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La Via della Seta post-sovietica

Chi sono i commercianti navetta che dopo il crollo dell'Urss trasformarono il Kirghizistan nel principale punto di scambio tra Russia e Cina.

 

“Ero insegnante di russo alle scuole medie. Dopo la fine dell’Urss, cominciai ad andare al mercato di Dordoy, a Biškek. Lì, si vendevano vestiti che arrivavano dalla Cina, oppure dalla Turchia e dall’Europa. Noi compravamo quelli cinesi perché costavano meno. Acquistavo singoli capi che portavo a Jalal-Abad per rivenderli a clienti individuali o per vestirci i miei figli”.

Invito a cena in un fast-food della periferia di Biškek, Kirghizistan, dove hamburger e pizza si alternano nel menu a kebab e spiedini. Tania e sua sorella Katia scelgono di raccontare qui la loro vita di figlie dell’impero sovietico che un giorno si trovarono a fare i conti con la polverizzazione di quel mondo: il passaggio dal sistema che “pensava a tutto” al fai-da-te della sopravvivenza. Una storia che sembra vecchia, ma che segna anche il presente, perché sono state proprio le due donne del fast-food di Biškek e tutti gli altri come loro a creare una “Via della Seta del popolo” con un quarto di secolo di anticipo rispetto al grande progetto One belt One Road lanciato oggi dal governo cinese.

“Quando nel 1991 ci fu il crollo dell’Unione Sovietica, la popolazione dell’ex impero si trovò improvvisamente avida di beni di consumo, ma senza soldi”, racconta Emil Nasritdinov, professore di antropologia all’American University di  Biškek. “Dove si poteva trovare ogni tipo di merce a basso costo?”. Risposta scontata: in Cina. E furono i kirghizi – ma soprattutto le kirghize – a rimboccarsi le maniche e a trasportare borse zeppe di ogni genere di consumo dalla neonata fabbrica del mondo in direzione ovest. Li chiamavano chelnok, “commercianti navetta”. Andavano nello Xinjiang cinese, a Urumqi e Kashgar, compravano le merci che arrivavano dalle fabbriche della Cina del Sud, poi tornavano a casa carichi di borse e attivavano quel commercio transfrontaliero che li portava su su fino a Mosca, attraverso i mercati di Eurasia.

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Uno scorcio di Biškek.

Katia, in una vita precedente, lavorava a scuola. La sua storia non la porta fino a Mosca, ma è esemplare di cosa significasse la vita quotidiana post-impero. “Conservo ancora la tessera del Partito comunista. Ero sia funzionaria dell’oblast (regione) sia insegnante. Poi arrivò la fine dell’Urss e mi trasferii da mia madre in campagna. Lasciavo mio figlio alla nonna e andavo nel bosco a raccogliere noci dalla mattina alla sera. Da Jalal-Abad prendevo il treno per Biškek e le vendevo al mercato, insieme al riso. Poi tornavo al paese con stecche di sigarette e alcol puro con cui io stessa producevo vodka da vendere lì. Le sigarette le scambiavo con la legna che alcuni ragazzi andavano a raccogliere su in montagna. Per due fasce di legna, due sigarette. Era una vita dura. A quei tempi il rublo era collassato, non si usavano più i soldi e si era tornati al baratto. Una bottiglia di vodka la scambiavo con un pollo. Però se il pollo era rubato non lo prendevo. E della mia vodka non è mai morto nessuno”.

Erano migliaia quelli che oltrepassavano i confini kirghizi. Lo facevano affrontando tutti i rischi del caso. Molti erano dottori o ingegneri; “una nostra ricerca ha rilevato trentasette diverse professioni”, racconta Nasritdinov, “c’era anche un docente di etnografia”. Lui li chiama “gli eroi del Kirghizistan”: sono quelli che hanno tenuto in piedi il Paese negli anni difficili.

Era un lavoro duro, difficile, in un universo dove ogni regola era saltata, ma permanevano quelle non scritte. A Petuhovo, la prima stazione ferroviaria in Russia dopo il confine kazako, ne vigeva una particolare: “Su diciassette vagoni del treno, la polizia di frontiera ne sequestrava due a caso, con tutto quello che c’era dentro. Se avevi la sfortuna di essere in uno di quelli, perdevi la tua merce e ti toccava tornare in Kirghizistan”, spiega l’antropologo. Ecco perché le donne viaggiavano più degli uomini: un’altra delle regole non scritte stabiliva infatti che loro non venissero picchiate o perquisite troppo intrusivamente. “Se nascondevano i soldi nella biancheria intima, erano quasi sicure di farla franca”. Il gioco valeva la candela, con profitti del 2-300 per cento. Gli uomini le aiutavano soprattutto al bazar di Dordoy, a Biškek, divenuto centro di smistamento sempre più grande. Lì, le merci provenienti soprattutto dalla Cina, ma anche da Turchia, India e Corea, prendevano la via della della Russia, del Kazakistan, dell’Uzbekistan.

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Il mercato di Dordoy.

Ma perché tutto questo succedeva proprio in Kirghizistan? “A causa della sua posizione geografica e dell’alto tasso di povertà”, spiega Emil Nasritdinov. “Il Kazakstan aveva il petrolio e fu in grado di superare la crisi piuttosto in fretta. In Uzbekistan, Islam Karimov (il presidente morto di recente, ndr) divenne sempre più paranoico e chiuse le frontiere. In Tagikistan, c’era la guerra civile. I kirghizi parlavano russo e avevano un buon livello d’istruzione”. Avevano competenze e soprattutto fame.

L’antropologo parla di vero e proprio “capitale umano”, capacità relazionali, rapporti fiduciari, che diventano in quegli anni l’embrione proprio di quella rete che ora chiamano One Belt One Road. “Potevano farsi dare merci in conto vendita dai cinesi, portarle in Russia e accettare che anche i commercianti di lì pagassero solo dopo averle vendute. Mio cognato, anche lui chelnok, prendeva un paio di scarpe occidentali, le portava in Cina e diceva al produttore non solo come e quante ne voleva, ma anche quanto voleva pagarle. Ecco perché quando i kazaki cercarono di copiare il mercato di Dordoy e crearono Barys 2 ad Astana con fior fiore d’investimenti, non ci riuscirono. La Via della Seta non è solo un movimento di persone e merci, è soprattutto una rete relazionale”.

Poi, a fine anni Novanta i commercianti navetta diventano troppi e i profitti si riducono drasticamente. A quel punto, chi ha messo da parte soldi negli anni d’oro, diversifica. Qualcuno, senza muoversi da Dordoy. Il mercato è oggi una fila ininterrotta di container impilati uno sopra l’altro, due a due. Al piano di sotto, c’è il negozio; di sopra, il magazzino. I commercianti divenuti ricchi cominciarono a comprare queste strutture per affittarle ad altri. Se vuoi una posizione privilegiata al centro del bazar, paghi fino all’equivalente di mille dollari al mese. Se ti accontenti della periferia, ne bastano 150.

Ma in quei giorni, a cavallo tra i due millenni, nascono anche le confezioni Made in Kirgyzstan. Non si compra più il vestito in Cina, da lì arrivano la stoffa o i macchinari all’ingrosso che si acquistano all’altro mercato di Biškek, Madina. Poi si produce. “Guarda il nostro marchio, Urbu A&N. Urbu è il nome di mia madre, la A sono io, Aisulu, e N è mia sorella Nazgul”. La donna, sui 45 anni, ha un laboratorio nella periferia della città. Alle macchine da cucire di fabbricazione cinese (“costano molto meno di quelle giapponesi”), una decina di ragazze creano giacconi imbottiti da donna, oversize perché il mercato è quello delle giunoniche russe. “Studiavo da medico. Quando è crollata l’Unione Sovietica, qui non c’era più nulla a parte Dordoy. Così me ne andavo in Russia, a Ekaterinburg, e vendevo le pantofole cinesi. Le compravamo dai dungani (musulmani di origine cinese, ndr), che arrivavano al bazar con le macchine, aprivano il baule e le vendevano direttamente così. Era circa il 1995, non c’erano dazi doganali, così si facevano molti soldi e in un anno e mezzo io e mio marito abbiamo comprato casa”.

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Il mercato di Dordoy.

Poi, oggi, il laboratorio. “In una settimana, produciamo 500-600 giacconi, spiega Aisulu. Ho un cliente che possiede diversi negozi nella metropolitana di Mosca. Lui mi spedisce via WhatsApp l’immagine di un modello che gli piace, io vado a Madina e gli rispedisco i colori delle stoffe disponibili. Quando arriva l’ok, lo facciamo. I capi che non vendiamo in Russia li mettiamo direttamente in vendita qui, a Dordoy. Così mi faccio altri clienti. Se il modello originale costa troppo, io lo semplifico: in tal modo posso giocare sui prezzi”. Tutto deve essere fatto a velocità estrema: oggi si vede il modello interessante, domani deve essere sul mercato.

Il salario delle operaie dipende da quanti giacconi riescono a fare, “ma in media prendono 10mila Som a settimana (poco più di 130 euro, ndr)”. Per Aisulu, i kirghizi hanno uno spiccato spirito imprenditoriale: “Siamo capaci di mettere insieme macchinari e materie prime che arrivano dalla Cina, idee che vengono dall’Europa, dalla Turchia e dagli Stati Uniti, assembliamo tutto e ci scriviamo sopra Made in Kirgyzstan, così vendiamo in tutta la Russia. Le mogli degli uiguri che vendono le stoffe a Madina hanno il velo e sono tutte coperte, sono piene di figli e passeggiano per il mercato. Io ho chiesto a una di loro: ‘Tuo marito vende le stoffe all’ingrosso, perché tu non apri un laboratorio e crei i vestiti?’. Mi risponde che ha già abbastanza soldi, è impegnata con la famiglia, chi ha voglia di lavorare?”.

Oggi, nella generazione dei vecchi chelnok, c’è chi guarda ai vecchi tempi post-impero con un po’ di nostalgia ma senza troppi rimpianti, come Katia, l’ex insegnante ed ex commerciante di noci, riso, vodka e sigarette: “A metà anni Novanta ho scoperto di essere sensitiva, così ho smesso di commerciare e mi sono messa a curare le persone, anche in Kazakistan e a Mosca. Insomma, viaggio. Impongo le mani a chi ha qualche problema. Qui in Asia Centrale è una dote naturale. Ed è ereditaria delle donne”.