Foto: Rodrigo Solagna Portillo.
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L’eccitante vita del Collegio d’Europa

A sud di Varsavia, nel reality show per aspiranti eurocrati di Natolin.

 

Quando nelle birrerie del centro storico chiedi se lo conoscono, la risposta è una faccia perplessa. Nemmeno i dottorandi e i ricercatori polacchi che capita di incontrare a qualche conferenza ne hanno mai sentito parlare. Perfino i taxisti, quando leggono l’indirizzo, raramente sanno dove sia. Eppure, a Natolin, quartiere sud di Varsavia, si trova il Collegio d’Europa, emanazione polacca della prestigiosa istituzione di Bruges fondata nel 1949 per coltivare il fiore della classe dirigente europea.

Nonostante in Italia il Collège d’Europe dica qualcosa solo agli addetti ai lavori o a chi conosce il celebre discorso con cui Margaret Thatcher inaugurò l’euroscetticismo, buona parta dell’eurocrazia di Bruxelles è passata da quei banchi, prima di spiccare il volo verso Commissione, Parlamento o altri posti al sole delle istituzioni UE.

In Polonia, Natolin non è un luogo qualunque. Un tempo aperta campagna, oggi è un quartiere residenziale, ingurgitato dall’espansione della capitale. Blocchi di condominii color pastello, vita notturna morigerata, ristoranti vegani o caffè berlinesi non pervenuti: la gentrification del centro storico non sembra essersi ancora spinta così a sud. La principale attrazione rimane ancora il parco, l’antica residenza estiva della casa regnante polacca, i Sobieski.

 

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A far costruire il palazzo di Natolin, dove si trova il campus del Collegio d’Europa, e la reggia di Wilanow nel quartiere limitrofo, fu il monarca più celebrato della storia polacca: quel Jan Sobieski che difese Vienna dagli ottomani nel 1683, arrestando l’espansione della Sublime Porta in Europa e consacrandosi come protettore della christianitas. Più di tre secoli dopo, l’immagine di un re cattolico che difende l’Europa da un’orda di musulmani invasori riecheggia nella Polonia antiabortista, questa volta costretta a difendersi dall’Europa.

Anche il secolo breve è passato da Natolin. Dopo l’invasione del settembre 1939, la Gestapo nazista stabilisce in questo luogo, isolato e al contempo vicino alla città, il proprio quartier generale, saccheggiando e danneggiando gli interni del palazzo prima di fuggire dall’Armata Rossa. Nel dopoguerra, invece, il nome “Natolin” evoca la linea dura del partito comunista polacco; i falchi del PZPR che disapprovano la liberalizzazione post-stalinista del segretario Władysław Gomułka si riunivano qui, e non a caso verranno denominati “la fazione Natolin”.

Oggi è la bandiera rosso-bianca della Polonia indipendente a sventolare dal tetto del palazzo di Natolin. I tempi sono cambiati: nel 1992 in questo parco è stato aperto il secondo campus del Collegio d’Europa.  Il muro di Berlino era crollato da soli tre anni, ma già si caldeggiava la prospettiva dell’allargamento a est dell’allora comunità europea, pronta a riabbracciare le sorelle di un tempo risvegliatesi dal lungo letargo socialista. Tra queste, la Polonia era lo stato più popoloso, il paese del papa polacco dove la contro-rivoluzione di Solidarność aveva iniziato già dai primi anni ’80 a sfidare e sfaldare il socialismo reale. All’inizio degli anni Novanta occorreva formare un’altra intellighenzia, un nuovo plotone di funzionari Euro-friendly capaci di capire, spiegare, impiantare ad Est della defunta Cortina di ferro le strutture di quella che nello stesso anno a Maastricht veniva ribattezzata Unione Europea.

 

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Sul prestigio del Collegio d’Europa – sulla sua utilità per sognare una carriera europea – sono state pubblicate varie opinioni da alumni principalmente passati per la storica sede belga. Pressoché nulla, invece, invece è stato raccontato del microcosmo sociale che circa 130 studenti tra i 21 e i 35 anni si ritrovano a costruire in quest’oasi ovattata di Varsavia Sud.

Il campus di Natolin sembra una versione attenuata delle istituzioni totali di Foucault. È un mondo chiuso, con propri valori, propri codici e propri significati, impermeabili e incomprensibili dall’esterno, gestito da un’Amministrazione che, come ne Il processo di Kafka, raramente assume un volto e un nome identificabili. Più spesso si palesa in mail impersonali, infarcite dall’enfatica formalità di tradizione anglosassone, capace di comunicazioni come “Dear Simone, it is a real pleasure to inform you that new linens and blankets are now available”.

La sensazione di essere dentro un Truman Show generatosi involontariamente è il tema portante delle giornate. Le sei, sette ore di lezione quotidiane, le notti consacrate a studiare e soprattutto la pioggia di deadline ravvicinate per inviare i vari paper fanno sì che difficilmente si riesca a evadere da uno spazio esteso circa quanto Piazza Duomo a Milano. Ci si scopre assuefatti alla vita alienata che si dipana tra studentato, mensa, classe e biblioteca. Ogni tanto si fa la spesa alla Lidl all’angolo e i più sprezzanti si concedono qualche serata al mese al Plan B di piazza Zbawiciela, il covo dell’hipsteria varsaviana. Ma per la maggior parte del tempo si è stipati dentro il campus e, fuori dalle proprie stanze singole, si è perennemente insieme. A lezione, in mensa, in biblioteca e, naturalmente, nei momenti di svago.

 

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Noia, stanchezza e una vita ossessivamente comunitaria si coagulano in una sottile ma viscosa rete di pettegolezzi alimentata da un certo conservatorismo piccolo-borghese da cittadina di provincia, incrementando la sensazione di essere sempre osservati e soppesati dai propri colleghi. E scoprendosi a propria volta a osservarli e soppesarli, contribuendo all’amplificazione di dicerie, livori, offese.

Le dinamiche relazionali sono quelle tipiche di un college, con i ruoli di uomo e donna impliciti quanto cristallizzati, i cool ed i losers che siedono a tavoli diversi della mensa. Buona parte delle interazioni tra la fauna del College si riduce ad aridi ça va oui et toi, pronunciati a mezza voce, andando a fare colazione o incrociandosi in lavanderia. Tuttavia, la vita comunitaria fa spuntare anche qualche amicizia effettiva e tra gli studenti c’è molta più cooperazione che competizione: alla fine i carrieristi strictu sensu sono rari.

In una versione universitaria di quelle città socialiste, come la Sztálinváros ungherese, abitate esclusivamente dagli operai ed i minatori che ci lavoravano, è l’Amministrazione stessa a supervisionare il tempo libero e le attività extra-accademiche. In alcuni casi direttamente, per esempio organizzando concerti di Chopin dentro il palazzo o comprando dieci zucche da decorare per Halloween; in altri accontentandosi di essere tenuta al corrente dai vari comitati studenteschi. Il fatto che ci sia un comitato per ogni attività ludica (Comitato Dibattiti, Comitato per la discussione filosofica, Comitato per diffondere informazione sulla crisi migratoria, Comitato Cinema, Comitato Gite, Comitato Bar) e che i rappresentanti eletti non abbiano in sostanza alcun poter reale dà alla società del Collegio una sfumatura dolcemente sovietica.

 

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L’unico spazio autogestito è il bar interno dove, tuttavia, la volontà e l’inventiva degli studenti che lo tengono aperto riesce a contrastare solo in minima parte la dinamica da sabato del villaggio. La monotonia dei giorni viene soltanto scalfita dal ritrovarsi, nei momenti di escapismo settimanale lungamente agognati, attorniati dalle stesse facce. Si finisce non di rado a convergere sugli stessi argomenti, a rievocare le stesse lamentele, a maledire la Brexit, gli egoismi nazionali, Viktor Orbàn e il deficit democratico. Ed è probabile che questi saranno i temi di discussione fino a giugno.

Come in Youth di Sorrentino, la placidità della foresta circostante, popolata da cinghiali, cervi e scoiattoli, fa da scenografia a queste vicende umane. Nel bosco, che abbraccia interamente l’antica residenza estiva dei Sobieski, si staglia la copia kitsch di un tempio dorico, testimone malinconico di questo romanzo corale scritto dall’ardente gioventù europea.

 

Foto di Rodrigo Solagna Portillo.