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Venezia d’inverno

Se ve ne siete innamorati quel giorno di giugno, vi siete innamorati di un falso.

Arrivai a Venezia che avevo 19 anni, d’inverno. Un’estate di molti anni addietro, al Lido, il mio primo amore: un mix fatale di buganvillee, cavallucci di mare e biciclettate all’ombra. L’inverno cambiava tutto. Con alcuni amici vivevo ai Tolentini, in una casa – Casa Zinov – dalle pareti totalmente ricoperte di carta da parati color tortora dove l’ex proprietario, morto nella camera padronale negli anni 70, aveva tracciato a matita un’infinità di rettangoli all’interno dei quali aveva scritto didascalie di fotografie immaginarie. Staccando la carta da parati s’intravedevano rigurgiti salini, muffa, nidi di scorpioni e insetti di laguna.

Era un inverno di bufera, vasi e sottovasi cadevano dagli ultimi piani e si sfracellavano sul pavimento ghiacciato delle calli. Ci fu anche un morto, Attilio Stefani, fu ritrovato lungo l’argine del Lido: una mattina, mentre era solo, il vento l’aveva pugnalato alle spalle gettando il suo corpo nell’acqua gelata. D’un tratto mi accorsi che le tempeste a Venezia sembravano più tempestose che nelle altre città d’Italia, forse per la sua esibita fragilità. Avevo paura? No, ma cominciai a guardare il cielo come nei secoli prima del mio, valutando i presagi di vita o morte che lanciava.

Gli studenti veneziani sono ragazzi del loggione o lavorano come maschere; di sera si andava alla Fenice, al Teatro Malibran o agli spettacoli sperimentali alle Fondamenta Nuove; nel bene o nel male, studenti di giapponese, di politiche mediorientali o d’arte, ci si trovava sempre invischiati in qualche spettacolo. “Se vedi un bell’uomo camminare per Venezia con aria sprezzante è di sicuro un regista di teatro” mi disse un giorno Pam, la mia coinquilina. E così è, i registi di Venezia hanno tutti la stessa fisionomia: lungo volto da unno, pelle leggermente butterata e color salvia, barba ispida e salmastra, occhi affogati, cappotto di pelliccia.

L’inverno cambia tutto: Venezia gira in abiti da casa, mostrandosi per quel che è.

In quel mio primo inverno le sirene dell’acqua alta suonavano silenziose nel bel mezzo della notte, sfidando i film di Antonioni e annunciando il raid della natura: l’alta marea spazzina che pulisce i canali. A Casa Zinov tutti acquistammo i tappi, ma dormire era difficile e la mattina arrancavamo verso l’università con terribili occhiaie. L’unica persona felice, profondamente felice, era il mio professore di letteratura italiana, l’aereo scrittore Daniele Del Giudice, che quell’anno concludeva il suo insegnamento. Nei rari giorni in cui la marea s’abbassava, Del Giudice emergeva da Fondamenta Barbarigo con delle galosce da pescatore di cozze che terminavano ben sopra il suo ginocchio; nei giorni di tempesta invece capitava che si presentasse in mocassini; la sua costante era un immenso, divertito, sorriso con cui offriva un caffè a noi studentesse che gli andavamo incontro prendendolo in giro.

L’ultimo corso tenuto da Del Giudice si rivelò essere l’alter ego letterario di Venezia d’inverno. In teoria avrebbe dovuto trattare la letteratura italiana del Novecento, in pratica il Professore, che già vagava per i misteriosi sentieri del suo nuovo pensiero, esordì dicendo a quei pochi studenti: “Let-te-ra-tu-ra italiana. Bah. Non so”. Per tutta la durata delle lezioni ci fece leggere in aula I sommersi e i salvati di Primo Levi e dalle poche, indimenticabili, frasi che saltuariamente proferiva, spesso ridendo, si capiva che nella sua mente si erano sovrapposti memoria storica, sconfitta, i propri perduti ricordi e, su tutto, l’acqua alta. Finita la lezione mi chiedeva di accompagnarlo per un tratto di strada e mi diceva: “Sofia, ricordami la prossima volta di nominare Pasolini, La ricotta. Che nome buffo”. Io gli rispondevo che sì, gliela ricordavo ogni giorno La ricotta; allora lui mi guardava preoccupato, sospirava, e ripeteva: “Eeeeeh, Pasolini. Mah. Non so. Ma anche tutti gli altri, non so mica. Li facciamo? Bah!”. E poi, ridacchiando: “Che alta quest’acqua”. Quei suoi stivali portati con ostinazione anche nei giorni di sole erano l’uniforme da generale austroungarico sospettoso di Venezia.

Sospetto più che legittimo: la leggenda di una Venezia come immensa scenografia, regina del falso, è accettabile solo se si riconosce che non c’è niente di più vero del falso. Esempio: costeggiando i canali vedo ancora piccole imbarcazioni che trasportano quarti di bue e di altri animali lasciando dietro a sé scie di sangue, ormeggiano nei rii dietro le macellerie dove si passa la carne al beccaio. Davvero tutto è ancora così? Un veneziano con un grande cappello si volta e sorride, mi sembra di riconoscere in lui il platonico Sacramozo di Hofmannsthal. Intanto le barche caoline eseguono i piccoli traslochi. Quando un veneziano cambia casa mostra i propri beni a tutta la città. I gabbiani sventrano i sacchetti di spazzatura, i netturbini riparano i danni, a Venezia non si butta via niente di losco, che so, un assorbente, senza correre il rischio che il giorno dopo lo sappiano tutti.

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Ecco la vera (falsa) Venezia; ingenuo Georg Simmel e tutti coloro che hanno teorizzato una Venezia della miseenscène, una zuppa turistica di Casanova, Veronese e Arlecchino, città di pura estate, abbagli e amori monsonici. Il saggio di Simmel, che viene ancor’oggi propinato ai giovani architetti, s’intitola Roma, Firenze, Venezia ed è stato raccolto da Massimo Cacciari nel 1973 in un volume titolato Metropolis; in breve: Roma è l’odalisca, Firenze la donna da sposare, Venezia la sgualdrina. I sobri palazzi fiorentini sarebbero “espressione di una personalità sicura di sé, responsabile, autonoma”; a Firenze s’avvertirebbe che l’aspetto esteriore di un palazzo è espressione precisa della sua natura interiore. Simmel chiama tutto questo “arte”. A Venezia invece i palazzi non sarebbero che le loro facciate, apparenze dentro cui non brulica la vita; un artificio. “Venezia ha l’equivoca bellezza dell’avventura, che ondeggia nella vita senza radici, come un fiore strappato nel mare… non sarà mai patria per la nostra anima, ma avventura soltanto”.

Davvero? Simmel, non per contraddirti, ma Venezia è la città in cui ho visto più persone pisciare all’aperto. In certe calli della Venezia minore ci sono uomini di ogni classe sociale che urinano con gusto su marmi e muriccioli. Ce n’era sempre uno, e sicuramente c’è ancora, pulito, ben vestito, ogni mattina alle sette in Calle Gritti. Se d’estate le calli pulsano dell’odore di urina, d’inverno gli odori umani e animali si ghiacciano. Quando sale la nebbia i veneziani si travestono da zingari, tra le donne torna di moda lo scialle di lana gettato sulle spalle, tra gli uomini le giacche di velluto a coste; d’inverno aumenta la fame dei gabbiani, da alcuni anni a Venezia non si vedono più passerotti. Ricordo che un quotidiano locale titolò la notizia: “Seeghette nella gola delle magoghe”.

In inverno Venezia gira in abiti da casa e svela le proprie animalesche abitudini, fiera di essere quel che è. Se ne accorse il sensuale Giovanni Comisso. In un articolo uscito sulla rivista Epoca nel 1950 che ho trovato frugando in un cassonetto di Marghera, s’interrogava su edifici come l’Hotel Bauer che innestavano le loro architetture brutaliste tra gli intarsi del barocco veneziano. Pur inorridendo, Comisso si consolava all’idea che da Venezia “scaturisce sempre una terza forza, in vero magica, forse discesa dall’atmosfera del cielo o emersa dal salmastro patinoso delle acque, per cui anche le brutture finiscono col diventare inavvertibili”. Il giorno che la nuova, nuovissima, architettura dell’Hotel Santa Chiara fu svelata ai cittadini, scrissi questa poesiola: “Roma, Roma, Roma fatale/ di Roma noi abbiamo solo il piazzale/ su cui dal cinqueagostoduemilaequindici/ domina un cubo tantimetriperundici. / El ponte se ciama Calatrava, no ‘dea Costitussion! / – sbraita al giornalista il giornalaio imbriagon. / Nella laguna del mite oscillare/ la Costituzione è quella del mare”.

Foto: fonte WikiCommons.