Foto: Fuani Marino.
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Zoosafari alla pugliese

A Fasano, in provincia di Brindisi, passeggiando in macchina tra animali in caserma.

 

Varchiamo la soglia dello Zoosafari in una giornata tersa. Non siamo in Africa, come suggerirebbe il nome esotico del parco, ma a Fasano, nel brindisino, patria di trulli e muretti a secco e, più nello specifico, in un’area faunistica di centoquaranta ettari da visitare rigorosamente in macchina, per un Camel Trophy su comodo asfalto e a bordo della propria auto.

Inaugurato oltre quarant’anni fa in piena zona delle murge, lo Zoosafari rappresenta una delle tappe obbligate italiane – insieme a Gardaland e all’acquario di Genova, ma questa è forse l’unica al sud – per famiglie con bambini al seguito. Ebbene sì, ci siamo cascati anche stavolta, incuriositi dal fatto che qui, a differenza di uno zoo qualsiasi, si assiste come a uno scambio di ruoli: non è il bambino a cercare d’infilare le mani nella gabbia per lambire o dare noccioline, ma l’animale che irrompe col muso attraverso il finestrino, prestandosi a un incontro ravvicinato che svela zanne prominenti e lingue violacee.

 

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Mentre mia figlia urla che schifo quando un lama ci fa da lavavetri, e la signora della macchina davanti cerca di farsi un selfie guancia a guancia con la giraffa, non posso fare a meno di chiedermi se non sarebbe stato meglio ammirare questi animali in foto o in un documentario National Geographic – che, in compenso, firma tutti i peluche del punto gadget.

Ma forse no, perché “rispecchiarsi negli occhi di un orango equivale a un viaggio nel tempo lungo millenni”. Lo scrive John Berger, il critico britannico recentemente scomparso, nel saggio Perché guardiamo gli animali? (Il Saggiatore) dedicato a come riscoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi. Una volta che ci siamo, dovremmo sforzarci semplicemente di apprezzare “la beata inconsapevolezza di questa comunità senza parole” come faceva Rembrandt Bugatti, lo scultore animalista di cui racconta Edgardo Franzosini in Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi). Bugatti trascorreva le sue giornate nei giardini zoologici a osservare narici umide e mantelli splendenti da cui trarre ispirazione per le sue opere. Quando durante la prima guerra mondiale, di fronte alla minaccia dei bombardamenti tedeschi, le autorità del Belgio decisero di sterminare tutte le bestie dello zoo, non resse il colpo e si suicidò.

 

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Penso a lui attraversando i diversi settori, che si dividono fra quelli in cui è consentito tenere i finestrini abbassati e quelli in cui decisamente no: a ricordarlo ci pensano continui cartelli con divieti a caratteri cubitali, perché il pericolo che stiamo attraversando è parte integrante dello show. In verità non sembra ci sia molto di cui avere paura: ghepardi tanto mansueti da sembrare san bernardo, elefanti dalle zanne monche, rinoceronti malconci… L’animale qui non è spettacolarizzato, non ci sono tigri che attraversano cerchi di fuoco ma, tornando a Franzosini, sono senza dubbio “bestie a cui è stato tolto il piacere del sangue, il gusto di sbranare”.

La vista dei leoni che sonnecchiano all’ombra degli ulivi mi fa pensare alle zebre fuori contesto di Paola Pivi, che l’artista ritrae sullo sfondo di paesaggi innevati. Forse, invece che in un luogo che si sforza (inutilmente) di assomigliare al loro habitat, ha più senso guardare gli animali in una sala museale che diventa stalla – come nel caso dei celebri dodici cavalli di Jannis Kounellis – o in teche piene di formaldeide come insegna Damien Hirst. Questo bestiario, anche se libero da sbarre, è pur sempre strumentalizzato, e a farlo siamo stati noi, pubblico pagante.

 

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Mi consola pensare che anche un’opera d’arte vivente come la marchesa Luisa Casati Stampa, usava ospitare nei suoi giardini un serraglio di animali esotici come manifesto della sua stravaganza nonché passeggiare per la strada con un leopardo al guinzaglio. O che molti guardiani di parchi e zoo preferiscono non dare un nome agli animali, considerandolo un vezzo, un tentativo inutile di umanizzare le bestie.

Non è dello stesso avviso Carmine, che a Fasano è addetto alla cura degli scimpanzé. Lui, addirittura, ribattezza ogni volta con nomi cristiani i diversi esemplari che arrivano: ha fatto così anche con Caterina, Veronica e Daniela, che ci aspettano sull’isolotto dove arriviamo a bordo di un battello, e a cui lancia pezzi di banane e carote come se fossero cagnolini. Ci racconta che fino a qualche anno fa le scimmie erano libere, ma smontavano gli specchietti e si accalcavano sulle auto creando problemi di sicurezza, così si è scelto di riservare loro delle zone recintate o circondate da specchi d’acqua.

 

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Al punto ristoro, intanto, si spacciano safari menu – con crocchette di pollo a forma di animale – ma la verità è che qui del safari c’è davvero molto poco. Sarà per i cancelli automatici sorvegliati, per il percorso obbligato o a causa delle gabbie che circondano i tronchi degli alberi, ma ho più la sensazione di essere in un lager, in una caserma, o nel perimetro di una zona militare. Lo zoosafari punta a offrire una visita immersiva: talmente immersiva che, quando sali sul metrozoo, il trenino fatto di grate che si muove su binari gialli, finisci per sentirti un animale in gabbia anche tu.

 

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Foto dell’autore.