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Vedi Art Basel e poi muori

Reportage dall'ultima edizione della più importante fiera d'arte contemporanea del mondo.

 

Così come L’attimo fuggente ha distrutto un’intera generazione di insegnanti, Aldo, Giovanni e Giacomo e il loro maledetto falegname hanno sulla coscienza intere generazioni di persone cresciute convinte che il loro [inserire artigiano di fiducia] con trentamila lire possa fare meglio qualunque oggetto che un gallerista espone per la vendita a svariate decine di migliaia di pounds. Se a questo aggiungiamo il bombardamento continuo che ogni opera di fiction ha portato avanti negli ultimi quarant’anni, propinandoci artisti eccentrici vestiti come un incrocio fra i personaggi di Priscilla regina del deserto e quelli di Mad Max che si urlano TESOVO l’un l’altro, è facile capire come mai l’arte contemporanea non riesca a uscire dal suo guscio dorato e raggiungere le masse.

Per cercare di comprendere meglio il mondo dell’arte contemporanea sono quindi andato a Basilea durante Art Basel 2016, la principale fiera mondiale di settore svoltasi la scorsa settimana dal 16 al 19 giugno. Questo è quello che ho visto.

Mercoledì
Ritiro l’accredito e sono pronto per entrare. La fiera vera e propria inizia soltanto il giorno dopo, ma il possesso di una VIP Card mi permette di accedere da subito, partecipando ai cosiddetti “private days”, i primi tre giorni di fiera aperti solamente a collezionisti e addetti a lavori. È in questo lasso di tempo che viene comprato il maggior numero di opere, soprattutto da fondazioni private e banche.

 

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La prima cosa che avvisto in fiera è una donna interamente ricoperta di plastica, faccia e capelli compresi. Porta sottobraccio un cane, anch’esso di plastica, e si ferma amabilmente a parlare con diversi galleristi, per nulla stupiti. Non riesco a capire se è un tipo eccentrico o se faccia parte di una performance: sono dentro da 5 minuti e già mi sento come quelli che non colgono la differenza fra un paio di occhiali dimenticati e un’installazione artistica.

 

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Le gallerie sono disposte in maniera ordinata in un gigantesco spazio rettangolare che si sviluppa su due differenti piani, con un ulteriore terzo piano dedicato alla Collector’s Lounge, una zona esclusiva riservata ai collezionisti, in cui puoi scegliere di mangiare al ristorante della chef stellata Tanja Grandits oppure – per non rimanere mai senza i bisogni di prima necessità – farti preparare un sigaro artigianale sul momento da uno specialista cubano seduto a un tavolino a fianco di un gigantesco sacchetto di tabacco. In mancanza di possibilità di girare con quello che hai comprato in fiera sottobraccio, un ottimo modo di ribadire il tuo censo. Sia mai che qualcuno pensi che sei povero.

 

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Zigzago fra le gallerie, constatando la forza centrifuga della loro disposizione, che continuamente mi spinge verso la fila più esterna. Un capannello di gente in attesa davanti a una tenda attira la mia attenzione. Pochi secondi dopo le tende si aprono e una ballerina in tutù inizia a ballare sulle note di un violino suonato da un musicista lì a fianco. È una performance artistica ideata da Jannis Kounellis nel 1972.

 

 

Decido di averne avuto abbastanza come primo giorno e mi dirigo verso uno degli svariati vernissage sparpagliati per Basilea. La mia speranza, in una città in cui un espresso costa l’equivalente di 5 euro, è quella di riuscire a mangiare gratis per tutti e cinque i giorni in cui sarò là. In coda per uscire, origlio dalla coppia davanti a me quella che, dal grado di eccitazione con cui viene appresa, pare essere una grossa notizia: sembra che la newyorkese Gagosian, una delle più grandi e importanti gallerie del mondo, abbia venduto in meno di un’ora dall’apertura dei “private days” un Damien Hirst da oltre un milione di euro. Evviva!

Giovedì
Fermo nel proposito di mangiare a scrocco dei signori delle arti e delle banche che li foraggiano, alla mattina mi incammino verso il Kunstmuseum, dove contestualmente all’inaugurazione di una mostra personale di Barnett Newman mi hanno promesso la presenza di una colazione. Il principale highlight però non risultano essere né le tartine né la pur notevole collezione permanente del museo, quanto piuttosto due tipe pelate vestite alla stessa maniera.

 

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Speravo di beccare un sacco di persone bizzarre e fare un sacco di fotografie e molti commenti ironici e che l’articolo si scrivesse da solo, ma purtroppo i due cosplayer del Dr. Male e Mini-Me sono stati gli unici che ho trovato. Pedinandoli per qualche minuto dentro alla fiera, ho anche scoperto che entrambi sono molto familiari con tutti i galleristi incontrati e che hanno delle borse il cui logo è una rappresentazione stilizzata delle loro due teste pelate all’interno di un cuore.

 

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Quando torno in Messeplatze, la coda per entrare è nutrita. Il tizio in primo piano in questa foto prova a superarmi più volte, accampando scuse (che non capisco) con l’addetta alla fila, una persona il cui delicato compito è quello di stare sotto la pioggia con un cartello con scritto sopra VIP ENTRANCE, così che le persone molto importanti non rischino di non sfruttare i propri privilegi.

 

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Privilegi che comprendono una flotta di BMW pronta a scarrozzarti ovunque tu voglia. Durante il loro utilizzo, ho provato a cercare all’interno se ci fosse anche un mini-bar ma forse ho rotto un bracciolo di un sedile e adesso ho paura che vengano a casa mia a portarmi via la mia collezione degli X-Men come risarcimento. C’è dentro tutto il ciclo di Grant Morrison, oltre alla roba più vecchia di Chris Claremont e vale di sicuro più di tutta la roba che potete trovare a Basilea.

 

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Una delle prime cose che cattura la mia attenzione all’interno della fiera è questa opera di John Chamberlain, dalla galleria Peter Freeman di New York. Forse non tutti sanno che: il lavoro di Chamberlain e i suoi accrocchi di lamiere sono stati l’ispirazione per la puntata dei Simpson in cui Homer diventa un artista (Homer e la pop art, S10E19). O questo perlomeno è quello che un ragazzo ha raccontato alla fidanzata mentre ero lì.

Il giro più completo del secondo giorno mi permette comunque di riconoscere due tendenze molto nette: il ritorno della pop art – sia nuovi pezzi che recuperi degli anni ’60 e ’70 – e uno sconfinato amore per i motivi geometrici.

 

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Quello sopra per esempio è un quadro simil-Mondrian fatto nel 2015 e sullo sfondo dei simil-Peter Halley.

 

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Questo invece è un quadro di Boris Bućan del 1972, esposto da Mayor Gallery. In generale, la pop-art minore coeva delle più celebri opere di Warhol e Roy Lichtenstein sta vivendo un momento di forte rivalutazione nel mercato dell’arte, accompagnando una nuova ondata di artisti pop fuori tempo massimo.

 

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Appunto. Esempio di pop art fuori tempo massimo: un quadro con Paperino e dei retini, prodotto nel 2016 (cioè quest’anno).

 

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Altra pop art, realizzata da Errò, un artista islandese, nel 1987. Questa a dir la verità mi fa sognare, principalmente perché mi ricorda Jack Kirby. Chissà cosa ne pensa Gary Friedrich del fatto che Ghost Rider appaia nel quadro e che quel quadro venga venduto a svariate migliaia di sterline dalla galleria Perrotin. Qualche anno fa Brian Bolland fece causa (vincendo) proprio a Errò, perché aveva utilizzato un suo disegno di Tank Girl per la realizzazione di una propria opera.

 

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Un’altra grande passione delle gallerie è quella di accostare le sculture di Alexander Calder a quadri di Lucio Fontana.

 

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C’erano 286 gallerie presenti, e questa opera, fra tutte, si è guadagnata il premio di pezzo d’arte più brutto di tutti. Complimenti galleria di cui non ho segnato neanche il nome perché avevi della roba troppo brutta per meritare che tirassi fuori la penna dalla borsa.

 

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Anche le opere con i chiodi andavano alla grande. Il chiodo è decisamente l’oggetto artistico di Art Basel 2016. Il maggior esponente del chiodismo è il tedesco Gunther Uecker, autore di queste sculture esposte da Dominique Levy.

 

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Nel caso ve lo stiate chiedendo, sì, c’erano anche cose molto interessanti, per esempio i disegni di William Kentridge esposti dalla Goodman Gallery di Johannesburg…

 

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…Oppure un dinosauro che tiene in mano un mini-proiettore che proietta foto sul muro.

 

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I neon sono invece un classico intramontabile, presi d’assalto dalle fotocamere degli smartphone del pubblico. Probabilmente il fatto che veicolino un messaggio verbale e siano colorati e luminosi li rendono immediati e auto-esplicativi, senza sembrare troppo pretenziosi ai tuoi follower su Instagram. Questo è di Yael Bartana ed era esposto alla galleria Annet Gelink di Amsterdam.

 

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Dicevamo: messaggio verbale. Immediato. Auto-esplicativo.

 

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Ed ecco Tom of Finland, un disegnatore finlandese particolarmente famoso per le sue illustrazioni omoerotiche. Solitamente ritraeva poliziotti, operai, motociclisti e altre icone della mascolinità in atteggiamenti intimi. La galleria David Kordansky di Los Angeles ha 5 dei suoi disegni in vendita. Chiedo a uno dei galleristi il prezzo e se  qualcuno li abbia comprati. Mi risponde che quello a colori costa trentamila dollari, quelli più piccoli costano ventitremila, a parte quello con più uomini, che sta sui venticinquemila. “Sai”, aggiunge imbarazzato “è quello con più… figure”, come se si vergognasse del fatto che il Tom of Finland costi di più perché mostra più pompini fra uomini in divisa. È stato anche l’unico a essere stato venduto, per il momento.

 

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Dormiveglia di Ettore Spalletti, esposto dalla galleria napoletana Lia Rumma, fa parte di Features, una sezione della fiera con un preciso intento curatoriale dedicata a progetti unici. Le otto tele di Spalletti, famoso per le sue ricerche sul colore che spesso trovano espressione in grandi tele monocromatiche, riempiono completamente una piccola stanzetta molto luminosa. Insieme alla performance di Kounellis col violinista e la ballerina, è anche l’unica cosa decente vista dentro alla sezione.

 

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Questa è Life is porn, dell’artista cinese Chen Fei. È esposto alla galleria Urs Meile di Lucerna, una delle migliori fra tutte quelle viste in quanto a qualità delle opere esposte, con un’ampia e inusuale selezione di artisti cinesi, che rappresenta un netto scarto rispetto al resto dell’esposizione, incentrata sull’arte europea e nordamericana. “Merito della nostra sede di Pechino”, ci spiega uno dei galleristi.

 

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Nel suo reportage da Art Basel Miami Beach del 2015, Nick Gazin teorizza che si può riconoscere un’opera d’arte scadente dal numero di persone che ne fanno una foto col cellulare. Se questa teoria è vera, questi tre carrelli delle offerte riempiti di DVD scadenti e ciabatte con scritto sopra FUCK sul piede destro e NEGATIVITY sul piede sinistro sono davvero uno dei peggiori pezzi della fiera. La gente sembrava ipnoticamente attratta dai carrelli, rovistando alla ricerca di film trash da disporre sullo strato superficiale della pila di DVD per fare una composizione da fotografare.

 

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Un frigorifero tutto nero come il monolite di 2001: Odissea nello spazio collegato a un monitor che mostra questo stesso frigorifero protagonista di una serie di fotomontaggi creati a partire da stock foto e video. Ho chiesto al gallerista di Cabinet di spiegarmi cosa significasse, e mi ha raccontato che è un frigorifero intelligente che scannerizza le cose che compri e a partire da questi dati sviluppa un rapporto con te e una propria personalità, come fosse un altro membro della tua famiglia. Le immagini e i video trasmessi nel monitor sono invece i suoi sogni, le sue passioni e le sue aspirazioni. Mi infilo le cuffie, e dopo qualche secondo di immagini di uova e civiltà pre-colombiane accompagnate da una voce metallica distorta che urla I ME FRIENDS YOU, decido che mio padre non è ancora pronto ad accogliere Frigorifero Forti nel nucleo famigliare.

 

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Il tanto spazio richiesto solitamente dalle installazioni video ne limita la presenza all’interno dell’esposizione. A questo va aggiunto che l’esorbitante numero di opere d’arte a cui si viene sottoposti è talmente ampio da non lasciare al pubblico il tempo necessario per soffermarsi davanti a video e proiezioni. Questo è uno dei pochi che funziona, è dell’artista Paul Pfeiffer e mostra in loop un video di pochi secondi di un combattimento fra pugili in cui uno dei due è stato reso invisibile. Ne risulta una serie di strani balletti e smorfie buffe, molto piacevole. In pratica, una televisione con dentro una GIF venduta a circa settemila sterline: molto più chic che mandare un link a un amico.

 

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Anche questa specie di scultura del Duce delle caverne è stato fra i più fotografati. È una scultura di Katharina Fritsch, presentata dalla galleria Matthew Marks di New York.

 

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Nel pomeriggio andiamo a dare un’occhiata alla sezione Crowdfunding Lab, una sorta di vetrina offerta da Art Basel a una selezione di progetti su Kickstarter dedicati all’arte. Questa è Elena Korzhenevich dell’associazione no-profit Lettera27. È lì per presentare AtWork, iniziativa che si prefigge l’obbiettivo di creare una nuova generazione di pensatori in Africa tramite l’utilizzo dell’arte, con workshop di tre o cinque giorni tenuti da artisti in diverse città del continente. Do un’occhiata alla pagina del progetto su Kickstarter, scoprendone i perk irragionevoli, come quindici euro in cambio di uno screensaver. Un pannello informativo sul muro mi informa inoltre trionfante che il Crowdfunding Lab ha permesso a questi progetti di raccogliere oltre un milione di dollari tramite più di 6.800 backers.

Nel tardo pomeriggio sfrutto il comodo bus shuttle messo a disposizione dal festival per andare ad Altkirch, in Alsazia, dove l’artista Natalie Czech inaugura la propria mostra personale al CRAC. La brochure con il programma per gli ospiti VIP mi promette addirittura un “garden party”, senza però aggiungere la parola magica “reception”, ossia il rinfresco a cui mangiare a scrocco, quindi è con molto timore che attraverso il confine francese.

 

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L’inaugurazione si risolve in un esempio magistrale di tutto quello che questi eventi non dovrebbero essere. Si parte con il direttore del CRAC che elenca per due minuti nomi di sponsor, per poi lasciare la parola al rappresentate di uno di essi, seguito da quello che identifico come una sorta di assessore alla cultura, di nuovo il direttore del museo e infine la curatrice. Sono passati venti minuti dall’inizio dell’inaugurazione e siamo ancora fermi all’entrata della prima sala, mentre la Czech mestamente fissa il pavimento senza avere ancora parlato. Alla fine non parlerà.

 

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Quando finalmente finiscono le ciance, con la morte nel cuore per non aver adocchiato nessuna zona rinfresco né aver sentito il confortante tintinnio di flute, mi rassegno a visitare la mostra. Scopro che l’artista lavora principalmente su parole e poesie, creando quadri dominati dalla forma verbale, tramite cui, con variazioni e ripetizioni da testi di altri autori (da Dee Dee Ramone ad Apollinaire, fino alle pubblicità dei rotocalchi), viene costruito un nuovo testo poetico.

 

 

Al termine del percorso espositivo, scopro anche che con una crudele ma efficace mossa, il catering è iniziato con un ritardo di 20 minuti per permettere a tutti di visitare la mostra. Mentre mangio, una coppia prova ad attaccare bottone, chiedendomi se mi sia piaciuto quanto visto all’interno. Io rispondo con un grugnito, mentre il mio fotografo, vero esperto di arte fra i due, tenta una risposta più articolata, spiegando che deridere i social media tramite l’arte e pretendere di avere un alto valore teorico è una stronzata. Sono olandesi di Amsterdam e nel corso delle chiacchiere di circostanza ci tengono molto a sottolineare come siano qua fin da lunedì perché hanno partecipato ai “private days”, rimanendoci molto male quando scoprono che ci abbiamo partecipato anche noi.

 

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La serata si trascina fino all’ora del ritorno col bus. C’è un dj-set deserto: la pioggia e la discutibile passione del dj per gli ABBA hanno sabotato il garden party. Siamo lontani dalle feste di Art Basel Miami Beach con Kanye West e Vanessa Beecroft e i dj-set di Jamie XX, Richie Hatwin e A$AP Rocky.

Il bus parte con trenta minuti di ritardo perché qualcuno si è perso e non è ancora tornato al punto di raccolta. Iniziano le prese in giro, tutti urlano e ridono, con i passeggeri del bus sovraeccitati come fossimo in gita di quinta liceo, con l’unica differenza che se a fine vacanza c’hanno voglia di bruciarsi i soldi rimasti, al posto che comprare uno cristallo di Boemia kitsch per la mamma al duty free dell’aeroporto di Praga, se ne vanno con un quadro di Gerhard Richter sottobraccio.

Venerdì
Il venerdì mattina decido di visitare Unlimited, la parte di Art Basel dedicata a installazioni, performance e in generale opere d’arte troppo grandi per i singoli stand. A differenza della fiera vera e propria, dove comunque domina ancora la forma quadro tradizionale e l’accento è posto sull’aspetto commerciale con ogni singolo stand che porta avanti il proprio progetto curatoriale in maniera indipendente, Unlimited si presenta molto più come una mostra, soprattutto grazie al fatto di essere curata da una singola persona, Gianni Jetzer (mi sono informato, non è un nome d’arte).

 

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La prima cosa in cui mi imbatto è un plotone di cinque mimi vestiti di bianco con dei guanti rosa, impegnati attorno a diversi piedistalli. Stanno mimando delle statue famose, fra cui opere di Alberto Giacometti, David Smith e Louise Bourgeois. È una performance ideata da Davide Balula, un artista portoghese. Un bambino, seguito dalla madre, decide di partecipare all’esibizione, iniziando a mimare una statua tutta sua su uno dei piedistalli lasciati liberi. Un mimo sopraggiunge e prova a insegnargli i movimenti corretti.

 

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Anish Kapoor è presente ad Unlimited con questa opera del 1992, che contiene in sé tutti i temi ricorrenti del suo lavoro: il contrasto fra vuoto e pieno, leggero e pesante e il tentativo di risolvere in maniera concettuale e fisica l’opposizione fra essi. Il pigmento blu con cui queste rocce di tre tonnellate sono ricoperte ne annulla il peso, sembra infatti che non gravino sul pavimento, ma che stiano anzi quasi per levitare come soffici nuvole.

 

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Ovviamente non poteva mancare un bel neon. In questo caso si tratta di Tracey Emin, l’artista inglese che da vent’anni ammorba le altre persone illuminando con un gas nobile i propri pensierini da diario di quarta elementare scritti a mano. Insieme all’installazione di James Turrel e a quella di Hans Op de Beeck, risulta l’unica in cui ci si debba mettere in coda. Cercando su Instagram l’hashtag #ArtBasel, The more of you the more I love you vince il premio di opera più fotografata di tutte: un’altra grande prova empirica per la Teoria di Gazin.

 

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Quest’opera di Paul McCarthy, intitolata Tomato Head (Green), è uno dei suoi lavori più celebri e importanti degli anni ’90. Il protagonista dell’opera è una figura ibrida fra un uomo e un giocattolo e ha le dimensioni del corpo dell’artista. Perso fra oggetti di uso quotidiano, appare come un’allucinazione realistica e spaesante. L’ultimo giorno di fiera, vengo a sapere che è stato venduto dalla galleria Hauser&Wirth per quattro milioni e settecentomila dollari.

 

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Gli unici due italiani presenti ad Unlimited sono Gilberto Zorio e Emilio Isgrò, che per l’occasione presenta la sua Encyclopedia Britannica, datata 1969. Le cartine cancellate, in cui scompaiono i nomi degli stati, sono state recentemente reinterpretate dall’artista stesso – con una mossa un pelo paracula – come simbolo di un mondo senza frontiere a fronte del problema dei migranti in Europa.

 

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La parete occupata dalle esplosioni di colore di Peter Halley è davvero imponente e la sua contiguità con i televisori di Paulo Nazareth crea un accostamento ardito ma particolarmente riuscito. Bravo Gianni Jetzer.

 

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Fra le opere più appariscenti c’è la White House di Ai Weiwei, una casa residenziale del sud della Cina costruita sotto la dinastia Quinq. Ai dice che è un ready-made di duchampiana memoria, ma io penso soltanto che siamo bravi tutti così, a esporre le opere d’arte archeologiche fatte da qualcun altro. Avete mai visto la mia personale in Egitto? Sì, esatto, ho esposto delle piramidi. Per non parlare della mio magnum opus, la muraglia cinese. Comunque, alla gente sembra essere piaciuta.

Oltre alla stanza di Turrel e all’installazione video di William Kentridge, le due opere migliori di tutta Unlimited risultano essere Canon di Samson Young e Two Good Reasons di Ariel Schlesinger.

 

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La prima è una specie di ponteggio verde sopra il quale l’artista, in divisa militare, sparava degli strani rumori simili a un cinguettio d’uccelli udibili soltanto 500 metri più in là, in un punto d’ascolto designato. Questi suoni, sparati da un cannone LRAD, vengono solitamente utilizzati da alcune polizie del mondo per sedare in maniera non letale delle proteste o, alternativamente, sono usati nei giardini per scacciare gli uccelli non desiderati.

 

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La seconda invece è un’installazione in cui due fogli bianchi, all’inizio semplicemente appoggiati, grazie a un motore nascosto danzano in maniera compassata su una grossa superficie di legno, sfiorandosi fra di loro.

 

 

Questa invece è la cosa più divertente che ho visto ad Unlimited. Una mano sbucava da una fessura lanciando fuori dalla propria portata un mazzo di chiavi. Poi era compito del pubblico decidere cosa fare, se ridargliele, continuare a spostargliele oppure semplicemente aspettare. Quando sono ripassato l’ultimo giorno di fiera, l’organizzazione di Art Basel ha piazzato due steward, perché a quanto pare la gente amava particolarmente tirare un calcione alle chiavi per mandarle lontanissimo, compromettendo la performance della povera Laura Lima.

 

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Nel pomeriggio esco da Unlimited e mi dirigo in un pub a vedere l’Italia nel televisore di Genny Savastano. Pago 30 euro un fish and chips con una birra, la partita fa schifo ma almeno Eder la imbusta. POPOPOPOPOPO.

 

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Al ritorno in fiera scopro che le fotocamere digitali non sono più ammesse. Provo a chiedere spiegazioni sia alla polizia che agli steward ma nessuno ne sa niente, finché uno di loro non mi dice che a quanto pare una signora ha urtato e fatto cadere una scultura mentre indietreggiava per fotografare un’altra opera. Puzza un sacco di leggenda, ma effettivamente è incredibile come nel corso dei cinque giorni di fiera, fra persone negligenti e bambini iper-eccitati da tutte quelle bizzarrie, non sia mai accaduto nulla del genere. Io stesso ho assistito alla scena di una signora che ha quasi tirato giù con una gomitata una scultura penzolante di Juan Munoz. La galleria londinese Lisson, per non correre il rischio, ha piazzato una guardia privata a vegliare sul loro Anish Kapoor da un milione di sterline.

L’unica soluzione per portare la macchina fotografica all’interno è quella di andare a registrarmi come giornalista al media center, ma ormai è troppo tardi e decido di farlo domani. Approfitto dell’ultima oretta di apertura della fiera per parlare un po’ con alcuni dei galleristi italiani.

 

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Gloria della galleria Zero mi racconta che il loro lavoro per Basilea inizia mesi prima e che, a differenza di FIAC (Parigi) o MiArt, dove si può proporre anche solo un’installazione, ad Art Basel bisogna cercare di dare visibilità a tutti i propri artisti e al lavoro della galleria, e che questo è il motivo per cui le opere esposte cambiano di giorno in giorno.

 

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Isa della galleria bresciana Massimo Minini invece ci porta prima nel retro a vedere le opere di Schlesinger non esposte al momento, rivelandoci di averle già vendute tutte. Ci racconta poi della festa per il quarantesimo anniversario di partecipazione della galleria ad Art Basel: “Massimo ha deciso di festeggiare l’evento al McDonald’s assieme a Gavin Brown [un altro gallerista]. È stato molto divertente vederlo circondato dai palloncini”. Isa ci mostra anche il libro celebrativo prodotto per l’occasione da Minini stesso e Jonathan Monk, un balenottero di oltre 2000 pagine, uno dei più grandi vaffanculo agli alberi che siano mai stati pensati: “Dalla pagina zero a quella 1975, sono tutte bianche perché non è successo niente. Poi dal 1976, anno della nostra prima partecipazione, c’è la pagina dedicata alla nostra galleria tratta dai vari cataloghi delle edizioni di Art Basel”.

 

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Con Patrice Cotensin, della galleria parigina Lelong, parliamo invece delle scelte espositive delle gallerie e del rapporto fra mostra principale e Unlimited. “Le opere esposte cambiano tutti i giorni perché le vendono, e quindi non serve più esporle. Le cose migliori comunque si trovano da Unlimited, che infatti è uno spazio più pensato come mostra e non cambia mai.”

 

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Con quelli di Gagosian invece non parliamo perché mi intimidiscono e sembrano mal sopportare le attenzioni del mio fotografo per le loro opere.

 

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L’ultimo avvenimento degno di nota ce lo regalano due visitatori in vena di brillanterie allo stand della galleria Laura Bartlett, nella sezione Statements, il segmento della fiera dedicato agli artisti emergenti e alle gallerie più giovani. Attirati dall’installazione dell’artista venezuelana Sol Calero, che ha ricostruito un ufficio di cambio latino-americano con tanto di lavagnetta con tassi di conversione e foglietti bianchi rettangolari a rappresentare le banconote, i due brillantoni si avvicinano facendo gli spiritosi e chiedendo di cambiare 50 franchi. La ragazza alla cassa risponde che è possibile: in cambio avrebbero ricevuto ben cinque foglietti bianchi. I due dapprima ghignano, poi, davanti al deadpan della cassiera, iniziano a discutere in tedesco, probabilmente confrontandosi su quanto sia un ottima idea farsi dare 5 foglietti bianchi in cambio di 50 euro piuttosto che passare per dei marcioni che scherzano sull’arte di una giovane artista del 1982.

Sabato
Siccome questo è un reportage sull’arte e non sulla caciara che ho fatto a Basilea, il racconto della giornata di ieri nel pezzo si è concluso con i due babbi, ma nella vita vera si è concluso alle sei del mattino a un basement party sulle agghiaccianti note di Welcome to Miami di Will Smith. Sabato mattina quindi mi alzo alle due del pomeriggio, ma la giornata inizia davvero solo alle 3 e mezza, quando finalmente riesco a raccattare un pass stampa. Se ve lo state chiedendo, non so perché me l’abbiano stampato con la foto storta.

 

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Decido di andare a Münsterplatz, la piazza principale della città sulla quale sorge la cattedrale di Basilea e punto di partenza di Parcours. Come ogni grande evento che si presenta (anche) con una faccia culturale, pure per Art Basel una delle sfide è l’integrazione col tessuto cittadino. Parcours prova a rispondere a quest’esigenza, disegnando un percorso di 19 tappe, corrispondenti ad altrettante opere d’arte, nei dintorni del centro storico di Basilea e del suo lungofiume sul Reno. Tra tutte le maniere in cui mi è stata somministrata l’arte, Parcours si rivela piacevolmente la più efficace, presentandola in un contesto meno elitario all’interno dello spazio urbano e permettendole di uscire dal non luogo rappresentato dall’infinita spianata di stand fieristici e abitare i luoghi della città, contaminando musei cittadini, edifici di interesse storico, piazze, scuole, strade e spazi privati.

 

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Una massa di persone ferme attorno al cancello chiuso di un giardino mi segnala la presenza della prima opera di Parcours: è una performance dell’artista sudafricana Tracey Rose. Un uomo vestito con una calzamaglia color carne e una donna vestita da sposa producono rumori sconnessi, cantano e ballano. Una ragazza italiana, con accento bresciano, si chiede ad alta voce che cosa penseranno i vicini. Il totem informativo indica come fonte di ispirazione, tra le altre cose, The Human Centipede e Salò di Pasolini.

All’entrata della cattedrale un volontario del festival mi chiede se voglio un regalo e mi allunga una scatolina blu. La apro e scopro che non c’è dentro niente, se non le istruzioni per rimontarla al contrario e trasformarla in una sorta di salvadanaio con cui raccogliere soldi per aiutare i migranti donando al MOAS (Migrant Offshore Aid Station).

 

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È un’opera del cileno Alfredo Jaar intitolata The Gift e fa parte di Parcours. La prima versione della scatolina risale al 1994 ed era stata pensata all’indomani del genocidio in Ruanda per raccogliere fondi in favore di Medici senza frontiere.

 

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Una delle tappe più belle di Parcours è la scultura di Bernar Venet intitolata Effondrement: Arcs, esposta nel cortile di una casa privata che si affaccia direttamente sul Reno, offrendo una magnifica vista panoramica sul resto della città.

In un giardino privato, quello della famiglia Fischer, si trova anche l’opera prestata alla città da Alberto Garutti: le sculture dei cani di Trivero realizzate per la Fondazione Zegna. La coda per entrare nel giardino richiede qualche minuto, quindi decido di ingannare l’attesa telefonando ad Alberto stesso per fargli due o tre domande sull’opera e su Parcours.

 

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Garutti mi racconta di essere stato contattato per partecipare a Parcours perché da sempre il suo lavoro è legato al concetto di arte pubblica. Fin da subito gli hanno chiesto di esporre i Cani realizzati per Zegna nel 2009. “Ero dubbioso” mi confida, “perché volevo fare qualcosa di nuovo per la città di Basilea, mentre i Cani sono legati a un’idea di privato e di famiglia. Mi sono convinto soltanto quando mi hanno offerto di esporli nel giardino della famiglia Fischer, che è uno spazio privato che altrimenti rimarrebbe chiuso. È un luogo in cui l’opera trova la sua collocazione naturale”.

Nel tardo pomeriggio, sempre grazie all’efficiente servizio bus shuttle per i VIP, raggiungo la Fondazione Fernet Branca a Saint Louis in Francia, allettato dalla possibilità di scroccare un’altra cena. Inaugurano ben tre mostre: una della sorprendente fotografa Marie Bovo, una del pittore francese Philippe Cognée e un’altra del tedesco Stephan Balkenhol. Al ritorno, sulla via che porta a casa, mi imbatto in una festa in una galleria privata. C’è un batterista che suona in vetrina, qualche opera trascurabile sulle pareti e un sacco di gente con in mano la Anker, la risposta svizzera alla birra Birra della Coop (forse alcuni di voi la conoscono col nome di Moneta che ride). Sembra un buon posto per fare di nuovo le sei di mattina, ma sono troppo stanco: tradisco il sogno e vado a dormire.

Domenica
Il museo Tinguely offre una colazione in occasione dell’inaugurazione di Out of Order, la prima grande retrospettiva dedicata all’artista britannico Michael Landy. L’edificio sorge all’interno di un parco silenzioso dall’emblematico nome di Parco della Solitudine. All’esterno, fanno bella mostra di sé una fontana progettata da Jean Tinguely stesso e una scultura della sua compagna Niki de Saint Phalle.

La prima opera della mostra di Landy risulta essere un riuscito omaggio all’artista svizzero. L’imponente macchina, che ricorda chiaramente il design di quelle progettate da Tinguely, si chiama Credit Card Shredding Machine. In cambio della distruzione della propria carta di credito, i visitatori possono farsi realizzare un disegno dal braccio meccanico della scultura.

 

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Per amore del giornalismo, convinco il mio fotografo a sacrificare la propria carta di credito.

 

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Ed ecco il cumulo delle carte di credito shardate fino a quel momento. In un’intervista dello scorso 15 giugno al The Art Newspaper, Landy ha dichiarato: “Originariamente la macchina era alla Fondazione Louis Vuitton a Parigi; poi l’abbiamo portata a Frieze a Londra, dove ha distrutto circa 400 carte. Poi è andata in Grecia, ma purtroppo avevano già distrutto tutte le loro carte di credito”.

Dopo il museo Tinguely, stanco di Art Basel e dei suoi corridoi affollati dai visitatori giunti con il week-end, visito due delle altre fiere d’arte cittadine che si svolgono negli stessi giorni a Basilea: Scope e Liste. La prima si tiene su tre piani in un anonimo edificio poco lontano dal fiume. L’impressione girando fra gli espositori è che Scope abbia abbandonato qualunque velleità culturale in favore di un approccio spiccatamente più commerciale. Tutti i cartellini delle opere espongono anche il prezzo, spesso accompagnato dai bollini rossi che ne segnalano l’avvenuta vendita. Scarseggiano i pezzi unici in favore di serie, soprattutto fotografiche, piccole sculture o mostruosità pop-art. Tipo questa:

 

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Liste si svolge invece all’interno di un ex stabilimento industriale della Warteck, un’azienda produttrice di birra. Fra i vari eventi paralleli è quello più sponsorizzato e considerato dagli appassionati d’arte, sebbene alla prova dei fatti risulti più che altro un ammasso sconnesso di gallerie d’arte piene di roba pretenziosa e di scarsa qualità.

 

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Questa è la cosa migliore che abbia trovato a Liste. Immaginatevi il resto.

 

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Ma adesso basta, alla chiusura di Art Basel 2016 mancano poche ore ed è tempo di abbandonare la Svizzera e tornare a Milano. Passo per l’ultima volta a Messeplatze e la piazza è ancora animata dal viavai delle persone che per una ragione o per l’altra gravitano attorno alla fiera. Io ho visto le opere, parlato con i galleristi, mangiato gratis ai buffet e distrutto una carta di credito. Insomma, sono pronto a partire. Addio Basilea. Ci si rivede, forse.

 

Fotografie di Pietro Consolandi.