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Tutta la verità sui viaggi aziendali

Businessmen e dirigenti d'azienda sono i moderni prìncipi e sovrani, e i viaggi aziendali sono la loro versione (malata) del vecchio corteo trionfale.

 

Un tempo, quando venivano in visita principi e sovrani stranieri, i governanti di turno si affrettavano a mettere in ghingheri la propria città. Il percorso destinato a portare l’illustre visitatore e il suo stuolo di cortigiani dalla porta cittadina fino al palazzo di rappresentanza veniva deciso a tavolino, studiato nei minimi dettagli, senza margine d’errore o imprevisto. E punteggiato, se necessario, di “apparati effimeri”: vere e proprie scenografie a grandezza naturale, commissionate ad architetti capaci e di fiducia, realizzate per tempo e poi poste in punti strategici lungo il percorso.

Di solito lo scopo era tappare brutture che non dovevano essere mostrate all’ospite d’onore – case troppo sgarrupate, pertugi puzzolenti, angoli pieni di feccia, roba in costruzione – e dargli l’impressione di entrare in un luogo perfetto, diverso, “altro da sé”. L’ingresso nella città doveva essere coinvolgente, senza sbavature, con un effetto di stupore assicurato e un colpo di spugna passato sul suo ventre più vero e maleodorante. In pratica, un ingresso dentro un’idea di città, un set cinematografico prima che il cinema fosse inventato.

Ecco: credo che per certi viaggi aziendali funzioni circa allo stesso modo. Ma con l’aggiunta di tutte le varianti più o meno malate di cui la nostra epoca dispone.

Un tempo si parlava di ‘viaggi premio’, adesso si chiamano ‘incentive’ che fa più figo, oppure ‘team building’ se lo scopo è fare gruppo.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, i viaggi aziendali sono una fetta del settore turistico. Sono viaggi di gruppo voluti da una grande azienda, vuoi per organizzare un incontro di lavoro in qualche cornice nuova, vuoi per premiare i dipendenti più meritevoli, vuoi per fare spirito di squadra. Un tempo si parlava di “viaggi premio”, adesso si chiamano “incentive” che fa più figo, oppure “team building” se lo scopo è fare gruppo (come nella terribile gara ciclistica di Fantozzi, per intenderci).

In ogni caso, guai a parlare di “comitiva”: parola vetusta che fa venire in mente frotte di pensionati tedeschi col calzino che spunta dal sandalo. Nei viaggi aziendali chi viaggia è gente che fa business, muove l’economia e il PIL, quindi si interpellano agenzie ricettive all’altezza – “attente al dettaglio” è la parola magica – per accogliere lorsignori e trattare ciascun ospite come un re. Spesso, quanto più si alza l’asticella VIP, tanto più la destinazione prescelta viene piegata e modellata per rispondere a un’idea, a un’aspettativa. E se gli ospiti sono stranieri, le idee si fanno quanto meno bislacche.

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Una veduta moderna di Venezia.

Ma chi sono i moderni visitatori illustri da accogliere in pompa magna? Da chi è composto l’odierno corteo trionfale? A volte si tratta di una selezione di maturi eletti di età compresa fra i 40 e i 60 anni, interessati alle visite dinamiche fuori dai sentieri battuti e alle cene stellate, ma che costino poco. Oppure gruppi di dame fra i 30 e i 50 anni che esigono “attività da donne” (?), visite esclusive e pranzi informali nei veri luoghi italiani (cioè quei ristoranti con la tovaglia a quadri e la fiasca di vino con la candela dove gli italiani non mettono piede manco per sbaglio). Altre volte sono giovani rampolli di corte fra i 20 e i 30 anni, inclini all’ultima moda e a festose serate danzanti. Questo significa solo una cosa: sfasceranno l’hotel da cima a fondo che nemmeno i Mötley Crüe negli anni d’oro.

Conosciuti i presupposti, torniamo quindi al nostro set: la città. Qualunque essa sia, si trasforma prima di tutto in un reticolo di punti di carico e scarico, perché spostare tutta la corte da un luogo all’altro non è una cosa da ridere. Servono cocchi e carrozze di varie dimensioni, oltre a qualche nozione da non trasgredire. Prima regola: la corte cammina il meno possibile e anche dieci metri possono rivelarsi una questione di vita o di morte. Seconda regola: i ritmi sono serrati, sempre, e una volta partito il ciak deve valere il “buona la prima”. Terza regola: le città italiane sono una giungla, di norma non si può fare niente, ma ogni tanto si può fare tutto. Lo scheletro su cui articolare il set è quindi una mappa di linee e punti dove far transitare la gente, sia con mezzi appositi sia a piedi. La città inizia qui la sua trasfigurazione: Roma, per esempio, non sarà più il vociare di Trastevere, i saliscendi di Monti, Barocco e Impero Romano che spuntano da tutte le parti. Diventerà Tor di Nona, Marzio, Ripa e una persona del posto che sappia mediare nel giusto modo con i cocchieri autoctoni, poco propensi al dialogo e molto all’incazzatura facile.

Ma finché siamo sulla terraferma in qualche modo si fa. Ci sono invece destinazioni che mettono a dura prova il percorso trionfale, come quelle costruite sull’acqua. Venezia, per dirne una, dove un punto-croce di ponti tiene assieme le zolle di terra, e il cielo è luce che si riflette nei canali. Nonostante l’atmosfera magica sospesa fra acqua e nuvole, qui si rischia di scontentare l’esigente corteo che proprio non si spiega come mai non possa percorrere la città sulle ruote della sua grande carrozza, ma utilizzando una semplice imbarcazione.

 

 

In ogni città, una volta scesi dal mezzo di trasporto, bisogna poi gestire il percorso a piedi, punteggiato di insidie, orrori, puzze, scene che stridono, cose da nascondere. Come i mendicanti accampati sul marciapiede e i palazzi abbandonati, scrostati. Come l’impalcatura arrugginita e la betoniera che gira macinando cemento, le siepi decorative morte stecchite e i cassonetti che traboccano, gonfi di spazzatura. Tutta polvere da gettare sotto il tappeto, modulando il percorso con perizia e reattività, sperando che non piova: se un membro della corte si bagna anche un solo capello, qualche testa rischia di saltare.

A volte, per arricchire l’esperienza – perché questo è il viaggio aziendale, così come il percorso trionfale: un’esperienza –, si sceglie un tema che funzioni da filo conduttore. Spesso riguarda solo ed esclusivamente gli ospiti, una cosa tutta loro. Ogni tanto, invece, il loro sapiente ambasciatore cerca di stabilire una connessione con il luogo prescelto per la visita. Può essere l’antichità. O i luoghi segreti. O la mafia: l’ideale per un banchetto reale in Sicilia, fra limoni grossi come cedri e antichi palmenti, comparse donna vestite da paesane che schiacciano l’uva per compiacere i cortigiani, e comparse uomo agghindate con coppola e lupara finta.

Nonostante la molteplicità di anime che qui si mischiano, la Città Eterna resta eternamente imbrigliata nella stessa identica suggestione: “La Dolce Vita”.

Ma è di nuovo Roma a tenere il primato del tema di fondo. Nonostante la molteplicità di anime che qui si mischiano – una sull’altra, una dentro l’altra –, la Città Eterna resta eternamente imbrigliata nella stessa identica suggestione: “La Dolce Vita”.

Roma è il luogo dove vivere in modo frivolo, spregiudicato e farsi il bagno nella Fontana di Trevi, ma siccome questo non si può fare (per davvero!), resta una versione edulcorata in cui si va a zonzo per la città a bordo di una Vespa vintage e si mangia un gelato in Piazza di Spagna (i più accorti si saranno resi conto che il set de La Dolce Vita che piace alla corte straniera in realtà è il più spensierato Vacanze Romane). Per un giorno le dame e i messeri potranno sentirsi belli come Audrey Hepburn e Gregory Peck, vacillando nelle loro certezze solo quando il corteo in Vespa prenderà tutte le buche acquattate fra i sampietrini. E intanto Roma tira avanti a campare, a colori, ma allo stesso tempo in bianco e nero. Non cercate di andare avanti nel tempo, né di proporre al prossimo corteo una variante sul tema, magari chiamata “La Grande Bellezza”. La risposta sarà un’altra domanda, anche un po’ scocciata: “E che cos’è?”.

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Roma oggi.

Infine, come in ogni mise en scène che si rispetti, la noia è la peggior nemica da evitare. Anche la moderna corte in visita va sollazzata di continuo, non ci devono essere momenti morti, né pause, ma RITMO. La permanenza degli ospiti deve essere pianificata in ogni suo minuto e, ogni tanto, devono esserci gli effetti speciali: una sorpresa o un imprevisto-previsto per stupire i cortigiani forestieri. Di solito ci pensa di nuovo il sapiente ambasciatore a proporre al ricettivo suggestioni di sicuro gradimento. Un dettaglio gustoso, una ciliegina sulla torta che diventerà il perno su cui giostrare abilmente la sottile arte della diplomazia. Infatti, se Machiavelli ci insegna che un buon principe deve saper “simulare e dissimulare”, è chiaro che un buon ricettivo deve saper “consigliare e sconsigliare”.

Succede a Napoli:

“La corte sarà assetata dopo la cavalcata fuori porta fino in cima al Vesuvio. Sorprendiamo i nostri 50 ospiti con un flute di champagne sulla vetta?”

“Con piacere, ma chi porterà le bottiglie e i bicchieri? I vostri scudieri?”

“No, la vostra guida sul suo groppone plebeo, che domande!”

“…”

Come a Roma:

“Mettiamo un po’ di novità in questo corteo in Vespa, altrimenti lorsignori vedranno solo Roma.”

“Una bella visita in un palazzo storico che apre solo se glielo chiediamo noi?”

“No, è noioso. Pensavo piuttosto a simulare un incidente in Vespa con le persone del posto… così si mischiano ai locali.”

“…”

 

 

O ancora a Venezia:

“Basta con questa solita Venezia, abbiamo solo 24 ore per far sfilare il nostro corteo, facciamo una tappa a sorpresa.”

“Cosa ne dite della magnifica scuola di San Rocco con le tele del Tintoretto?”

“No, pensavo a uno squat che ho visto su internet. Sta su un’isola sperduta e ha piacevoli scritte sui muri, raffigurano falli.”

“…”

Fin nella più remota campagna toscana:

“Proponiamo un sollazzo nuovo alla corte: una caccia al tesoro nella vigna.”

“Mi dispiace, questo non possiamo farlo: è la stagione di risveglio delle vipere.”

“Ci deludete, il nostro Sire sarà molto scocciato se non potrà fare la caccia al tesoro nella vigna.”

“… Allora prego, accomodatevi!”

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Il Golfo di Napoli nel 2016.

D’altronde, non biasimiamoli troppo questi ospiti illustri, questi cortigiani o, più spesso, pseudo-cortigiani dei nostri tempi. E non biasimiamo le accortezze che vengono loro riservate. Per esempio, quando invitate qualcuno a casa vostra per cena gli suggerite o no il percorso più semplice per arrivare a destinazione? E prima, lo date o no l’aspirapolvere a terra? Lo fate sparire lo stendino pieno di mutande e calzini? E la spazzatura, la vuotate? Quando arriva, non gli fate fare per caso un itinerario a mostrare la casa? Immagino che lo sgabuzzino non faccia parte del percorso, vero? E se strada facendo vi ricordate che non avete tolto i capelli caduti nel lavandino, il tour del bagno salta, giusto? Con un “arrivo subito” discreto, andrete poi voi a togliere queste turpitudini di soppiatto e a sincerarvi – già che ci siete – di aver messo il rotolo nuovo di carta igienica, dite la verità. Per cena, poi, chiunque vuole fare bella figura. Il menu deve essere all’altezza, la conversazione vivace, e qualche sorpresa è sempre gradita all’ospite: una buona bottiglia, un dolce fatto in casa, una specialità del territorio. D’altronde, sulle cortesie per gli ospiti è fiorita una cultura di manuali e reality show, ma restiamo sulla sostanza: se abitate in tre stanze col terrazzo non potete trasformale in un palazzo con giardino. O viceversa.

Nei percorsi trionfali, nei viaggi aziendali – e, perché no, pure negli inviti a casa vostra – la trasfigurazione del luogo in un set “altro da sé” dipende dal tasso di esigenza del cortigiano in visita, ma anche da quanto lontano siate disposti a spingervi per compiacerlo. E qui il cerchio si chiude, prendendo in prestito la frase piccata di una ristoratrice romana in risposta all’accusa di avere sedie troppo dimesse per la sua sala da pranzo tutta affrescata: “Ahò! Qua ce viene a magnà Mario Monti co’ tutto er Cnèlle e nessuno s’è mai lamentato daaa sedia!”.

Ecco. Il confine è segnato. A un certo punto, caro cortigiano, stacce.