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Tra la via Emilia e l’incubo

Altro che “Route 66 italiana”. Godetevi assieme a noi l'unica, autentica, allucinante SS9 Experience.

 

Tutti evitano la via Emilia. Si dice che duemila anni fa perfino Giulio Cesare, quando attraversò il Rubicone e pronunciò la famosa frase “Il dado è tratto” prima di conquistare Roma, evitò la via Emilia e preferì fare un’altra strada.

Non c’erano ancora i semafori, gli autovelox e le rotatorie, e nemmeno le sale slot (forse in quel caso Giulio Cesare il dado l’avrebbe usato per giocare, avrebbe perso tutti i sesterzi e poi sarebbe finito a cantare ubriaco le canzoni di Venditti in un bar karaoke); eppure scelse un altro percorso per arrivare a Rimini e da lì partire per la conquista di Roma.

Anche noi oggi, pur con obiettivi più modesti di quelli di Giulio Cesare, se possiamo evitiamo la via Emilia/SS9 e scegliamo l’autostrada. Per un motivo, soprattutto: perché fare la via Emilia vuol dire fare i conti con la realtà. Cosa non sempre piacevole, anzi, quasi mai.

 

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L’autostrada è astratta, pulita, con un paesaggio che potrebbe essere un fondale di cartone o un rendering 3D molto realistico, le tre o addirittura quattro corsie ben delimitate, i punti di SOS, i tabelloni che ti danno consigli sulla velocità, sugli incidenti, sulla nebbia. Gli autogrill, i panini, i mezzi di soccorso, le lunghe gallerie ben illuminate.

Ma non è la realtà, è un’ottima simulazione. È come guidare dentro il navigatore. Non a caso gli unici punti in cui l’autostrada diventa realistica sono i bagni degli autogrill: gli odori corporei, i numeri di telefono sulle porte, ci avvicinano al reale, all’umano, ma sono sempre realtà virtuale che si sviluppa intorno a noi mentre la percorriamo, messa lì apposta per non farci capire che siamo altrove.

La via Emilia invece è diversa.

 

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Non quella antica, romana, che non esiste più (l’odierna SS9/Strada Statale Nove Milano-Rimini ricalca solo in parte il tracciato originario voluto dal console Emilio Lepido, che collegava Placentia/Piacenza a Ariminum/Rimini). E nemmeno quella via Emilia urbana che attraversa le città emiliane e romagnole, che si divide a sua volta in tre sotto-viemilie diverse: quelle centrali – la via Emilia Centro – e poi quelle periferiche – via Emilia Est e Ovest, a seconda della direzione. E tanto meno la via Emilia mitizzata, idealizzata, immaginaria, spesso chiamata “la mitica via Emilia”, quella delle cartoline, vecchie e nuove, della narrativa, delle canzoni, del marketing e della politica, la via Emilia dei nostri sogni.

La via Emilia di cui parliamo qua è quella reale, quella che il navigatore e gli operai dell’Anas chiameranno sempre e solo SS9, in codice, quasi a sottolineare la differenza con tutte le altre viemilie. La Strada Statale Nove, ovvero quella extra-urbana – ma sempre irrimediabilmente urbanizzata, come vedremo – che unisce tutti quei segmenti di strada tra una città e l’altra che rendono la SS9 non solo realtà, ma qualcosa di più: un concentrato di realtà. E quindi: se volete un viaggio veloce e comodo, senza pensieri, prendete pure l’A1. Altrimenti, benvenuti sulla SS9.

 

 

Attraversando la regione a cui ha dato il nome (e non il contrario, come pensano alcuni) la via Emilia fa da sintesi tra quello che qualcuno ha definito il Sud del Nord e il Nord del Sud. Le due metà d’Italia. Allo stesso tempo è una diagonale che racconta il passaggio dell’Italia dal mondo contadino a quello industriale fino a quello di oggi, qualsiasi cosa sia. L’inizio della via Emilia in teoria sarebbe a Rimini. Il punto esatto dell’inizio dell’antica strada è il ponte romano sul fiume Marecchia, ma siccome pensiamo alla geografia dall’alto verso il basso, oggi siamo abituati a pensarla come una strada che “scende”, cioè che da Milano va verso giù. E in effetti è così. Man mano che si va avanti in questi 300 km circa, il Nord smette di essere Nord. È come se la strada si scrollasse di dosso la Pianura Padana, fino a sfociare in Romagna, tra colline, vigne e piadine, e infine in mare, verso gli abissi e i mostri marini.

 

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Lungo questi 300 km per metà del tempo si respira l’atmosfera del nord lombardo-veneto. Il Nord delle tangenziali, delle infinite periferie padane senza nome, delle fabbriche, delle rotatorie surreali, dei palazzoni in mezzo a campi di nebbia, delle villette con piscina a bordo strada, delle chiese brutte e dei centri commerciali, ma anche dei campi, delle vigne, delle colline, di tutto quello che era la provincia prima che prendesse forma quella cosa che esiste ora. E poi le terronate, il chiasso, l’abuso edilizio, il barocco, la statua di Padre Pio e il cartello “pizzeria napoletana nuova gestione”, la rivendita di prosciutti DOP di fronte allo sfasciacarrozze, le giraffe finte, i nostalgici del fascismo, le vecchie osterie di una volta gestite da cinesi che non parlano italiano ma che hanno mantenuto la stessa clientela, lo stesso nome e lo stesso arredamento.

È una strada che, se la si percorre tutta – quasi nessuno lo fa – è come percorrere l’Italia intera: stretta, spremuta, strizzata e poi spalmata su 300 km circa, da Milano a Rimini, passando per le città e le tante frazioni, i paesini dai nomi buffi, spesso ex insediamenti romani, come Forlimpopoli, le traverse, le stradine senza nome e i vicoli ciechi (ce n’è uno che si chiama via Franz Kafka, ad esempio), le aree industriali che si mangiano le zone agricole, i vigneti e i gommisti, i campi di grano, le ruspe e i ciliegi in fiore, le prostitute e le sale slot 24 h. Una mega città-che-non-esiste attraversata dall’arteria principale, la via Emilia/SS9, che, per la maggior parte del tempo, è poco più di una stradina di campagna piena di buche, con l’asfalto martoriato e sconnesso, da percorrere al massimo a 60 km/h, di solito con un camion davanti.

 

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All’interno di questa densa e collosa ragnatela di costruzioni e umanità si trova un nucleo ancora più concentrato, prossimo alla saturazione e che forse un giorno collasserà schiacciato dal suo stesso peso come certi corpi celesti. È il famigerato tratto centrale, quello più trafficato, tra Parma e Bologna, con in mezzo Reggio-Emilia e Modena e vari posti dai nomi strani (Bagno, Fossalta, Bruciata, La Catena, Cavazzona). Sono circa sessanta chilometri. Sessanta chilometri di disagio, di mal di vivere. È l’iper-Italia dell’iper-Italia. Il centro del centro. L’attrazione principale di questo luna park.

Se un giorno l’Italia collasserà, sarà in questo esatto punto che verrà risucchiata dalla terra e scivolerà come l’acqua sporca dentro un imbuto, trascinandosi villette e fabbrichette, gelaterie, allevamenti di struzzi, neon, wine bar, piscine idro-jet in vetroresina, SUV e i ciclisti, tutti insieme, finalmente uniti per l’eternità. In questo nucleo della SS9, non a caso una delle zone più inquinate d’Italia, non c’è quasi più spazio per respirare: giusto ogni tanto qualche campo verde con un casolare diroccato e il cartello “SPAZIO LIBERO” con un numero di telefono, come a dire che è ancora possibile costruire, che c’è ancora qualche boccata d’aria prima di morire. E quest’ultima boccata d’aria saprà di tubi di scappamento euro 2, camion Iveco, strutto ed erba appena tagliata.

 

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Il fatto di percorrere questa strada a una lentezza esasperante (a causa del traffico, dei camion e degli autovelox) trasforma l’esperienza via Emilia in qualcosa di simile a un’esperienza mistica, psichedelica, in cui si viene a contatto con una realtà che di solito ignoriamo. E la SS9 è una droga che ti rallenta, che ti fa sprofondare in uno strano stato di intorpidimento causa asfissia, ma anche di iper-lucidità (perché devi comunque evitare i tamponamenti), dove il tempo si dilata, lo spazio non esiste, ti sembra di essere sempre nello stesso posto – ma quella rotatoria non l’ho già fatta? – e dopo un po’ ti dimentichi dove stai andando e vedi un’acciaieria di fronte a una gelateria siciliana con una mucca di plastica in scala 1 a 1 fuori dalla porta e una prostituta nigeriana con una minigonna di Hello Kitty che ti fa il dito medio mentre continua a gridare contro qualcuno al telefono. Tutto questo è reale, sta accadendo in questo momento e lo stai vivendo con incredibile lentezza.

Il vantaggio del traffico infernale della SS9 durante il giorno, se vogliamo trovarne uno, è proprio questo. Che, soprattutto se hai un camion davanti – e ce l’hai sicuramente – ti ritrovi a vedere le cose intorno a te. Non si tratta di allucinazioni, anche se all’inizio può sembrare così, ma proprio di “cose” che normalmente non guardi, a cui non fai caso, includendo tutte le possibili tassonomie esistenti: animali, anziani, vegetali, funghi, immigrati in bicicletta con le buste della spesa, mamme con il passeggino tra le macchine, vecchi con il giubbettino arancione e le bici parcheggiate sul ciglio della strada, con le auto che li sfiorano, pronti a morire pur di raccogliere un qualche tipo di vegetale commestibile (asparagi, cicoria) in un punto in cui anche solo respirare sembra rischioso. In questo modo vedi la realtà scorrere lentamente nella tua visione periferica. Ed è tanta, troppa, roba da sovraccarico cognitivo.

 

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Davanti a te la strada è sbarrata, vedi solo il culo del camion, ma nei finestrini laterali e nello specchietto retrovisore ogni fotogramma racchiude decine di spunti, di visioni, di fantasmi, di saggi di urbanistica, sociologia, antropologia, biologia e fisica quantistica. E spesso si verificano eventi simbolici apparentemente inspiegabili.

Un giorno ad esempio ho visto sulla SS9 un signore con lo sguardo cattivo, i capelli bianchi lunghi e la barba da Babbo Natale, che stava sul bordo della strada, sfiorato da migliaia di automobili e camion, immobile, impassibile, a fissare l’infinito, indossando dei pantaloncini molto corti, a metà coscia, e una camicia da boscaiolo semi aperta nella parte bassa, che lasciava intravedere il suo ombelico. Era gennaio. Lo spostamento d’aria provocato dal passaggio delle automobili smuoveva la barba e la camicia, ma il suo corpo restava immobile come una statua, con gli occhi fissi oltre la strada, rabbiosi. Chi era? Cosa guardava? Con chi ce l’aveva? Perché non aveva freddo?

 

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Un’altra volta un camion carico di polli si è schiantato contro un albero tra Cesena e Forlì. Nessun morto e nessun ferito; ma centinaia di polli morti tra le lamiere del camion adagiato sull’asfalto, in pieno giorno, hanno provocato code lunghe chilometri e il traffico bloccato per diverse ore. Una gru è intervenuta per spostare il camion e consentire di pulire la strada dai polli morti. Una volta ripulita la strada, le migliaia di gomme hanno ripreso a sfrecciare sull’asfalto – sempre a non più di 60 km/h, si intende.

Polli morti e lamiere contorte, con una coda di auto che strombazza con il clacson: un altro evento simbolico di routine che rappresenta alla perfezione la sintesi fra la realtà provinciale-contadina e l’urbanizzazione prossima all’implosione sulla SS9. In questo enorme groviglio di cose, persone ed eventi non sempre spiegabili, l’identità contadina dell’Emilia-Romagna convive con quella industriale e con tutto ciò che di periferico si può immaginare. È come un luna park tematico dedicato alle Pagine Gialle costruito tra le cartoline di com’era una volta la provincia italiana.

 

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Siete fra altalene circondate da torri di pneumatici e bancali. Lo gnocco fritto e la piadina. Le giostre e lo zucchero filato. La carrozzeria che compra macchine incidentate. Cabine telefoniche abbandonate. Bar e ristoranti dai nomi americani. Il bar La grande mela, il ristorante Manatthan di Calerno, l’American Graffiti Diner, il Bowling 2000 Laser Game Evolution, la sala casinò Las Vegas in zona Fossalta. Il Sexy Shop a fianco al cartello “taglio laser di tubi e lamiere”. Il Pet discount. Il Bimbo store. La Zincatura Padana Spa. Il bar tabacchi con “gnocco fritto take away”. La discoteca dove vanno le badanti. L’usato certificato e garantito, e se il gioco diventa un problema chiedi aiuto. I circoli Arci e le scritte pro-Lega. L’Hotel Eden e l’Hotel Paradiso, ora abbandonato e usato come luogo di incontro di prostitute. Il negozio di comignoli. L’apecar scassata che trasporta una poltrona stile Impero, chissà per dove e chissà da dove, e soprattutto chissà perché. Via Carlo Marx, ovviamente in una zona industriale. Il negozio di statue con Gesù nella grotta, Buddha e la Statua della Libertà. La rivendita di pellet. I cimiteri brutti. Un grande pollo gonfiabile alto sei metri. Tralicci, trattori. Venditori di ciliegie e fragole freschissime, in offerta, parcheggiati nella piazzola di un distributore di GPL. I camionisti con i capelli lunghi e il tatuaggio di Vasco. I bar con il karaoke fino alle 4 del mattino. Le locandine delle sagre, delle feste dell’Unità o come si chiamano ora. Qualche scritta contro gli immigrati. Le concessionarie Porsche e osterie tipiche con il menù primo secondo contorno e caffè a 10 euro. Il bar con il busto di Mussolini e di sua madre. Le zebre di plastica in scala 1:1. Molti, moltissimi maiali, veri e finti, vero fil rouge di una regione un tempo rossa, dove per rosso si intende il sangue di maiale, lo zampone, il sanguinaccio, la mortadella, e poi salami, coppe, fegatelli, ciccioli, soppressate. Il busto di Lenin a Cavriago e il monumento bronzeo dedicato al maiale nel piazzale della Chiesa di Castelnuovo Rangone.

Se potessimo prendere dieci metri quadri a caso della SS9, estrarli dal terreno e portarli in un laboratorio (oppure in una galleria d’arte se volete guadagnarci dei soldi) troveremmo tutto ciò che c’è di pensabile sotto questo umido cielo sub-padano. Nessun sistema di simulazione della realtà, per quanto elaborato e raffinato come può essere la matrice autostradale, potrebbe replicare in maniera credibile un sistema così complesso e pieno di variabili.

 

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Quando la realtà è così tanta e spaventosa come un quadro di Bosch abbiamo un meccanismo di autodifesa per annullarla: la mitizziamo, l’astraiamo (nel senso di astrarre), la rendiamo simpatica, pulita, accattivante. Ce la raccontiamo, insomma. Così la SS9 è diventata la nobilissima “antica via Emilia dei romani”, oppure “la nostra Route 66” o “la mitica via Emilia”, con foto di cartoline di quando la Fiat era ancora ferma ai primi prototipi, e nel gucciniano “tra la via Emilia e il West” ci si muoveva in bici o a cavallo, le belle contadine con il cesto in testa, i nonni “guarda che belli sembrano attori”, e tutta quell’Italia contadina di cui sulla SS9 resta qualche traccia, come le ombre dei morti rimaste impresse sui muri durante l’esplosione atomica a Hiroshima e Nagasaki.

La mitizzazione della via Emilia a un certo punto si è trasformata in un vero attacco totale dell’Astrazione contro la Realtà. In questa operazione di mitizzazione, l’Expo di Milano ha dato una mano. Anzi, più che una mano forse è meglio parlare di una botta in testa. Così possiamo dire che la Mitica via Emilia attraversa la “Motor Valley” nel modenese e la “Food Valley” tra Parma e Reggio. La via Emilia a quel punto è diventata “il brand turistico della regione Emilia Romagna”, si è parlato di “un nuovo concept turistico per l’Italian Lifestyle”, nei comunicati stampa si leggeva che: “…attraverso il cluster del Tourism Experience, nella via Emilia, vengono declinati ed implementati prodotti turistici, orientati ad una domanda internazionale di alta qualità”. Ma anche: “via Emilia, Experience the Italian Lifestyle, per un turismo realmente d’esperienza”.

Perfino le prostitute nigeriane tra Borgo Panigale e Bologna a quel punto hanno smesso per un attimo di urlare dentro il telefono e si son dette “Eh?!”.

 

 

Sono usciti così vari articoli di giornali dove si parlava di una via Emilia immaginaria, fino a un surreale reportage del tabloid The Sun che in pieno delirio da Expo-esaltazione definiva la SS9 “una delle venti strade più belle del mondo”. Il viaggio “lungo l’antica strada romana” veniva pubblicizzato con immagini di Lamborghini e Ferrari – come se fosse possibile fare la SS9 con una Ferrari, no dico: provateci – tortellini, prosciutti, Pavarotti, mortadelle, Bottura, unicorni, draghi spaziali. Non c’erano i vecchietti con i giubbetti arancioni alla ricerca di cicoria e morte da trauma improvviso, non c’erano le sale slot, i camion, le rotatorie, gli autolavaggi, i neon, gli ingorghi, i polli morti.

In questa nuova via Emilia tutto era possibile: superare i 60 km/h, respirare aria pulita, parlare di Kant con le prostitute (a proposito, c’è anche una via Immanuel Kant, in zona Roncadella, vicino al ristorante cinese “Imperiale”), forse perfino sorpassare i camion, chissà. Peccato che questa via Emilia esistesse solo all’Expo, nei dépliant istituzionali, nei siti internet e nei reportage dei giornalisti stranieri, che esploravano solo il centro delle città e per il resto si spostavano sull’autostrada, fuori dalla realtà periferica ed extra-urbana, asfissiante, cacofonica ed epilettica della “SS9 experience”.

 

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Ma chi la fa tutti i giorni ha presente che tipo di esperienza sia. C’è chi la prende ogni tanto, solo per tratti brevi, e li riconosci perché sono quelli che sbraitano e smadonnano mentre guidano, con i muscoli facciali tesi e la mano sul clacson, come se servisse a qualcosa. Ma chi la fa ogni giorno, chi ci vive, è assuefatto, ha lo sguardo perso sul davanti, è calmo, non suda, non suona il clacson, ma attende.

 

Perché di questa iper-Italia così densa e soffocante se ne può subire il fascino forse per mezz’ora, o poco più. Poi si vuole soltanto scappare: uscire dalla realtà della SS9 e seguire il cartello verde speranza dell’autostrada, non a caso molto simile a quello dell’uscita di emergenza degli edifici. Cosa che vi suggerisce di fare anche il navigatore, che della via Emilia non ne vuole proprio sapere e quindi, con il suo tono monocorde che pian piano verrà scalfito da una nota di robotica esasperazione, vi dirà più volte di lasciare la SS9 ed entrare sull’A1. E pagare pedaggio, qualunque sia.

 

Foto dell’autore.