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Venezia capricciosa

In architettura, un capriccio indica un’opera assurda, piacevolmente inutile. Un lavoro in cui fantasia e realtà si abbracciano ubriache.

 

“Capriccio” è una bellissima parola. Sorellastra di “ghiribizzo”, altro vocabolo notevole, ha un particolare significato nel mondo dell’arte: in architettura indica un’opera assurda, piacevolmente inutile; nell’arte un lavoro in cui fantasia e realtà si abbracciano ubriache. Alle volte, quando si capriccia davvero bene, si può arrivare a piegare lo spaziotempo, come su Fringe, aprendo brecce su eventi possibili e what if vari.

In questa rubrica, chiamata appunto “Capricci”, parleremo di queste ucronie urbanistico-archittetoniche, progetti veri che furono veramente proposti e presi in considerazione, e che solo per qualche inciampo quantistico non ci ritroviamo anche su Google Street View. Momenti in cui ci siamo veramente andati vicino l’abbiamo scampata bella o abbiamo sprecato una grande possibilità, dipende.

Oggi cominciamo con un capriccio firmato dal Canaletto tra il 1756 e il 1759 e intitolato Capriccio con edifici palladiani.

 

Giovanni_Antonio_Canal,_il_Canaletto_-_Capriccio_-_a_Palladian_Design_for_the_Rialto_Bridge,_with_Buildings_at_Vicenza_-_WGA03938

 

È una visione perturbante, una Venezia alternativa dipinta sulla base del progetto con cui Andrea Palladio delineò la sua visione della zona di Rialto. Per secoli, infatti, il Ponte di Rialto è stato diverso da come lo conosciamo, una struttura di legno che spesso e volentieri prendeva fuoco o crollava. Prendiamo Il Miracolo della Croce a Rialto del Carpaccio (1494) ed ecco il ponte di Rialto in tutto il suo splendore ligneo.

 

Carpaccio - miracolo della reliquia

 

Nel 1551 la struttura crollò per l’ennesima volta, spingendo la Serenissima ad aprire un bando per la sostituzione del ponte, bando che fu vinto da tale Antonio da Ponte (nomen omen) dopo una sfida mozzafiato tra grandi nomi dell’architettura del tempo: Palladio, Sansovino, Vignola, Scamozzi. In questo senso il capriccio del Canaletto è un’importante testimonianza della visione di Palladio, il cui progetto fu rifiutato per vari motivi che vedremo. Come ha scritto l’architetto Diego Ersetig, “il capriccio può essere considerato come uno dei primi fotomontaggi di progetto architettonico della storia”: una sorta di proto-rendering da un mondo parallelo.

Il progetto palladiano esiste in due versioni, la prima del 1554 e la seconda del 1569: nella prima proponeva un ponte di pietra a cinque navate mentre nella seconda (la più nota, quella dipinta da Canaletto) correggeva il tiro con tre navate in modo da permettere il passaggio di navi più grandi, tra cui il Bucintoro del Doge e una riqualificazione di tutta la zona di Rialto, che sarebbe stata squarciata da due grandi piazze simmetriche alle estremità del ponte. Una struttura “chiusa” al canale sottostante, un grande mercato sospeso sull’acqua con tre passaggi pedonali, il tutto “costruito interamente su una piattaforma alta […] 5,71 metri”, spiega Ersetig.

Riqualificazione, si diceva: un termine che oggi accompagniamo spesso a zone degradate che vengono ripulite e offerte in sacrificio al dio della gentrificazione. Nel Cinquecento la situazione era simile alla nostra: Palladio uscì dai limiti del bando portando il suo progetto a coprire aree all’epoca già edificate sulle fondamenta rialtine, “che manifestavano un forte stato di degrado”.

 

 

Non se ne fece nulla, come sa chiunque abbia mai visto una cartolina di Venezia. A vincere fu Antonio da Ponte, qui nei panni dello status quo lagunare e autore di un ottimo progetto (ponte di pietra + navata unica + negozi + passaggi pedonali = successone), mentre la “modernità” proposta da Palladio fu bocciata, primo grande strappo nel rapporto tra progresso e Venezia. Come ha scritto Federico Sesamo nel blog ItalianoContemporaneo, “Per Palladio il ponte è il pretesto per offrire a Venezia la sua visione, radicalmente moderna perché alternativa e assoluta, del foro commerciale all’antica ad una città per necessità e tradizione ‘anticlassica’: la razionale ortogonalità delle corti porticate del Palladio si inserisce a forza nel tessuto veneziano, contrastandone ed annullandone la natura di labirinto urbano.”

Sarebbe stata una Venezia diversa. Migliore? Forse: il concetto di capriccio serve proprio a proteggerci dall’obiettività e permetterci di immaginare scenari alternativi (e di giudicarli!). Certo, dire di no a Palladio e, qualche secolo dopo, a Frank Lloyd Wright può anche avere un suo senso isolazionista. Solo che poi non puoi permetterti di dare l’ok a questo.