Foto: Paolo Costanzi.
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Seimila tonnellate di acciaio

La Vela di Calatrava è il più grande rudere della Roma contemporanea.

 

Che cosa hanno in comune la Tour Eiffel e la famigerata “Vela di Tor Vergata”? Una è nel centro di una grande capitale europea e rappresenta uno dei monumenti più famosi e apprezzati di quella città (mediamente porta a Parigi cinque milioni e mezzo di turisti ogni anno); l’altra è un’opera faraonica mai terminata nella periferia a sud di un’altra capitale (si dice) altrettanto importante: Roma.

E ancora: una è stata progettata a fine ‘800 da Stephen Sauvestre e costruita in soli due anni due mesi e cinque giorni (1887-1889); l’altra, che porta la firma dell’archistar spagnolo Santiago Calatrava, è stata iniziata nel 2005 e, passati ben undici anni, è ancora incompleta.

 

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Ma quindi, alla fine, cos’hanno in comune? Una cosa almeno: la quantità di materiale utilizzato, cioè sei milioni e 800mila chilogrammi di acciaio. E stiamo parlando solo di metà progetto, ancora. L’opera viene chiamata erroneamente “Vela di Calavatrava”, ma in realtà sarebbero due conchiglie capovolte delle quali, finora, se ne vede ancora soltanto una; e quindi, per tutti, quel primo guscio è diventato una vela.

 

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Il tutto nasce nel 2005 – durante il primo mandato di Walter Veltroni a sindaco di Roma – con un piccolo progetto che non aveva niente a che vedere con quello che sarebbe stato neanche un anno dopo. L’idea era quella di realizzare un polo sportivo nel campus della seconda università della capitale, Tor Vergata. Il costo della cosiddetta “Città dello Sport” ammontava a circa 60 milioni di euro e sulla base di questa prima versione si iniziano i lavori, molto lentamente. L’incarico è affidato (senza una gara pubblica) al valenciano Santiago Calatrava, famoso per gli elevati costi di realizzazione delle sue opere. I lavori di costruzione iniziano, ma lo stesso anno la giunta Veltroni candida la città per i XIII Campionati del Mondo di Nuoto previsti per il 2009. Vince il confronto con le altre quattro concorrenti – Atene, Dubai, Mosca, Yokohama – e così si arriva al primo intoppo e al primo stop.

 

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Racconta l’ex assessore Umberto Croppi: “L’opera viene ripensata e a Calatrava fu chiesto di ingrandire l’impianto” per ospitare, appunto, i mondiali di nuoto. Nel 2007, con il nuovo progetto, si rifanno i sondaggi archeologici, si riapre il cantiere e si ricomincia a lavorare. “In questa fase viene ipotizzata la costruzione di un blocco complementare alla struttura sportiva che, nelle intenzioni del committente, a giochi finiti avrebbe potuto ospitare un centro commerciale così da rendere l’intero impianto più appetibile in fase di vendita”. Idea che però non ha avuto nessun seguito pratico.

 

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In un attimo si è arrivati al 2008 – giunta di Gianni Alemanno – e in termini di soldi a più di 200 milioni di euro già sapendo che, in soli dieci mesi, non si sarebbe fatto in tempo a terminare i lavori per l’inizio del mondiali di nuoto – che in effetti poi sono stati ospitati in altre piscine, come quelle del Foro Italico. Spostamento non indolore perché per adattare gli impianti già esistenti sono stati spesi altri soldi pubblici.

 

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Seguendo una prassi di governo (la famosa “Legge Obiettivo”), alla sommità della piramide manageriale viene chiamata la Protezione Civile di Guido Bertolaso, la quale affiderà la sovrintendenza dell’opera ad Angelo Balducci, ex presidente del provveditorato ai lavori pubblici, poi condannato a tre anni e otto mesi nel febbraio 2016 per la cosiddetta “cricca degli appalti” del G8 all’interno della maxi inchiesta grandi eventi. I lavori vengono affidati alla Vianini Lavori che appartiene per il 50,045% al Gruppo Caltagirone (di cui è presidente quel Francesco Gaetano Caltagirone che nel 2011 era tra i 20 uomini più ricchi d’Italia). Il cantiere è a regime, ma dopo un po’ i lavori si fermano di nuovo perché tra una cosa e l’altra il costo è lievitato: mancano all’appello altri 426 milioni di euro, tanti, troppi. La Protezione Civile si sfila e tutto si ferma.

 

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A inizio 2011 – Silvio Berlusconi è presidente del Consiglio – nella capitale di Gianni Alemanno si respira aria di eventi sportivi, tant’è che di lì a breve viene annunciata la candidatura di Roma ai Giochi Olimpici del 2020. I lavori riprendono lievemente vigore perché per Roma 2020 non bastano solo le piscine: servono anche campi da pallavolo, basket, pallamano, insomma tutto. Per l’ateneo di Tor Vergata è un’altra buona occasione. L’aria di sport rimette tutti di buon umore e per il rettore Giuseppe Novelli, massima apertura: “Siamo disponibili non solo con la Vela, ma anche con tutto il resto: l’Università ha 600 ettari che possono essere messi a disposizione, non dimentichiamoci i grandi eventi che abbiamo gestito in passato con grande successo”. Sembrerebbe che tutto è bene quel che finisce bene, ma non è così.

 

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Il governo Berlusconi infatti cade, e dopo un mese dalla candidatura ufficiale il governo tecnico di Mario Monti si fa un po’ di conti in tasca e ci ripensa: siamo in piena austerity. A febbraio del 2012, data la situazione economica precaria, per Monti sarebbe da “irresponsabili dire sì” ai giochi olimpici perché “le turbolenze finanziarie non consentono di prescindere da questa situazione di difficoltà”. Il tutto si ferma di nuovo: è la terza volta.

 

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Delle due conchiglie solo una è finita; cioè, “finita” per modo di dire, perché mancherebbe tutta la copertura in vetro e gli adeguamenti interni; della seconda ci sono solo i grossi pilastri di cemento armato a sostegno della sovrastante struttura metallica identica a quella della prima conchiglia. Gli anni corrono, come gli eventi politici. Matteo Renzi sostituisce Enrico Letta, Ignazio Marino sale al Campidoglio, la situazione è ormai arrivata al limite del ridicolo, tanto da irritare lo stesso architetto Calatrava che nel 2015, durante un incontro con il Comune, afferma perentorio che “l’opera va terminata”. Ancora secondo Umberto Croppi la situazione è paradossale, anche perché non si capisce bene chi sia il proprietario dell’impianto: “I terreni sono dell’università, i soldi sono del Comune [o comunque pubblici, ndr], ma le chiavi del cantiere ce l’ha ancora la ditta che sta eseguendo i lavori perché finché il cantiere non si chiude sono loro ad avere il possesso della struttura”.

 

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Le idee di riqualificazione dell’impianto sono tante: a un certo punto l’amministrazione capitolina pensa di convertire la struttura in un enorme orto botanico – il più grande del mondo – sul modello di quello di Singapore, Gardens by the Bay; ma l’ex sindaco Marino non ama le grandi opere, perciò bisogna abbassare l’asticella. Per salvare il salvabile allora è necessaria una sforbiciata sui costi e, di conseguenza, ridimensionare il progetto e la successiva realizzazione. L’archistar spagnola non ci sta, non rinuncia alla seconda “vela” e interrompe il dialogo con il Comune. Sembra anche aver detto, a margine del Primo Convegno Nazionale Opere Incompiute (Roma, 13 gennaio 2015), che avrebbe parlato “solo con l’università”. Università che, appunto, vorrebbe convertire l’impianto e utilizzarlo per fini istituzionali e accademici. L’intenzione dell’ateneo è questa, ma di scritto non c’è nulla, perciò ad autunno 2015 è ancora tutto fermo, fino a quando non arriva il terremoto di Mafia Capitale: Ignazio Marino si dimette e il vento sportivo di Roma 2024 è ora libero di gonfiare la Vela. Si arriva così al 2016.

 

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Nella brochure che viene presentata del progetto olimpico si legge che “la zona sarà riqualificata e con l’occasione sarà completata la Vela di Calatrava che fungerà da nuovo palazzetto dello Sport per le partite di pallavolo e pallamano”. Inoltre “a Tor Vergata sorgerà il Villaggio Olimpico che sarà poi destinato a grande campus universitario per le residenze degli studenti e in parte all’ampliamento delle attività di ricerca dell’Ospedale”. Secondo l’ex sindaco Marino l’amministrazione ha scelto questa zona perché “ossessivamente caldeggiata” per favorire gli interessi dei soliti palazzinari anziché puntare sul cemento già esistente. “Provo a fare una profezia: ci diranno che il Villaggio Olimpico si dovrà fare nel verde di Tor Vergata (la Vianini Lavori di Caltagirone ha una concessione datata 1987 su terreni di proprietà dell’ateneo) e si dovrà prolungare la metro C [la Vianini ha il 34,5% delle quote della società MetroC, ndr]”.

 

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Intanto, nuovo cambio di sindaco, e sull’ipotesi Olimpiadi a Roma si gioca persino un pezzo di campagna elettorale. Infine, la neoeletta Virginia Raggi ammonisce: “Prima pensiamo alle buche, ai rifiuti, ai trasporti, alle carrozze della metro senza aria condizionata in piena estate, poi valuteremo lo straordinario” (cioè i giochi olimpici). Incurante di tutto, la Vela lasciata a metà sta a ancora lì, e ormai i romani hanno imparato a riconoscerla e forse persino ad apprezzarla mentre da lontano la scorgono sul Grande Raccordo Anulare. In fondo, in una città che di ruderi antichi è piena, la Grande Opera firmata Calatrava è uno splendido esempio di rudere contemporaneo.

 

Foto dell’autore.