Foto: Lorenzo Urciullo.
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Vado verso dove vengo

Cartoline da Ognina (firmate Colapesce).

 

Ognina
Sono uomo di scogli, le cicatrici su gomiti e ginocchia sono la mappa della mia infanzia trascorsa sulla costa di Ognina, zona Asparano.

Ognina è una piccolissima località balneare a 15 km a sud di Siracusa. La denominazione che gli antichi avevano dato a questo posto pare sia Lognina, dal toponimo derivante dal greco “longones che significa “pietre forate per tirare a terra le barche”.

Lì ho imparato a camminare, mangiare, nuotare e, via via fino ad amare, ancora oggi imparo cose.

Ho anche imparato ad andare in bici con il mio maestro, mio fratello Francesco, poveraccio. Tutte le volte che cadevo lo andavo a cercare per riempirlo di calci perché non mi aveva insegnato bene a guidare il mezzo.

Mio nonno paterno, in tempi non sospetti, comprò lì un appezzamento di terra dove, successivamente, costruì una casetta. Negli anni Sessanta tutta quell’area era completamente deserta con sporadiche case contadine. Erano gli anni in cui la gente preferiva di gran lunga la spiaggia, più comoda per la prole e per impiantare ombrelloni con prolungamento multicolore, spesso floreale, per gli harem dei nonni.

Così facevano i miei “vecchi” materni: partivano all’alba con la topolino amaranto, tre figli, una bagnarola piena di ghiaccio, cocomeri, spuma Tomarchio, teglie di lasagne, cotolette e uova sode. Andavano in spiaggia fondamentalmente per mangiare e svenire sulla sabbia.

Non ricordo molto di Vincenzo, quand’è morto avevo solo due anni, ma dai racconti era lui l’artista di famiglia: suonava, dipingeva, fotografava, filmava e pare che fu spinto all’acquisto della casa a Ognina per via di un’allergia alla parietaria di nonna Peppina. Quell’aria di mare è effettivamente miracolosa e ci è tornata spesso utile negli anni: – “Signora, suo figlio Lorenzo ha la sinusite, gli farebbe bene l’acqua del mare”- badabam: ecco la carta Ognina.

 

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Questa parte di Mediterraneo ha una gamma di blu incredibile, il fondale roccioso è ricco di vita e molto pescoso. Con Francesco spesso andavamo a raccogliere i ricci, con maschera e coltellino, e li consumavamo sugli scogli con il pane di casa.

Era stupendo perdersi con la bici fra le palme nane tipiche della costa, lì in mezzo dei ragazzi avevano perfino costruito una pista da motocross e con le nostre Bmx era un vero spasso, non ci stancavamo mai. Mi infilavo il costume la mattina e quelle scarpe di gomma che una volta tolte ti lasciavano sul piede una sorta di bandiera dell’Inghilterra; manco la maglietta usavo. Non c’erano distrazioni, cellulari, protezioni solari, libri e sovrastrutture intellettuali di nessun tipo: sole, acqua di mare e pietra lavica, praticamente degli indigeni con l’unico lusso della Nutella nel tardo pomeriggio.

Da giugno a settembre stavamo al mare, neri come il carbone, tanto neri che una volta una suora chiese a mia madre dove aveva adottato mio fratello.

Il momento clou della stagione erano “i buttigghi”, ovvero le conserve di salsa di pomodoro per tutto l’inverno e per tutta la famiglia. Ricordo perfettamente quelle giornate e l’odore di pomodoro, basilico e cipolla che usciva da un pentolone gigante poggiato sul bruciatore sotto il pergolato di vite.

Il profumo vagava per via della Cernia e arrivava fino a Sinistra, il luogo dei tuffi.

Lavoravamo tutti alla giusta causa, dalla bisnonna all’ultimo nipote: io.

 

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Il pomodoro era a km 0, tanto 0 che lo coltivava davanti casa u massaru  e ce lo portava con la mula e il carretto.

La sera stremato rimanevo spesso a casa a guardare la televisione, il mio programma preferito era Giochi senza frontiere oppure col vecchio zio Nunzio mezzo sordo e Peppina guardavamo a un volume assordante i telefilm di Hitchcock su Raitre.

Non ci fu anno della mia infanzia trascorso lontano da Ognina, un’unica estate io e nonna stavamo per partire per l’America per raggiungere i nostri parenti ma lei, poco prima, scoprì di avere il secondo tumore al seno; purtroppo quella volta l’aria del mare non servì a molto e la sua infinita fede la consegnò a una fine serena.

Quando penso a quelle estati mi ritorna in mente un’immagine: Peppina, fuori dal cancello della casa in costruzione, che ci saluta fra le bouganville non ancora in fiore.

È la mia pianta preferita, una vera festa per gli occhi quando nel periodo estivo sbocciano migliaia di fiori viola che esplodono dai cancelli di tutta la costa scendendo a cascata sulla strada.

(Piccola parentesi dall’adolescenza)
Nell’adolescenza odiavo Ognina, che brutta cosa l’adolescenza.

Volevo solo la spiaggia. Lì si potevano sfoggiare i costumi della Maui all’ultimo grido con il lettore cd dentro il marsupio, lì potevo fare il cretino con le ragazze, fumare e, insomma, tutte quelle cose da grandi che non hanno la barba ma, a stento, quel baffetto da deficiente.

La spiaggia in questione era il Sayonara di Fontane Bianche, località balneare a pochi km da Siracusa che, a parte le normali famiglie, negli anni Novanta diventò tempio dei palestrati oleati, delle cinquantenni liftate, dei paesani annoiati e degli adolescenti troppo vivaci.

Andavamo la mattina presto con lo scooter rigorosamente senza casco, stavamo fino al tramonto, facevamo la doccia nella villetta del mio amico Concetto e la sera tornavamo… al Sayonara! Come ogni litorale che si rispetti c’era la discoteca con il dj Salvino che passava la commerciale. Quel tipo era in tutti i diciottesimi a suon di 800.000 lire a sera. Ho sempre pensato che facesse una bella vita, aveva pure il codino alla Fiorello dei tempi medioevali.

 

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Fu in quella spiaggia che una notte palpai le mie prime tette, avrò avuto 15 anni. Luna piena che illuminava tutto, pietre bianche, spiaggia e il suo vestitino blu elettrico che sembrava un pianeta a mia disposizione e che, in effetti, lo fu.

Adesso, scrivendo, mi accorgo quanto le spiagge (e gli scogli) abbiano scandito gli eventi cardine della mia vita. Non solo l’esperienza delle tette, s’intende.

In Sicilia si vive d’estate.

Gesualdo Bufalino diceva che è normale morire al nord nella nebbia ma che è uno scandalo morire sotto il sole cocente e le pietre bianche della Sicilia. Infatti, forse anche per questa ragione, da noi, il rapporto con il lutto è profondissimo e spettacolare dai tempi dell’antica Grecia, dalle Coefore alle sincere farse di molti funerali contemporanei.

Cenere
“Vado verso dove vengo” è una bellissima frase che ho sempre pensato racchiudesse il senso della vita, l’ho sentita la prima volta proprio a Ognina, direttamente dal suo autore, un grande artista dimenticato: Nato Frascà. Nato è stato pittore, scultore, video-maker, scenografo, architetto, autore teatrale e docente. Sua la teoria della psiconologia, una sorta di radiografia dell’anima attraverso lo scarabocchio negli adulti. Sotto l’egida di Argan fonda il gruppo 1 negli anni Sessanta (insieme a Uncini, Carrino, Santoro, Pace e Biggi), collabora con registi del calibro di Rossellini, Antonioni e Visconti e, per quest’ultimo, crea la celebre scenografia in bianco e nero della Traviata di Giuseppe Verdi alla Royal Opera House-Covent Garden di Londra nel 1967. Ha dedicato tutta la sua vita alla materia e alla ricerca senza mai scendere a compromessi con niente e nessuno, insomma artisti di altri tempi. Nato profumava sempre di agrumi e portava al collo una sottile collana d’oro con una conchiglia vuota. Entrò a far parte della mia famiglia grazie a mia zia Egizia, all’epoca neo-psicoterapeuta che lo conobbe tramite una sua amica, allieva di Nato all’Accademia di Belle Arti di Roma. Per qualche anno lui e la sua giovane moglie affittarono una villetta a 100 metri dalla nostra casa. Il suo amore per Ognina era smisurato, a tal punto che volle che alla sua morte le ceneri fossero sparse nel “suo” mare. Ero completamente affascinato dalla sua figura, sempre mite ma decisa, dolce ma fortissima, mi dispiace solo essere stato ancora troppo piccolo per rubargli tutti i suoi insegnamenti.

 

 

Turismo, non fare rumore.
Qualche anno fa hanno costruito un orrido resort a ridosso dell’Asparano e adesso si vocifera che nel giro di qualche mese inizieranno i lavori di un altro mega villaggio turistico all’ingresso di Ognina. Devo ammetterlo: a me il turismo fa paura, mi spaventa.

Toglie un po’ di anima e bellezza ai luoghi soprattutto perché ho, devo dire, sempre pensato che spesso chi ha tanti soldi ha poco gusto e si omologa a quello che detta la moda, che magari è bellissima ma comunque ogni anno cambia e così, il resort di 5 anni fa, già oggi sembra una ragazza coi frisè e i fuseaux.

Ortigia, per rimanere in zona, sicuramente è uno dei centri storici più belli d’Italia (provare per credere) ma, ormai da tempo, è diventata una cartolina bianca di photoshop. Tutto perfetto: gli alberi di limone dentro i vasoni bianchi e le sedie bianche e i banconi bianchi dei bar bianchi, i proprietari con i pantaloni di lino bianco, perfino i lampioni sono con i led bianchi. Il neo-turismo da capello bianco ha trasformato Ortigia in una gigantesca sala d’aspetto, anticamera di un obitorio. Mi dispiace che arrivino al tavolo i cocktail dentro il barattolo e spuntino come funghi posti che ti servono i cupcake e l’aperitivo con San Carlo e cruditè. Al Castello Maniace, uno dei più bei luoghi federiciani, c’è un bar con i neon e la musica lounge – che se va male si trasforma in house: sembra di stare sui Navigli, a Milano. La Sicilia è violentata, da sempre, ma nonostante il cattivo gusto imperante mantiene un fascino tutto suo: nei volti, nei mercati, nei vecchi pescherecci, nelle ultime cose vere che la modernità non ha effettivamente ancora intaccato. Hanno spostato i pescatori e i vinti nelle case popolari in periferia non cogliendo che una cosa buona rimasta a questa terra, a parte le bellezze naturali e i monumenti storici, sono le persone. Non il finto folclore, i neolaureati figli di papà che tornano in Sicilia per aprire il negozietto bio o i finti artisti che chiacchierano con i turisti nei bar del centro. Molti ‘dottori’, avallati dalla neo-borghesia stanno distruggendo l’autenticità di alcuni luoghi sacri.

Certo, esiste un turismo consapevole e alternativo, ma siamo come i fan di Arthur Russell: pochi.

Se Ognina dovesse diventare l’ennesima Riccione sarà, di certo, una nuova sconfitta.

Di recente ho riletto La Spiaggia di Pavese, un libro che secondo me descrive perfettamente come dovrebbe essere l’estate: pomeriggi di relax, il rispetto dei luoghi, le piccole dinamiche dell’amicizia, dell’amore, della vita quotidiana, che non vanno a intaccare la storia o il piano regolatore di nessun luogo. Ma è un romanzo.

Dj Salvino l’anno scorso è stato arrestato per pedofilia, Enzo Maiorca s’immerge ancora nel mare di Ognina, lo spirito di Nato custodisce il blu. Io raccolgo le bottiglie di plastica che gli alieni lasciano sugli scogli e inveisco contro i camperisti abusivi e sono sempre più scorbutico.

 

Foto dell’autore.