Foto per gentile concessione di Valeria Parrella.
Commenti

Valeria Parrella e Napoli

L’autrice partenopea ci parla di come scrive nella sua città.

 

Scrivere di Napoli, senza bisogno di verificare. Una città che è un taccuino di appunti. Valeria Parrella scrive da sola, chiusa in casa. Francesco Pacifico la lascia raccontare dell’intersezione tra pratica della scrittura e vita quotidiana, dove risuona non una semplice parlata, ma una vera e propria lingua: il napoletano.

Francesco Pacifico: Come scrivi? A penna o al computer?
Valeria Parrella: Computer.

La tua scrittura mi sembra nascere da molti appunti, ma magari non è così.
Non è così. Io passo molto tempo in casa e cerco di viaggiare pochissimo, soprattutto nel periodo in cui scrivo. Poi purtroppo anche nei periodi in cui non scrivo, per motivi familiari. Però diciamo che io non sono una che sta sempre in giro, anzi sto sempre in casa: tipo dieci ore al giorno in casa. Quindi chiaramente quando mi viene un’idea il computer ce l’ho sempre acceso, sto sempre connessa su internet, per questo non ho social, se no li userei vado nel mio studio e me la scrivo, direttamente su un file di appunti. Molto più spesso, succede che me la scrivo sotto il testo che sto scrivendo.

Se per caso mi dovessi trovare fuori casa e avessi un lampo di genio ma è difficile, perché se sono fuori casa penso a quello che sto facendo, è difficile che mi metta a pensare alla scrittura… Anche perché io sono convinta che la scrittura si crea scrivendo. Chiaro, hai delle immagini in testa, nel momento in cui ti metti a scrivere, l’idea chiara di cosa vuoi scrivere. Io so che, immancabilmente, se mi metto davanti al computer qualcosa scriverò. Poi magari mi fa schifo. Ma scriverò. Cioè, non ho mai avuto il problema della pagina bianca. Poi. Se per caso sto in giro e non sto pensando a quello che sto facendo, e mi è venuto il lampo di genio, la cosa che non mi posso dimenticare, allora io in genere ho un’agenda, e un libro, piccolino, per i momenti morti, piglio una penna e ci scrivo sopra gli appunti.

Interessante. Io prendo moltissimi appunti, e quando faccio le cose non penso alle cose che sto facendo. Però non ho figli, quindi…
E poi sei un uomo…

Esatto!
Se io vado dal pescivendolo scelgo il pesce, vado dal fruttivendolo scelgo la frutta. Tu magari vai al supermercato prendi tutto senza pensarci, nel frattempo ti viene un’ideona. Capito che voglio dire?

Non ho mai avuto il problema della pagina bianca. Scrivo, anche se quello che scrivo non mi piace.

Hai ragione. Quindi praticamente il tuo file è proprio la casa.
Sì, bravo. Solo Mosca più balena l’ho scritto in un’altra casa, che peraltro è nello stesso palazzo di questa: 30mq al terzo piano di questo palazzo. Poi a un certo punto si liberò il sesto piano, una casa molto più grande. Quindi io ho sempre scritto in questo palazzo, non ho mai scritto tipo a casa dei miei genitori.

È vero, perché tu hai iniziato tardi…
Quando ho scritto Antigone, che era una cosa difficile, sono dovuta andarmi a rileggere tutto, a un certo punto ci furono delle infiltrazioni d’acqua, mi crollò una parete, quindi io scrivevo in cucina con gli operai che passavano e dicevano: “Signò ce l’ha uno straccio?… Signò, do sta questo, do sta quello?”. E io, “Sì?” e intanto scrivevo l’Antigone, capito? E di qua tenevamo un open air… arrivavi nello studio e vedevi il cielo…

Cioè?
Mi era caduta una parete. Pensa, dovevo uscire, dovetti lasciare mio padre in casa perché avevo paura che entrassero i ladri. Non c’era più la parete.

E gli operai erano fuori o dentro?
Dentro e fuori. C’era un balcone, non stavano appesi. C’è un lungo terrazzino che prende tre stanze. Stretto, che non ci puoi mettere un tavolo grande, però due persone una colazione ce la possono fare. Soprattutto un aperitivo alle sette si può fare. Che è la cosa più importante.

Su cosa dà la terrazza?
Dà su via Duomo. Abito su via Duomo. A destra vedo la facciata del duomo e la cupola; altre due cupole perché sai, a Napoli ci stanno più chiese che camorristi…quindi un sacco di cupole vedo uno dei palazzi de Le mani sulla città di Rosi e vedo la reggia di Capodimonte. E a sinistra, un pezzo della costiera sorrentina e uno spicchietto di mare, in mezzo alle paraboliche.

Computer fisso o portatile?
Portatile e piccolissimo. Un pc.

 

foto parrella

 

Scrivi mai in terrazzo?
No…È difficilissimo. Sai quando mi succede? Quando sono molto molto stanca. Allora mi succede che non trovo concentrazione. Per darmi una concentrazione mi metto in un posto strano che mi distragga un po’, che è il terrazzo, perché mi distrae molto. Ma le migliori scritture della mia vita le faccio tra le sette e mezza e le nove e mezza di mattina nel mio studio. Nel senso che dopo le nove e mezza continuo a scrivere, ma non succederà mai quello che succede in quelle prime due ore.

Sì, capisco bene.
Dopo pranzo non servo più a niente, mi faccio le mail, la rubrica di Grazia, queste cose qui. Però sono molto disciplinata, scrivo dal lunedì al venerdì. Quando sto al finale, che sono una pazza, scrivo anche sabato e domenica notteperò diciamo solo alla fine. Ma in questa fase, per esempio, scrivo solo dal lunedì al venerdì. È anche per questo che viaggio poco. Mi piacerebbe andare, girare, incontrare i lettori, andare nelle librerie piccoline, bello, ma se lo faccio poi non scrivo più.

Io mi sono chiesta anni fa: che cosa faccio di Napoli, come la circoscrivo? E ho deciso di non pormi il problema.

Quindi niente letteratura di viaggio, diciamo…
No. Proprio niente. Ad agosto vado a Procida sempre, tre settimane. Perché mio figlio è fissato, perché là conosce la spiaggia, le solite cose dei bambini. Le tre settimane le passo sempre nella stessa casa. Peraltro è la stessa casa in cui va Frederick Forsyth. Ma per un caso. Me l’ha detto il proprietario. Ormai lo conosco da una vita. Un giorno mi ha detto: “Lo sai che sono tre anni che viene Forsyth, ma questa è proprio la casa degli scrittori!” tutto contento, lui. In questa casa, le prime due settimane non faccio un cazzo, la terza settimana scrivo qualcosa. Mi porto il computer più che altro perché ho paura che me lo vengano a rubare a casa mia, e non c’è connessione internet per cui riesco a isolarmi. Quest’anno ho scritto due prefazioni. E c’è il giardino là, ma non scrivo in giardino, scrivo sempre in casa.

 

parrella 3

 

Qual è la tua Napoli? Come ti sei costruita la tua Napoli letteraria?
Guarda, io dico sempre che se dovessi scrivere a Bra, forse non avrei niente da scrivere. Poi forse non è vero, perché Leopardi stava a Recanati, che è un posto minuscolo, e da una siepe ti ha fatto vedere l’infinito. Lo scrittore scrive da qualunque latitudine. Teoricamente.
Poi non è la mia esperienza, perché poi appunto io sono talmente napoletana che mi ricordo un mio fidanzato milanese che mi diceva: “A te bisognerebbe mandarti al confino a Bellinzona per due anni per cercare di toglierti la napoletanità di dosso”. Io ho l’esperienza solamente della scrittura in città, e con molta città dentro.

All’inizio, soprattutto, dopo la raccolta di racconti, mi sono posta il problema di Napoli, cioè quando scrivi di Napoli, che cazzo stai scrivendo? Cioè come circoscriverla, come evitare il folklore, se mettere o no i dialettismi…Pensa per esempio a come fa Erri De Luca: se usa il dialetto napoletano, la frase dopo è la traduzione raccontata di quello che ha scritto prima. Io invece non scrivo mai in napoletano, se non piccolissime locuzioni d’accompagnamento. Scrivo Mo’, Ashpè, . Però non è che ti metto la frase in napoletano. Anche se è guappetella [che è anche il nome di uno dei suoi primi racconti, NdR], anche se è un cameriere e chiaramente sta parlando in napoletano, cerco di utilizzare la sintassi del napoletano schiaffandoci sopra il lessico italiano, in modo da non dover fare il passaggio tra le due lingue. Perché quelle sono due lingue, sono due dialetti del latino.

Quindi io mi sono fatta tutti questi problemi una dozzina di anni fa: che cosa faccio di Napoli? E ho deciso di non pormi il problema. Cioè ho detto, se io quando racconto la storia di una donna che partorisce un bambino prematuro e il marito l’ha mollata, questa storia può succedere pure a Berlino? Sì. Allora può succedere pure a Napoli. Allora la racconto a Napoli. Il processo è sempre quello: se posso andare fuori, torno dentro, preferisco.

Forse scrivere sempre in casa, in un posto che è sempre quello, ti può dare un centro.
Secondo me questo c’entra, ma non solo con Napoli, c’entra con tutto, anche con gli affetti. Per fare un mondo dentro, ti devi dimenticare il mondo fuori. Anche un figlio, anche un marito, tutto. Non ci può stare. Bisogna essere soli. Non basta una stanza tutta per sé.

Una casa tutta per sé!
Ti devi mettere delle mura mentali.

 

parrella 2

 

Come scrivi delle varie classi sociali, dei quartieri, a partire dalla lingua, dai registri di ogni luogo e situazione?
Allora, innanzitutto facciamo una distinzione: il romano è una parlata, il napoletano è una lingua. Quindi Roma è molto più cadenza, inserzione, se ci metti un termine terra terra, se ci metti un termine alto. Napoli è diverso. Per esempio a me capita sempre di parlare in italiano, poi se m’appiccico, parlo in dialetto. C’è uno scopo immediato. Quindi può capitare che una persona colta (perché io sono una laureata in Lettere, quindi voglio dire…) usi il dialetto tutti i giorni. È un uso anche borbonico. Tu a Napoli puoi incontrare persone molto agées, che stanno andando alla prima della Carmen di Finzi Pasca al San Carlo, che usano volutamente il dialetto, perché è un uso borbonico.

Quindi siete più compatti nella vicinanza al dialetto.
Posso dire una cosa in dialetto anche in modo affettato, pure in un convegno all’università e non viene percepita come una cafonata. Al contrario, la cosa che dici tu la ottengo con i registri. Se sto scrivendo della mia estetista, io faccio un calco dal dialetto in italiano, la faccio parlare in maniera più semplice, tolgo tutto il lessico complesso, invece di mettere le subordinate le faccio tutte all’indicativo, anche se ci metto un che non ci metto il congiuntivo. Perché il napoletano di ceto basso non lo riconosci perché parla in dialetto, piuttosto perché sbaglia il congiuntivo. Poi esiste un dialetto molto alto edoardiano, quindi elegante, ed esiste un dialetto basso, sguaiato. Ed esiste un italiano dialettizzato che strascina molto le vocali e cambia alcune consonanti. Faccio un esempio: “Papa-aa, vedii se pòi scendere pure il gatto della professoressa che se l’è dimenticato sopra?”. Scendere sta per “portarlo giù”. Capito? Oppure facciamo l’esempio di una persona terra-terra che sta cercando di parlare italiano: “‘gnorante! Per avere la comunione devi aver fatto prima il battezzo! ‘gnorante!”. Capito? Faccio battezzo al posto di “battesimo” e diventa subito chiaro come sta parlando la persona.

Per fare un mondo dentro, ti devi dimenticare il mondo fuori.

Nel descrivere la città, come la dividi, come la descrivi…
Io faccio fare ai miei personaggi della grandi passeggiate per Napoli. Per esempio una volta in Lettera di dimissioni lei deve andare a prendere la vesuviana, che è un treno, si fa tutta una passeggiata per via Marina dicendo tutto quello che incontra: davanti tenevo la chiesa di Porto Salvo, a destra le gru del porto…Tanto basta che guardo il Vesuvio e sto andando nella direzione giusta.

Cechov dice che puoi scrivere di un altro posto solo quando sei tornato a casa. Forse sei una scrittrice di questo tipo.
Sì. Anche il non verificare aiuta. Non vado mai a fare una verifica.

Be’, nella Dolce vita c’è una via Veneto rifatta e in piano. L’immaginazione è più potente della realtà.
Vero. Io penso che quello che ti è rimasto dentro è quello che vale la pena di scrivere.