Immagine per gentile concessione di Sony Computer Entertainment.
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L’Aurelia è un gioco

Sulla Strada Statale numero 1 adesso si ambienta anche un videogioco, e il suo nome è Wheels of Aurelia.

 

La via Aurelia è un po’ sfigata. Per essere la Strada Statale numero 1, dico. Non ha i pellegrini, pure laici, che storicamente si intrecciano alla via Cassia. Non ha il fascino dell’Appia radiografata da Paolo Rumiz. Tantomeno è rock come la via Emilia, che finisce pure nelle classifiche internazionali come una fra le migliori destinazioni per road trip.

Soffre di complessi di inferiorità, l’Aurelia. Hai voglia a ricordare i giovanotti del generone di mezza Europa che si incamminavano per i loro Grand Tour proprio percorrendo lei. Insistere su Aldous Huxley, su D.H. Lawrence, Thomas Mann, si vabbè ma Rossellini – è tutto inutile. Il riferimento di cultura popolare più recente, quello che viene in mente a tutti ma proprio tutti (con buona pace di Paolo Virzì) sono le corna di Gassman ne Il Sorpasso: insomma, parliamo di cinquantaquattro anni fa. La strada non è più quella. Il più sorprendente di una teoria di viaggiatori armati di penna ad averla percorsa è stato il “solito” Pier Paolo Pasolini. Il suo reportage esce addirittura prima del film di Dino Risi: nel 1959. Mentre scriveva, PPP rilevava le incongruenze di quel suo primo tratto di giro d’Italia. Scriveva, preveggente comme d’habitude:

“Non c’è più caos. I prezzi sono altissimi; proibiscono gli accessi alle anime piccolo borghesi o proletarie. Tutto è purissimo, assoluto: le case, o popolari o miliardarie”.

Perché come molte (tutte le?) consolari italiane, la via Aurelia è un affollamento di contraddizioni: le prostitute a bordo strada e le ville di lusso, le rovine romane e le villette abusive, gli autovelox che castigano vs. i rosari e i mazzi di fiori finti, a centinaia, coi lumini per ogni morto sfasciato addosso a un pino marittimo, un jersey, un semaforo. Portofino o gli orticelli rubati al manto stradale. Il giardino dei Tarocchi o le Cinque Terre. L’Aurelia è la riga che tiene distinti questi Yin e Yang, separati come si fa quando ci si butta in mezzo perché una rissa non degeneri definitivamente.

 

 Il trailer di lancio di Wheels of Aurelia.

 

A spolverare un mito tutto da riscrivere e da aggiornare, benché non a riportare ordine (quello appare più che mai impossibile, in questo specifico caso), ci pensa ora un – ohibò – videogioco. Italiano. E indie. Lo firmano quegli illuminati di Santa Ragione, che come sviluppatori avevano già firmato Final Candidation, Fotonica o Mirrormoon, e che hanno attinto a piene mani a questa dualità morbosa per firmare il loro lavoro più ambizioso. Si chiama Wheels of Aurelia, ed è uscito a fine settembre su Steam, seguito a stretto giro dalla versione per console: il 5 ottobre scorso.

I giochi di Santa Ragione hanno sempre avuto riferimenti culturali alt(r)i, e in particolare l’infilata Myth of MedusaMirrormoonFotonica, che avevano come chiodo fisso l’esplorazione, il viaggio, la scoperta di sé. Dal molto lontano (o il molto impossibile, nel caso dell’universo onirico e parallelo di MoM) si è passati al molto vicino di quella, appunto, sfigata della via Aurelia.

Fotonica, ai tempi, veniva descritto come “un gioco sul brivido della velocità e sul viaggiare senza ostacoli attraverso ambienti complessi”. Calza a pennello anche per Wheels of Aurelia. Avrebbe potuto essere una celebrazione dei “tempi moderni”, ma la collocazione temporale del gameplay, ancora una volta, si ferma a una versione precedente dello scenario – anche rispetto a Pier Paolo o le perplessità di Jean Louis Trintignant è sicuramente la più somigliante a quella attuale: da Santa Ragione e We Are Müesli (che hanno partorito sia intreccio che dialoghi) hanno deciso di ambientare la storia durante gli anni di piombo.

Ci sono le Ritmo, le R4, le Apecar (spesso ci sono ancora, se si ha la pazienza di mettersi a osservare quello che succede appena fuori le città toccate dal percorso della SS1), i vestiti sono diversi, i tagli di capelli, anche i discorsi: è il 1978 quando la protagonista Lella si mette per strada e inizia a guidare verso nord, accompagnata da una colonna sonora appositamente incisa per l’occasione: un minialbum con sette canzoni in stile seventies è disponibile su santaragione.bandcamp.com.

Come una capsula del tempo, Wheels of Aurelia ci porta a leggere e rileggere eventi scomodi e atmosfere pesanti che pensavamo chiuse definitivamente, sotterrate.

Come avverte Pietro Righi-Riva di Santa Ragione, “WoA non ha un intreccio definito da premessa, svolgimento e conclusione, non sono chiare le forze in gioco e il loro effetto sulle vite dei personaggi”. Il gioco è infatti un’avventura in un senso più profondo del termine: via via che Lella proseguirà nell’allontanarsi da Roma, al giocatore spetterà non solo il controller ma anche indagare sui motivi di questa fuga da Roma, insieme ai motivi di chi Lella incrocerà, che non sono sempre purissimi. Ne nasceranno conversazioni intense, inseguimenti, corse illegali.

Wheels of Aurelia – che è nato ad Austin, nel Texas, al Fantastic Arcade edizione 2015 è brillante nel suo possedere una duplice lettura, parente stretta del Tao di cui sopra; forse per gli americani di Juegos Rancheros, che hanno creduto nel concept, è “solo” un road trip in salsa vintage con qualche spruzzo di suspence, mentre per chi lo gioca ora che non è più una demo e, soprattutto, da qui, Wheels of Aurelia è ovviamente più stratificato: come una capsula del tempo, ci porta a leggere e rileggere eventi scomodi e atmosfere pesanti che pensavamo chiuse definitivamente, sotterrate.

Se mi si passa un inciso personale, sono cresciuta scarrozzata su e giù per un bel tratto di Aurelia. La parte che conosco di più corrisponde a meno di un centinaio di chilometri: breve, certo, rispetto al totale di 543. Era e rimane una frequentazione consueta, tanto che quando mi capita di decollare da Fiumicino verso il Nord Europa, mentre l’aereo si solleva e vola in parallelo alla costa tirrenica, mi viene assurdamente da pensare di non avere casa in un posto preciso, in un centro, ma in una striscia. Quella parte di strada statale della quale conosco le curve, i palazzi, gli alberi. Insieme ai nomi dei paesi che attraversa, anche i più piccini, i cognomi più diffusi. Dove si mangia la focaccia buona? Dove parcheggiare senza prendere multe? Wheels of Aurelia mi ha restituito quella atmosfera così familiare, comprese – in più di qualche caso – coordinate precisissime.

 

Il gameplay trailer.

 

A parlare del gioco, oltre a Pietro, ci sono il suo partner Nicolò Tedeschi, insieme a Matteo Pozzi di WeAreMüesli (manca solo la sua, di socia: Claudia Molinari): “Molti ci hanno scritto che dopo aver giocato a WoA sono andati a recuperare informazioni sugli eventi e i personaggi che fanno da sfondo al gioco, e questo è splendido”. In realtà non è un feedback così scontato, perché ci sono state anche reazioni confuse: “Il gioco non si ferma a spiegare i molti riferimenti alla cultura italiana degli anni ’70 che presenta al giocatore, e capirai che in molti si sono trovati spiazzati. D’altronde WoA non è un gioco che deve essere capito, perché non ha UN messaggio, o una morale – piuttosto vorrebbe essere uno scorcio, come tipico del genere ‘racconti di viaggio’”. Appunto, si torna alle ambizioni monche da viaggio lungo: in questo, WoA è perfetto.

Di semplice, ma nemmeno poi troppo, c’è solo la grafica e la resa degli ambienti attraversati da Lella e i suoi interlocutori. Per il resto, il gioco è carico di rimandi cine-letterari. Dal già citato Pasolini a Marco Bellocchio fino al Claudio Caligari di Amore Tossico. Ancora Pietro: “Tutti i riferimenti che citi sono inclusi nel nostro moodboard operativo per Wheels of Aurelia. Pasolini, in particolare, specie il Pasolini corsaro/luterano dell’ultimo periodo, è citato da Lella, la protagonista, in più di un’occasione – per esempio nei dialoghi con due autostoppisti, un giornalista investigativo francese e un contadino senese di ritorno al casale. Aver fatto di Pasolini il dichiarato punto di riferimento del pensiero della protagonista ci ha aiutato ad ancorarci a un punto di vista su quella Italia che fosse in grado di coglierne – e di esprimerne in prima persona – le contraddizioni e le trasformazioni, sfuggendo però al tempo stesso a un mero gusto citazionistico. Lella è fin troppo insistente, quasi didascalica, nel richiamarsi a Pasolini, ma per noi non si è trattato di intellettualismo fine a se stesso, quanto di un tentativo di ‘verismo’ nella scrittura: è una ragazza di 21 anni, colta ma a suo modo confusa, che appena può tira in ballo il suo idolo, peraltro [nell’anno in cui si ambienta WoA, ndr] scomparso da poco più di due anni. Cosa c’è di più naturale?”.

Si era già accennato all’approccio americano paragonato con quello tricolore, a livello di avventura su gomme così come di giocabilità. Il tentativo di ridurre a una categoria già nota un prodotto – ma quasi gli starebbe meglio un termine del tipo “riflessione” – come Wheels of Aurelia si infrange quando tento di restituirlo a Righi Riva etichettato come “GTA alla livornese”: “Sinceramente WoA non ha molto in comune con GTA, se non forse un vago rimando visuale ai primi capitoli 2D della serie. WoA verte molto sul dialogo e le storie che da esso si generano, cosa che in GTA non è presente, nonostante i numerosi cutscenes e intermezzi. Al contrario, WoA non prevede quel tipo di esplorazione open world e le ‘cacce al tesoro’ di GTA; in questo senso il nostro gioco è più simile alla linearità di OutRun. Gli ambienti cambiano e danno un senso di progressione, capitano eventi particolari legati ai luoghi che si stanno attraversando, ma il cuore resta il comparto narrativo che si rivela tramite le conversazioni dei personaggi”.

E conclude: “Per certi aspetti la macchina è questo luogo a sé che da un lato permette un certo grado di intimità con il partner di guida, e dall’altro rende possibile una relazione con l’ambiente esterno che essa attraversa. In WoA può capitare che i personaggi parlino di alcuni elementi esterni vicino a cui stanno passando, per poi tornare a parlare di Italia o di sé in modo più ampio, quasi fossero luoghi distanti da quelli che stanno attraversando. C’è un po’ questa dualità”. Lo Yin e Yang della via Aurelia colpisce ancora.