Foto: Kevin White/ CC.
Commenti

Vita da Eurocrate

La Bruxelles dei funzionari UE sembra un film di Jerry Calà.

 

Il 21 novembre del 2015 era un sabato. Era anche il primo giorno di quel Lockdown che – successivamente agli attentati parigini del 13 novembre – costrinse la capitale belga a un coprifuoco forzato per paura di imminenti attacchi terroristici. Non sapendone niente,  come al solito andai a comprare un pain au chocolat dalla mia viennoiserie di fiducia, Gâteau, nella municipalità in cui abitavo, Etterbeek. Soltanto quando giunsi dinanzi alla saracinesca abbassata della fermata metro Merode, compresi che qualcosa non andava. Le linee della metropolitana e le prémétro, mi avvertiva un annuncio, sarebbero state chiuse per tutto il weekend.

Il fatto è che, all’inizio, l’assenza di persone per strada non mi aveva assolutamente insospettito: all’ombra del “ghetto europeo” di Bruxelles il sabato mattina non c’è mai anima viva, e la gran parte degli esercizi commerciali che durante la settimana vengono assaltati dai cosiddetti eurocrati, rimangono chiusi anche senza Lockdown di sorta. Solo a Place Jourdan la Maison Antoine continua ininterrottamente a friggere le famose frites, lottando come ogni anno per l’ambito premio di migliore friterie della città. Per il resto, nelle vie tra la fermata metro Arts-Loi/Kunst-Wet e il Parc du Cinquantenaire, regna pressoché sovrano il silenzio, tra qualche corridore che sfida l’onnipresente pioggia per preparare la 20 km de Bruxelles e gruppi di indiani che improvvisano partite a cricket.

14183930_631705427003925_7533529841192704666_n

Dalla pagina Facebook “Gli eurocrati”.

Per tanti di quelli che nella capitale belga lavorano alla UE, il fine settimana rappresenta una vera e propria fuga dalla città. Prima del weekend però, la Bruxelles delle austere istituzioni europee si porta a casa un giovedì sera da leoni. Lasciate che vi racconti.

Subito dopo le 18, davanti al Parlamento Europeo e per la precisione a Place du Luxembourg – per gli amici Place Lux o semplicemente Plux – orde di giovani stagisti e funzionari dalle origini più svariate si radunano all’ombra della statua di John Cockerill. Si sorseggia una Jupiler, si passa a una Duvel o a una Chimay, si arriva al cocktail, qualche impavido cerca disperatamente un amaro. C’è chi opta per i tanti bar della piazza e chi si approvvigiona dall’economico Bombay Express poco più lontano, mentre molti italiani assiepano il Caffè Italiano (figuriamoci) alla ricerca della patria perduta e di uno Spritz fatto decentemente, con Jovanotti e gli 883 in sottofondo alla faccia di Stromae e Jacques Brel.

Si respira un’aria da botellón meno raffazzonato e più raffinato, consapevole del ruolo da giovani rampanti dell’Unione Europea, in un’atmosfera scanzonata e – perché no? – promiscua. D’altronde se l’Erasmus è una delle migliori idee partorite dall’UE, perché i giovani che lavorano nelle istituzioni europee non dovrebbero adottarne il mitologico spirito libertino e la proverbiale goliardia alcolica?

I giovani si sa, sono giovani – persino quando sono eurocrati! Ma in quelle stesse ore, qualche chilometro più a sud, nel Bois de la Cambre, si divertono anche gli eurocrati più, uhm, attempati. In uno dei polmoni verdi della città, dal 1989 sorge il club Les Jeux d’Hiver. Quella del locale di Uccle è una storia ultraventennale, funestata da un incendio nella notte di San Nicola del 2005 e arricchita da una serie di interventi architettonici e di design tutti illustrati con orgoglio sul sito web. Il risultato estetico dovrebbe essere cool, ma l’ombra del trash imperversa ovunque. A qualche romano di Roma Nord, potrebbe ricordare lo Chalet nel Bosco di Monte Mario. Se non sapete cos’è lo Chalet nel Bosco, eccovi accontentati.

14212643_631018730405928_4746512082643547085_n

Dalla pagina Facebook “Gli eurocrati”.

Da alcuni anni, qui a Bruxelles il giovedì è anche il giorno dell’Aperitivo Milano. Sì, si chiama proprio così. L’ispirazione viene ovviamente dalla rediviva Milano da bere, e lo stile della serata è assolutamente posh. L’ingresso è spesse volte gratuito, ma sotto i lampadari di cristallo “si sboccia” senza badare a spese. Sapete com’è: qui non c’è austerity che tenga.

Tendenzialmente, ci si reca all’Aperitivo Milano subito dopo l’uscita dall’ufficio e il look segue di conseguenza: la giacca e cravatta, per i signori, è un must non esplicito ma sottinteso; per le signore, ai tailleur da lavoro talora si sostituiscono abiti da sera osé ma non troppo. Un dj, al solito, intrattiene il pubblico con la più classica delle selezioni lounge, sempre più uguali in ogni angolo del globo.

A un certo punto della serata, però, il volume si alza, la musica cambia e anche – soprattutto! – nel cuore dell’Unione Europea ci si abbevera alla fonte infinita della musica commerciale, mentre il reggaeton e i balli di gruppo sono solo estemporanee concessioni ai ritmi mediterranei che però, come nelle istituzioni, rimangono sempre relegati in secondo piano. È qui che l’Aperitivo Milano diventa un evento imperdibile per gli aspiranti antropologi fai-da-te: balli sui tavoli, cravatte annodate alla fronte, donne giovanissime avvinghiate a uomini che tanto giovani non sono, donne più mature a caccia di qualche stagista di belle speranze (e presenza). Avete presente la scena iniziale de La Grande Bellezza? Ecco, voi pensavate che era Roma, ma in realtà è pura euro-Bruxelles.

2-crop

Dalla pagina Facebook “Gli eurocrati”.

O meglio: per comportamenti, fisionomie e dichiarata ispirazione, forse siamo più dalle parti di qualche euro-versione di un film di Jerry Calà, il cui fantasma si nasconde ora dietro il volto paonazzo di un pezzo grosso della Commissione, ora nelle braccia al cielo di un lobbista di chissà quale lobby. A Bruxelles, d’altronde, c’è una lobby per tutto. Anche per le biciclette. In più, secondo i lobbisti più esperti, a Bruxelles la vera attività di lobbying non si fa tra le mura degli edifici del Parlamento o della Commissione europea, ma proprio al Jeux d’Hiver. Un po’ come i ristoranti al centro di Roma per la Prima Repubblica, solo che qui all’amatriciana si preferisce la Carbonnade con David Guetta a palla nelle casse.

Alle serate del Jeux d’Hiver ho sempre sperato di incrociare i due sex symbol degli stagisti bruxelloise: la bionda finlandese Aura Salla, membro di Gabinetto del Vice-Presidente della Commissione Europea Jyrki Katainen, e l’altrettanto bionda europarlamentare greca Eva Kaili. Il mio piano era conquistarle accennando qualche passo di danza su una hit di Martin Solveig. Purtroppo né l’una né l’altra si sono mai palesate. Se proprio volete saperlo, è più facile beccare la Salla correre al Parc du Cinquantenaire. Giustamente, alla finlandese il trash non piace.

Dubito che i corrispondenti italiani a Bruxelles abbiano sinora parlato del Jeux d’Hiver o banalmente della vita ordinaria dei funzionari europei. Soprattutto dopo gli attentati del 22 marzo scorso, gli occhi sono stati puntati esclusivamente su Molenbeek, enfaticamente criminalizzata per aver dato i natali a molti jihadisti. Per evidenti ragioni, la percezione dell’Unione Europea che si ha a Bruxelles è ben diversa da quella che si ha negli Stati nazionali, e in Italia in particolare. Se prima si pensava alla capitale belga per la miriade di emigranti italiani che lasciarono lo Stivale durante tutto il secolo scorso per cercarvi fortuna, oggi invece il pensiero va a una grigia città d’affari dove vengono prese decisioni senza batter ciglio e senza sentimento alcuno. Un monumento freddo alla tecnocrazia.

3-crop

Dalla pagina Facebook “Gli eurocrati”.

Forse parte della colpa è da addebitare alla stessa Bruxelles. È una città di cui è difficile innamorarsi, almeno per un pugliese placido e scottato dal sole come il sottoscritto. Le ragioni? La pioggia costante, simil-Dublino; il paradosso linguistico della capitale francofona attorniata da una regione esclusivamente di lingua fiamminga (il bilinguismo in Belgio è praticamente utopia: la comunità francofona conosce poco il fiammingo e viceversa, con buona pace della minoranza di lingua tedesca); la bellezza soverchiante delle vicine Bruges e Gent; o lo spiccato senso per gli affari di un’Anversa che si sente più olandese che belga.

Su tutto – gli occhi vogliono la loro parte – la cosiddetta bruxellisation, termine che in architettura indica uno sviluppo urbano tendenzialmente A CASO, a causa del quale è ben possibile che un edificio come La Maison du Peuple dell’architetto simbolo dell’Art Nouveau Victor Horta sia stato demolito per far posto a un grattacielo di dubbio gusto. Per averne un saggio concreto, una volta che capitate da queste parti, fatevi un giro nelle zone adiacenti agli edifici del Quartiere Europeo o andate a guardare la città dalla balconata di Place Poelaert, di fronte al Palais de Justice in perenne ristrutturazione.

Ciononostante, se è difficile innamorarsi di una città che ha una statua di un bambino che piscia come monumento principale (e volendo ci trovate anche la bambina e il cane che pisciano), invaghirsene non è proprio impossibile, anzi. Senza dover necessariamente citare la Grand Place (bella ma coatta), nella capitale belga ci sono pur sempre zone deliziose come les Marolles con il suo mercato delle pulci e un’atmosfera bohémien da Parigi de’ noantri, Saint-Catherine e Saint-Gery, dove si alternano atelier di moda e studi di design, o ancora il quartiere di Matongé, storico feudo dei coloni del Congo in cui oggi – oltre all’erba – si possono trovare appartamenti discreti che fanno comodo anche agli eurodeputati per la vicinanza a Place Lux.

4-crop

Dalla pagina Facebook “Gli eurocrati”.

In generale, dietro al Berlaymont e tra gli edifici che compongono il Parlamento – dove gli ingressi per visitatori, lobbisti e parlamentari cambiano più frequentemente dell’olio usato dalle friterie – si celano umane virtù e ancor più umani vizi sacrificati sull’altare della fredda cronaca politico-economica. Sì, c’è il magazine Politico che si sforza di dare un tocco avvincente ai fatti europei: ma spesso l’eco rimane confinata all’interno del Ring autostradale che circonda la capitale belga, affascinando solo quelli che si preoccupavano della Brexit before it was mainstream.

Si dirà: ciò che manca davvero a Bruxelles – e indirettamente all’Unione Europea – è uno storytelling che ne renda più umane le gesta. Alcuni autori hanno già lamentato questa carenza, e da anni si inseguono voci di serie tv da girare nella capitale europea con intrighi di palazzo, sulla falsariga di quanto avviene negli USA. Progetti puntualmente abortiti. Fortunatamente su Facebook ci hanno pensato gli italiani con la pagina Gli Eurocrati, su cui qualche mese fa si sono presi la briga di modificare la sigla di House of Cards in House of Eurocrats. L’esito è stato esilarante, almeno per chi gli eurocrati li conosce perché è uno di loro. Alla fine, il grigiore di Bruxelles è soltanto un velo da squarciare. Sotto sotto, datemi retta: eurocrats just wanna have fun.