Foto: Ilaria Giannini.
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Di malinconia, anarchia e libeccio

Dietro la maschera di Viareggio, a sette anni dalla strage ferroviaria del 2009.

 

Viareggio in te son nato, in te spero morire. La frase dello scrittore Mario Tobino dipinta a caratteri cubitali sui bastioni del porto, là dove soffia sempre un filo di libeccio e il profilo delle Alpi Apuane galleggia incagliato tra banchi di nuvole, forse non basta a spiegare tutta una città, ma è pur sempre un ottimo inizio.

Ho scoperto Viareggio a quattordici anni, quando tutti i giorni prendevo l’autobus delle 7.30 da Bozzano – il paese dell’entroterra versiliese dove sono cresciuta – per frequentare il liceo Giosuè Carducci, e quella dozzina di chilometri mi sembravano un viaggio verso un mondo nuovo. Qui nessuno conosceva i volti e le professioni di ogni mio singolo famigliare e io potevo trasformarmi in un’altra, eppure non sarei mai diventata una di loro: per essere viareggino devi venire alla luce, vivere e preferibilmente essere seppellito non troppo lontano da quelle lunghissime spiagge di sabbia soffice, che nel mio cuore restano ancora oggi sinonimo di mare.

Solo due strade separavano la scuola dalla battigia; nelle belle giornate, qualunque stagione fosse, prima di riprendere la corriera per tornare a casa andavo a passeggiare sulla riva, un’abitudine che avrei avuto tutto il resto della vita per rimpiangere. Per cinque anni Viareggio è stato il mio primo amore non corrisposto, e come tutte le passioni vere ha resistito all’usura del tempo, si è rafforzato con la distanza, ha combattuto contro le critiche degli amici che negli anni hanno deprecato quelle acque non proprio trasparenti e la patina di decadenza sulla Passeggiata liberty, nelle pinete, tra le casette a schiera: quell’ombreggiatura che io ho sempre chiamato malinconia.

 

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Sì perché dietro la maschera del celebre Carnevale, si annida una tristezza molto particolare, di cui il baccanale lungo un mese è l’immagine speculare. È quando la festa è finita e i carri di cartapesta più alti dei palazzi rientrano negli hangar, quando per le strade dei rioni chiuse al traffico restano solo miliardi di coriandoli sporchi, bottiglie di sangria e adolescenti ubriachi, che appare il vero volto della città, rigato di rimmel e salsedine.

Più avanti l’avrei ritrovato nelle tele del pittore anarchico Lorenzo Viani, esposte alla Galleria di arte moderna e contemporanea, nella sua umanità derelitta di pescatori e povera gente, nella spiaggia della Benedizione dei morti del mare dove ogni donna vestita a lutto che piange i propri annegati diventa il simbolo del tribolare eterno dei miserabili. L’amore per gli ultimi Viareggio ce l’ha nel sangue: del resto cos’è il Carnevale se non l’ebrezza di ribaltare le regole del mondo per un poco, di mettere il buffone sul trono? Ma finita l’esaltazione (i viareggini lo sanno bene), resta solo la mestizia dei conti da saldare, come nel 1924 scriveva Curzio Caprili nella canzone dal titolo esemplare Risveglio dopo l’orgia: “Ti sogni e ti par d’esser all’inferno, portato a volo da tremendi draghi, e invece sei nel crudo dell’inverno e i creditori aspettan che tu paghi. Caramelle, gianduiotti, pasticcini e gran confetti, se doman tu ci rifletti, chi li paga non si sa.”

 

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Quest’amarezza del giorno dopo la baldoria ho imparato a conoscerla quando con l’arrivo della quaresima o la partenza degli ultimi bagnanti, a settembre, una desolazione trascurata calava sulla città, come una donna che dopo una lunga notte a ballare possa rientrare finalmente a casa per togliersi il trucco e le scarpe alte. Eppure ogni anno tornavamo ad aspettare l’estate con la stessa ingenua fiducia di sempre. Scrive Mario Tobino – lo scrittore e psichiatra viareggino che meglio di tutti ha saputo raccontarla – che “il segreto di Viareggio è un’umana anarchica, piacere e sfrenata libertà, assomigliare alle risate e alla forza del libeccio”; io aggiungo la sua anima naïf, quel senso di indipendenza e di giustizia primordiale che può avere solo un bambino e che rende ogni viareggino un eterno ragazzo.

Si spiegano così le tre giornate rosse del 1920, narrate sempre da Tobino in Sulla spiaggia e di là dal molo, quando la città tentò la sua rivoluzione proletaria a causa di una partita di calcio: poteva succedere da un’altra parte? Era il 2 maggio quando durante il derby contro la Lucchese l’arbitro concesse un calcio di punizione contestatissimo agli avversari, trasformato nel gol del pareggio. Lo stadio esplose in una rissa e un carabiniere sparò a un ragazzo che l’aveva mandato a quel paese. Il popolo insorse.

“Hanno versato il nostro sangue, Morganti era un viareggino. Chi lo dirà a sua madre?” Furono le donne, capitanate dalla lavandaia Pivot, a dare il via alla rivolta: assediarono la caserma dei carabinieri, mentre gli uomini cacciavano i rappresentanti delle autorità dal comune e costruivano barricate per chiudere le vie d’accesso alla città. Non c’erano strategie né linee politiche a cui affidarsi: solo quell’istinto di giustizia che ribolliva nelle vene, solo l’ingenua gioia popolana, corroborata a fiumi di vino, di prendere per una volta a calci l’ordine costituito, come se fosse un’altra volta carnevale. Ma si trattava di una rivolta destinata a finire in fretta: il terzo giorno, dopo la minaccia di venire bombardati dal mare, l’esercito riprese possesso delle strade.

A Viareggio ci si affeziona non per la bellezza o per il mistero, ma conoscendola vien naturale volerle bene, con tutte le contraddizioni di cui sembra non curarsi, compreso quello spirito indomito che viene fuori solo se è necessario. Per questo quando la città che ho più amato tra quelle in cui mi sono ritrovata a vivere è stata colpita al cuore, ho sentito che dovevo essere lì, che non potevo rimanerle lontana.

 

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Il 29 giugno 2009 io abitavo già a Firenze ma la notizia della strage ferroviaria mi raggiunse in tempo reale, come se non fossi mai andata via. Mio fratello, che si trovava a un concerto in uno dei locali della Darsena quando il treno carico di Gpl ha deragliato ed è esploso, mi telefonò per avvertirmi: aveva visto le fiamme sprigionate dalla deflagrazione salire al cielo, più alte dei pini, aveva visto la volta stellata colorarsi di rosso, come un’alba a mezzanotte. Era un lunedì sera d’estate, faceva caldo: la prima cisterna del treno merci si era perforata e il gas, sospinto dalla brezza che soffiava dal mare, era entrato nelle finestre aperte, nei cortili, nelle macchine. Una nube bianca come nebbia si era insinuata nelle abitazioni di Via Ponchielli e poi era scoppiata: undici persone erano morte carbonizzate sul colpo, altre ventuno sarebbero mancate in seguito a causa delle ustioni riportate, un centinaio avrebbero portato quella notte incisa nella pelle negli anni a venire.

Ero partita per Viareggio appena fatto giorno per ritrovarmi a camminare in una città smembrata, irriconoscibile, uno scenario di guerra: le palazzine crollate, annientate, gli alberi bruciati, le carcasse delle automobili, le sagome dei morti disegnate per terra con il gessetto, i viareggini che in piazza Nieri e Paolini si abbracciavano, si toccavano a vicenda il volto e le mani per rassicurarsi di essere ancora vivi. E poi la rabbia che esplodeva all’arrivo dell’allora premier Silvio Berlusconi, circondato da così tante guardie del corpo che ancora oggi non saprei dire se fosse davvero lui, e quella vecchietta che dal fondo della folla imbestialita gli rivolgeva l’insulto più ardito e insensato che avessi mai sentito: “Incipriato!”

 

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Perché Viareggio è così, ti strappa un sorriso anche nel disastro e poi, quando sei pronto a liquidarla come una città strampalata ma tutto sommato innocua, ti stupisce con la sua caparbietà, con la forza dignitosa della sua gente. Dopo sette anni la strage è una ferita ancora aperta e sanguina: sono stati i viareggini a non permettere che la vita di ogni giorno sigillasse insieme ai lembi del loro dolore anche la possibilità di avere giustizia. A chiederla non è solo l’associazione dei familiari delle vittime, Il Mondo che Vorrei, che strenuamente lotta contro le lungaggini del processo e il rischio prescrizione, ma anche l’Assemblea 29 giugno, composta da semplici cittadini che si battono sul fronte della sicurezza ferroviaria, affinché quel che è accaduto quella notte non ricapiti mai più. Gente qualunque che è diventata esperta di trasporto su ferro, di leggi italiane ed europee, di gabelle processuali, e spende domeniche e giorni di ferie per andare a manifestare non solo a Roma, davanti a Montecitorio e al Quirinale, ma anche a fianco delle vittime delle tante stragi impunite italiane, dalla Moby Prince alla scuola di San Giuliano di Puglia.

“Abbiamo ancora più bisogno che la città sia con noi”, ha chiesto in occasione del settimo anniversario e della sentenza di primo grado, attesa per quest’autunno, Daniela Rombi, fondatrice del Mondo che Vorrei, che ha perso la figlia Emanuela di 21 anni, morta dopo 42 giorni di agonia in ospedale. E Viareggio anche stavolta non la lascerà sola. Il 29 giugno si terrà una grande manifestazione di commemorazione: migliaia di persone in corteo raggiungeranno via Ponchielli, la strada devastata dell’esplosione; e come ogni anno i ferrovieri, nonostante il divieto arrivato dall’alto, passando dalla stazione faranno fischiare i treni in segno di lutto per tutto il giorno.
Ci sarò anch’io, che ho lasciato la Versilia da quindici anni in cerca di nuovi approdi: non potevo diventare viareggina eppure un pezzo di cuore l’ho lasciato lì, a volteggiare su quel soffio di libeccio che rimescola e soffia via anche i pensieri più neri dalla testa.

 

Foto dell’autrice.