e Tirana sostituirono Londra e New York.

 

Prove tecniche di futuro in tempi di Brexit. Clinton alla Casa Bianca. La Gran Bretagna fuori dall’UE. Boris Johnson che ci ripensa e finisce al n. 10 di Downing Street. La fine della cultura anglosassone così come la conosciamo si sta avvicinando in fretta. Non tutto è da rimpiangere. Dalla putrefazione possono nascere nuove culture. E i Paesi mediterranei potrebbero diventare le nuove terre promesse. Una simulazione terrificante ed estasiata.

PRIMO BECCHINO: Non riuscite a dirlo? Ogni cretino riesce a dirlo; fu il giorno preciso che nacque il giovane Amleto – quello che è pazzo e l’hanno spedito in Inghilterra.
AMLETO: Sì, per la Madonna, perché l’hanno spedito in Inghilterra?
PRIMO BECCHINO: Eh, perché era pazzo. Laggiù ritroverà la ragione, o se no, laggiù non fa differenza.
AMLETO: Perché?
PRIMO BECCHINO: Non lo noteranno laggiù; laggiù gli uomini sono pazzi come lui.
-William Shakespeare

Il caicco strabordante di turisti inglesi lasciò il porto di Valona così com’era arrivato: vomitando lunghe scie di Red Bull mista a vodka, con un cupo pulsare di bassi sparati a tutto volume, mentre un intreccio sonnolento di braccia e gambe riposava sulla plancia del battello. Barcollando tra bicchieri di plastica che rotolavano in acqua e poltiglie di cibo digerito male, due ragazze arrivarono fino a poppa. Sventolando i loro reggiseni fosforescenti, esibendo vistose ustioni paonazze, salutarono la piccola folla riunita a riva.

Una scena abituale sulle coste dell’Albanian Riviera: dunque nessuno scandalo. Nei primi anni Dieci, quando la sterlina andava forte, quei carichi di ubriaconi sudaticci rappresentavano una fonte di reddito importante per le famiglie locali. E un motivo di curiosità antropologica per parte della borghesia locale. Ma nel 2024, con il pound svalutato di oltre il 50% rispetto a un decennio prima, e la Gran Bretagna espulsa dall’Unione Europea, quei corpi rappresentavano quasi un fastidio, un motivo di imbarazzo. La working class inglese si riduceva a beduine puntate in Albania, fugaci apparizioni a base di booze and chicks dal riflusso di stomaco facile; le vacanze dei poveri insomma, mentre la borghesia istruita e specializzata si era già trovata il suo posto al sole nelle dorate montagne dell’Epiro e in altri eremi felici del Mediterraneo orientale. Quelli, per i “terroni d’Europa” d’un tempo, adesso erano solo trash makers, creatori di monnezza. Ma la colpa principale di quei turisti, secondo gli intellettuali più crudeli di Tirana, che li guardavano con una punta di razzismo, era quella di essere i rappresentanti di una civiltà in declino e senza possibilità di redenzione.

Nei circoli di pensatori liberi di Palermo e Barcellona da tempo circolava una domanda: “Come giudicare i giudicanti?”, che si riferiva alla necessità di mettere in discussione il primato culturale dell’ex Impero britannico.

La cultura anglofona stava vivendo in quel periodo il suo Kali Yuga, il quarto ed ultimo stadio del mondo secondo le antiche scritture induiste; l’età oscura del ferro e del vizio, di conflitti crescenti e di ignoranza diffusa. Nei circoli di pensatori liberi di Palermo e Barcellona da tempo circolava una domanda: “Come giudicare i giudicanti?”, che si riferiva alla necessità di mettere in discussione il primato culturale dell’ex Impero britannico. La critica al neoliberismo era stata a lungo ridicolizzata, ma venne il tempo in cui anche nelle riviste più disinvolte e positiviste si fece largo il dubbio. “E se fosse proprio l’universo culturale delle due coste a Nord dell’Atlantico, e non quello del Sud Europa, ad essere superato?”, era il senso del dibattito, che creò solidarietà inaspettate e coinvolse numerosi economisti di rilievo.

Una serie di colpi durissimi aveva demolito il castello della superiorità morale anglosassone. In Gran Bretagna la vittoria del Brexit nel 2016 aveva legittimato, con un larghissimo voto popolare, l’odio nei confronti del diverso e di un’idea cosmopolita di Europa, aprendo la strada alla costruzione di nuove frontiere con la Scozia e l’Irlanda del Nord, che presto chiesero e ottennero nuovi referendum per separarsi dal Regno. La campagna per il “Leave”, del resto, aveva lasciato un tale strascico di aggressività e razzismo che le comunità etniche si organizzarono con le proprie ronde di autodifesa private.

Il governo dei Tory fu spinto a tagliare drasticamente la spesa sociale per l’integrazione e a moltiplicare i controlli sul background sociale dei richiedenti cittadinanza. Nel 2020 l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, aveva infine vinto le elezioni promettendo un referendum per la reintroduzione della pena di morte. Il variegato mondo della sinistra britannica, naturalmente, si divise: nacquero così i “JusticeBros” (contrari) e “ReadyForHer” (il riferimento era alla Morte), secondo i quali costringere le vittime al perdono era una forma di micro-aggressione, e in ogni caso il rancore popolare andava compreso e rispettato.

Negli Stati Uniti, l’elezione di Hillary Clinton alla Casa Bianca aveva scongiurato il rischio del ditino di Donald Trump sui codici nucleari, ma anche decretato la fine di ogni speranza di rinnovamento nella classe politica, e il trionfo definitivo dell’establishment finanziario sulla mobilitazione del basso, con un centro neoliberista e aggressivamente interventista in politica estera convalidato come unica alternativa ad una destra etnocentrica e bigotta. Gli attivisti radical erano nel frattempo paralizzati, come scrisse Adolph Reed Jr., da una ossessiva ricerca di purezza, da una diatriba sull’appropriazione culturale che era più feroce caccia alle streghe che volontà di mestizaje – al contrario del radicalismo mediterraneo, che ritornò, nomen omen, alle radici di un secolare sincretismo etnico e iconografico. Questo si accompagnava alla sensazione che la stabilità sociale risiedesse in una forma subdola e tossica di Consenso Bipartisan: un eterno ritorno dell’Eguale, in cui le piccole riforme di carattere sociale non lasciavano spazio ad una reale emancipazione.

Il declino della classe media – con un costo della vita sempre crescente, salari stagnanti e una disoccupazione ormai stabilizzata su livelli impensabilmente alti rispetto all’epoca pre-crisi del 2008 – giocò ovviamente un ruolo fondamentale nell’Anglocalypto.

Certo, megalopoli come Londra o New York, Manchester o Los Angeles furono ancora a lungo il Bengodi per milioni di migranti e laureati di lusso. La speranza di potervi trovare un sistema meritocratico più giusto – né castale né religioso – e un più generale senso di accettazione era ancora vivida e forte. Ma il problema era che sempre più persone iniziarono a chiedersi se quelle città non fossero solo esageratamente competitive e costose – questo era fin troppo ovvio – ma se non fossero anche sopravvalutate, mediocri ed infelici.

Gli abitanti delle grandi capitali imperiali – nonostante salari decisamente superiori alle media – riportavano percentuali di insoddisfazione doppie rispetto al resto dei loro Paesi. Quando qualcuno parlava di “vivacità” della Grande Mela o della capitale inglese, in realtà si riferiva a porzioni decisamente limitate di spazio, misurate e controllate e mercantilizzate in ogni centimetro quadro, mentre la media borghesia e i poveri erano sempre più costretti nelle vastità anonime della periferia. Il fatto è che la cultura anglosassone era stata per molti anni oggetto di mistificazione sistematica, ed esaltazione quasi scientifica. Le riviste culturali, costrette dagli sponsor a targettizzare un pubblico sempre più facoltoso, pubblicavano “Top 10” di ristoranti e divertimenti sempre meno alla portata della middle class. La quale, dopo sfibranti e depressive commute, si rintanava nelle maratone solitarie sul divano a base di Netflix e bicchieri di vino economico.

La bruttezza delle città anglosassoni era irrisolvibile: difficile restituire alla dimensione umana ciò che era stato trasformato, a tutti gli effetti, in una Dubai sull’Hudson o sul Tamigi.

Se le grandi città costiere del Mediterraneo erano gemme architettoniche violentate da speculazioni edilizie, impoverite dalla crisi economica o sovraffollate di disoccupati, e nonostante ciò in possesso di un potenziale di rinascita, la bruttezza delle città anglosassoni era irrisolvibile: difficile restituire alla dimensione umana ciò che era stato trasformato, a tutti gli effetti, in una Dubai sull’Hudson o sul Tamigi. Il collasso era stato lungamente avvertito da chi viveva quei mondi da dentro, in tutto il loro squallore, ma ignorato dai pochi commentatori che contavano davvero nel sistema mediatico. Le città imperiali funzionavano per i giovani professionisti che volevano rimpolpare il loro CV, e per chi cercava connessioni randagie prima di accoppiarsi stabilmente per dividere le spese, procreare e spostarsi altrove. Tutti gli altri si sentivano soggiogati da una bruttezza dalla quale si vergognavano di fuggire.

Non tutti si arresero, però. Furono decina di migliaia gli expat che dagli Stati Uniti o l’Inghilterra si trasferirono, anno dopo anno, nella cintura assolata che andava da Lisbona a Tirana, passando per Cinisi, Lampedusa e il Metaponto, e secondo alcuni s’allungava mentalmente alle isole dell’Egeo fino ai villaggi sul Mar Nero. Essere parte del sistema economico anglofono senza viverci: questo era l’ideale. E così luoghi meravigliosi e talvolta senza speranza come Palermo o Izmir s’organizzarono per attrarre, in grossi grappoli, lavoratori remoti a lungo termine: gli importatori di reddito, i knowledge workers con cui bilanciare il turismo stagionale.

L’operazione ovviamente non fu al riparo dalle critiche: la gentrificazione di aree un tempo anarcoidi fu inevitabile. Ma per molti schiavizzati dalla religione del lavoro, rinunciare al pendolarismo depressivo e ricongiungersi al consortio humani generis fu già, di per sé, un’utopia realizzata. Parlando del “prezzo psicologico” di lasciare Londra, Simon Kuper sul Financial Times spiegò: “Dovrai rinunciare alla fantasia di vivere nella corsia di sorpasso del mondo. O per lo meno in sua prossimità. Ma la partenza migliorerà istantaneamente la qualità della tua vita, e non preoccuparti di sentire la mancanza dei tuoi amici londinesi: tanto li vedevi comunque raramente”.

Samuel Huntington, nel suo libro “Lo scontro di civiltà” osservò che “all’inizio del XX secolo gli intellettuali cinesi, parafrasando inconsapevolmente Weber, identificarono nel confucianesimo l’origine dell’arretratezza cinese”. E tuttavia, “a fine secolo, i leader cinesi, parafrasando i sociologi occidentali, celebravano il confucianesimo come fonte del loro progresso”. Seguendo una parabola simile, i Paesi mediterranei del secolo successivo impararono a identificare nella cultura anglosassone le vere radici del crepuscolo, e nell’estensione a Sud dei confini d’Europa l’unica possibilità di salvezza.