Immagine: Walter Moers/zamonien.de
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Zamonia, dove vivono gli Orsi Blu

Comica, surreale, bellissima: un viaggio nella terra di confine partorita dalla fantasia di Walter Moers.

 

Qualche tempo fa, proprio qui, Simone Laudiero entrava a gamba tesa nell’argomento “città immaginarie” elevando la Ankh-Mopork di Terry Pratchett a Regina di tutte le metropoli fantastiche. Non mi sento di sfidarne il primato e infatti oggi non vi parlo di una città, ma di un intero continente: la Zamonia di Walter Moers. Concepita ne Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu, Zamonia è una piccola gemma in cui fantasy e umorismo si prendono per mano e fanno una gran pernacchia ai canoni di genere. Non è una città, come dicevo, ma, come a questo punto immaginerete, ha comunque qualcosa in comune con Ankh-Mopork.

Oltre alle Tredici vite, Moers ha ambientato a Zamonia altri cinque romanzi; se confrontati con i settantaerotti di Pratchett, non c’è da stupirsi che, in Italia, Moers sia persino meno noto del barbuto Inglese: se fossi anti-Europeista ne gioirei, perché Moers è crucco e dunque gloria al mancato espatrio dei capitali, il nerd che è in me, invece, piange per tutti gli ex-adolescenti che non hanno mai scoperto questa perla e offre qui una chance di rifarsi.  Come dite? Conoscete già Zamonia? Allora addentate con me questa madeleine, amici, e insieme torniamo, per un momento, a essere quindicenni bibliofili.

Il lungo viaggio del Capitano Orso Blu (tredici capitoli e mezzo) è il pretesto con cui Moers guida il lettore per i luoghi di Zamonia facilitando così l’esplorazione del continente. Nel quinto capitolo, l’Orso pittato lo osserva dall’alto, a cavallo di uno pterodattilo miope senza sapere che, nella maggior parte di quei luoghi, si ritroverà, in seguito, a vivere avventure improbabili.

 

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Zamonia offre deserti fatti di zucchero, teste di Babbalei giganti in cui vivono enormi neuroni senzienti, foreste piene di Spiriti Coboldi che si nutrono di paura, e isole di Circe dove si mangia e si rischia d’esser mangiati (salvo provvidenziali interventi di pterodattili miopi). Tuttavia, a Moers, che è prima di tutto un fumettista, non basta creare premesse fantastiche: il cuore della sua narrazione nasce sempre dalla stessa domanda: “Qual è la cosa più improbabile che potrebbe succedere in questo posto?”.

Così, se a Zamonia si inciampa in un buco dimensionale, non solo si precipita per la lunghezza di tutto lo Spazio e tutto il Tempo, ma si finisce per uscire sempre dove si dovrebbe – a braccetto con un amico perduto da tempo (probabilmente un Principe gelatinoso della 2364a dimensione), o un passo poco più in là di dove si era prima di inciampare. Gli eventi fortuiti abbondano, è vero, ma non per questo stonano. Piuttosto, sono il motore della narrazione. I luoghi stessi sono un pretesto per ulteriori sviluppi, in cui le coincidenze sono “scintille” degli eventi.

Ma quali sono, questi luoghi? Prendiamo per esempio Anagrom Ataf, meta ideale del pellegrinaggio mistico dei Pippioni. Una “fata morgana semistabile”, città eterea che si crea quando la temperatura del Deserto Dolce sale fino a 160 gradi e poi cala repentinamente, facendo evaporare e cristallizzare lo zucchero in cui arrancano i pellegrini. Un evento così raro che i Pippioni la mancano sempre di un soffio. Questo, ovviamente, finché non arriva Orso Blu. Che dire, poi, dell’Eterno Tornado in moto perpetuo, all’interno del quale, in baracche dismesse, vivono quei pochi Umani che abitano Zamonia? La calma dell’occhio del ciclone, trascinata fino alle sue estreme conseguenze, offre a Orso Blu un’ulteriore occasione di scoperta e crescita.

 

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Non c’è da stupirsi, secondo questa logica, che la testa di Babbaleo gigante riposi abbandonata per millenni e venga casualmente ritrovata dal suo proprietario proprio quando Orso Blu ne sta uscendo, calandosi pericolosamente dai peli delle orecchie. È logico? È probabile? No, ma non ci importa: Zamonia non è la Terra di Mezzo e, se avesse dei Nazgul, probabilmente li farebbe inciampare al momento giusto nei propri stessi vestiti, a un passo da un buco dimensionale. Alla complessa costruzione mitografica di Tolkien e alla stratificazione di Pratchett, Zamonia oppone l’audacia di luoghi dove l’improbabile è all’ordine del giorno e, anche se atteso dal lettore, risulta sempre così imprevisto da non deludere mai.

Se, nelle meccaniche narrative, il continente di Moers si allontana parecchio dalla noia della realtà, a un secondo sguardo si rivela essere più vicino al nostro mondo di quel che potrebbe sembrare. Così, a guardar bene la mappa disegnata dall’Autore, si scopre che è vagamente ispirata alla geografia del Nord America. A metà libro si incontra Atlantide, megalopoli da oltre cento milioni di abitanti dove vivono nattiftoffi, cluddi, streconiglie, tirizziti, ululoni, sanguisciutti, croccamauri e altre dieci pagine di pazze razze minuziosamente descritte. Multiculturale, caotica, sporca, piena di storia, misteri e opportunità ma, soprattutto, dominata dalla cultura alimentare della pizza. In due parole: New York – come la corrispondenza geografica conferma.

Non si possono omettere le Montagne Oscure, dove il prof. Abdul Noctambulotti (sette cervelli e una passione per il buio) tiene la propria elitarissima scuola in cui gli alunni imparano ogni disciplina immaginabile. Impartisce agli allievi una conoscenza enciclopedica tanto estesa quanto sporadica: né compiti a casa né interrogazioni, solo lezioni frontali e trasmissione osmotica della cultura. “Il Sapere è notte”, dice Noctambulotti: nei metodi e nella filosofia, al polo opposto della didattica vera. C’è critica? Ironia? Forse c’è solo la voglia di mescolare le carte il più possibile.

 

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Di certo fra le pagine del libro non mancano i punti di contatto con altri mondi, anche “letterari”. Noctambulotti tradisce il debito che Moers ha verso Douglas Adams: il suo “Dizionario enciclopedico dei portenti, degli organismi e dei fenomeni bisognosi di spiegazione di Zamonia e dintorni” intervalla la narrazione e offre al lettore (e all’Orso Blu) spiegazioni lineari di fenomeni incredibili (esattamente come la Guida Galattica di Adams). Similmente, sul finale dell’opera, si trova anche una puntina della critica Tolkieniana al mondo industriale, lì dove le fila della trama vengono tirate e Orso Blu affronta la Moloch: gigantesca nave a carbone, con il solo obiettivo della propria stessa espansione, mostruosità meccanica capitanata da un metallo senziente che mira a schiavizzare il mondo intero. Coincidenze incredibili, come sempre, permetteranno di sconfiggerla.

Zamonia vive così a cavallo di due anime: negazione delle logiche che informano i meccanismi della realtà (il plausibile, il probabile, il razionale) e specchio delle sue difficoltà e contraddizioni. Quale delle due prevale? Difficile dirlo. Probabilmente nessuna: il cuore di Zamonia è quello ibrido e meticcio di una terra di confine. È una terra che fa ridere e un po’ anche pensare, dove la catarsi dell’assurdo solleva momentaneamente dall’angoscia della realtà. Purtroppo, come per ogni terra di confine, anche il destino di Zamonia è segnato: al suo orizzonte la realtà continua a mostrare spaventosamente le proprie forme.

Gli umani si stanno impossessando sempre più di questo pianeta. Ormai sono padroni di quasi tutti i continenti e non lasciano posto agli altri esseri. I nani, le megere, gli yeti… Altrove sono ormai costretti tutti alla clandestinità. Solo a Zamonia la situazione per ora è diversa. Però verrà il giorno in cui Zamonia sprofonderà nel mare”.
Fredda, la Megera.

Gli Uomini: grandi assenti della narrazione, ché quei pochi che esistono vivono in solitudine al centro dell’assurdo più grande (l’Eterno Tornado). D’altronde, Zamonia, è anche questo: l’ultimo rifugio. A noi lettori, homines sapientes esclusi dalla sua libertà, resta in eredità un groppo di malinconia. Non possiamo farci nulla, salvo godercela dall’alto: è un volo sulle ali di carta di un vecchio pterodattilo tedesco.

 

Immagini per gentile concessione di Walter Moers/zamonien.de.