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Un sogno durato 500 anni

Utopia, la città ideale inventata da Thomas More, compie mezzo millennio, e non ha mai smesso di essere rilevante.

“But with this place, I wanted to show them something that wasn’t an illusion. Something that was real, something that they could see and touch. An aim not devoid of merit”.

A pronunciare queste parole non è stato Thomas More ma John Hammond. Il fondatore della InGen, e personaggio chiave del cult movie Jurassic Park (1993), incarna a suo modo un impulso non dissimile da quello che gli studiosi dell’utopia chiamano utopismo: un atteggiamento mentale radicale contro lo stato attuale delle cose volto all’azione concreta, un’energia protesa al cambiamento, una disposizione dell’essere umano a immaginare una versione alternativa e migliorata della realtà in cui vive. L’utopia inizia con un click mentale: non siamo completamente soddisfatti della società in cui viviamo, qualcosa non torna. Le cose potrebbero essere diverse da come stanno? Potrebbero essere migliori? In che modo? Da questa forma di speranza nasce l’utopia. Desiderio puro. La sua vita ed evoluzione dipenderà da come sapremo educare quel desiderio. Spesso non si realizzerà e non andremo da nessuna parte.

In effetti, la chiave dell’utopismo ce l’ha data già More, coniatore del termine nel 1516 tramite un gioco di parole dal greco: “u-topos” significa “non-luogo”. Letteralmente potremmo provare a dire che è un luogo che si trova in nessun luogo. Utopia esiste ma raggiungerla è impossibile, e non a caso solitamente nelle opere utopiche il contatto con il mondo alternativo avviene in sogno o in seguito a un naufragio, per sbaglio o per caso.

Frutto dell’immaginazione umana, in una delle sue prime raffigurazioni, Utopia veniva raffigurata come nell’immagine sottostante: un’isola il cui profilo è opportunamente simile a una testa umana. Affascina constatare quanto quel solco che la attraversa nella sua parte centrale ci ricordi facilmente il profilo del cervello umano.

utopia

La città, o in generale il panorama urbano, è sempre stato al centro del progetto utopico o di qualsiasi progetto ideale di miglioramento sociale (il primo esempio in tal senso è la Repubblica di Platone) e l’attenzione per un ideale urbanistico si sviluppa in maniera consistente a partire dal Rinascimento: è nel Quattrocento ad esempio, che il Filarete progetta Sforzinda, omaggiando la famiglia del Duca di Milano, Francesco Sforza. Quest’attenzione prosegue tra Cinquecento e Seicento, tempi turbolenti in cui la rivoluzione scientifica minava la centralità della religione cattolica (già devastata dallo scisma) preparando il terreno per l’Illuminismo. Mentre Galilei conferma che Copernico aveva ragione, nel Vecchio Continente arrivano i primi resoconti dal Nuovo. Tuttavia solo con More si parla di “utopia”, legando per la prima volta l’impulso del cambiamento sociale alla sua collocazione in un luogo ben preciso.

Attraverso la propria organizzazione urbanistica, una società rende tangibile lo schema di valori su cui si fonda, si dà una rappresentazione concreta, un’incarnazione tangibile. E quando quella società viene messa in discussione, spesso forme di dissidenza si manifestano sul suo profilo urbano, il livello epidermico di una cultura.

Oggi, nel pieno della crisi mondiale dei flussi migratori, sono le città – sia che vengano abbandonate in fretta, sia che vi si entri come rifugiati – ad essere centrali, e non solo nel dibattito politico, ma anche in quello filosofico e più ampiamente culturale. Il geografo statunitense Edward Soja aveva parlato di un rinnovato interesse per la categoria dello spazio come di uno spatial turn già dal 1989, anno del crollo del Muro di Berlino. Quelle picconate, fotografate e riprese da tutte le televisioni del mondo, avrebbero ossessionato e costretto nella propria coscienza – spazio che divenne presto angusto – gli uomini e le donne europee in compagnia di nuove domande.

Tornando a Utopia, ricorrono quest’anno i 500 anni dalla sua pubblicazione nel 1516, e vale la pena tornare a rileggere l’idea di felicità alla base del suo progetto. Inizialmente Utopia, fondata stavolta senza troppi sforzi inventivi da un tizio di nome Utopo, non era un’isola ma faceva parte della terraferma: gli abitanti hanno deciso di recidere ogni collegamento naturale scavando un fossato. Per lo stesso motivo per il quale Alice è entrata da sola nella tana del Bianconiglio e non in compagnia, gli utopiani dovevano per forza tagliare ogni legame precedente con altri popoli per perseguire il proprio progetto di società perfetta, nonostante l’incredulità dei vicini.

Eppure quello descritto nel libro è un panorama urbano estremamente austero e poco affine, ci verrebbe da dire, alla felicità, come al contrario sottolinea il narratore, un tale Raffaele Itlodeo, navigante immaginato da More sulla falsariga di uno reale tra i tanti di ritorno dal Nuovo Mondo. Nei suoi innumerevoli viaggi, Raffele ha avuto l’occasione di osservare la vita degli utopiani per cinque anni e una volta tornato ha la responsabilità di raccontare cos’ha visto prima che possa dimenticarlo.

Le città di Utopia sono tutte identiche. Tanto vale – dice il narratore – descriverne una sola, la principale: Amauroto (che, per non rischiare di perdere il senso di ciò di cui si sta parlando, significa “città nascosta”). Qui ampie strade sono fiancheggiate da file di case a tre piani in cemento, tutte uguali con doppio ingresso, uno sulla strada l’altro sul giardino, e l’ingresso è costituito da due porte che si aprono a spinta. Gli utopiani non hanno proprietà privata, tanto vale lasciare sempre aperto, anche perché affezionarsi a uno spazio è un’inclinazione malsana che viene scoraggiata: ogni dieci anni si cambia casa tirando a sorte. La sola cura della casa è quella per il giardino, unica occasione in cui c’è rivalità tra vicini. Per gestire problemi e discussioni, la città è divisa idealmente in quattro parti, ciascuna seguita da una specie di magistrato eletto dai cittadini di quella zona.

Quello descritto in Utopia è un panorama urbano estremamente austero e poco affine alla felicità, come invece sottolinea il narratore.

Le coppie di utopiani non si scelgono tra loro, ma in seguito a una dinamica che ricorda la compravendita di un cavallo: una matrona e un anziano espongono rispettivamente una vergine e un uomo (per sposarsi lei deve obbligatoriamente avere diciott’anni, l’uomo quattro anni più di lei) e anche se li fanno spogliare nudi per mostrarsi l’uno di fronte all’altro, assicurando in tal modo che nessuno dei due abbia difetti fisici, l’unica cosa che sembra contare alla fine è il corpo della futura moglie: “La bellezza fisica fa meglio apprezzare le doti dello spirito”. Se la donna non ha difetti, la coppia è fatta e il matrimonio durerà ovviamente se, oltre alla bellezza, la moglie obbedirà al marito. Perfino nella lontana e felice Utopia, per la donna la vita non è un granché. Chi tradisce viene punito con la schiavitù (prevista da Utopia e perfettamente organizzata), chi fa sesso prima del matrimonio viene punito “severamente” e non potrà più sposarsi.

Si mangia tutti assieme in stanzoni enormi. Non è vietato mangiare in casa propria, ma nessuno vorrebbe farlo: avendo a disposizione un cuoco, perché cucinarsi un pasto sicuramente non così prelibato da soli? E, per di più, che piacere ci sarebbe nel mangiare separati dagli altri? Qui si capisce che la città è costituita da spazi comuni molto grandi e spogli in cui accogliere grandi quantità di persone e che non ci sono spazi concepiti per una sola persona o due. L’isolamento è scoraggiato, anche di coppia, così come stare soltanto con quelli della propria età. Durante i pasti i giovani siedono accanto ai più anziani così da essere scoraggiati dal dire “sconcezze” e tenuti sempre sotto controllo. Qualunque cosa venga detta da un capo del tavolo viene sempre udita distintamente dall’altro.

C’è un altro testo, direi altrettanto fondativo per la letteratura occidentale, dove la configurazione dello spazio quotidiano asseconda il dogma laico della cosiddetta sicurezza dei cittadini, come ci si affretta continuamente a dichiarare. Si parla ovviamente dello stracitato capolavoro orwelliano, 1984, classico del genere: un’autorità reticolare ed espansa controlla ogni azione dei cittadini, scoraggiando la deviazione così come la casualità dell’incontro. All’indomani dagli attentati di Parigi, Hollande ha ottenuto in via straordinaria la proroga dello stato d’emergenza della città: per almeno tre mesi era di fatto vietato ogni assembramento per motivi di sicurezza. Oltreoceano, in piena campagna elettorale statunitense, Donald Trump sta promettendo un muro al confine col Messico. Molte distopie letterarie contemporanee condividono l’incipit con panorami urbani come questi.

Orwell_1984

Una scena dal film “Orwell 1984″ di Michael Radford.

Insomma, More auspica uno spazio urbano che sia il riflesso di una società in cui non è prevista la deviazione, il riconoscimento e l’incoraggiamento di qualche talento che fuoriesca da quelli previsti; in breve, il riconoscimento e l’autonomia del singolo. Non si può stare da soli perché nessuno vorrebbe stare da solo, e chi lo desidera è abominevole, come cerca di insegnare quel capolavoro di delirio che è l’hotel-casa di cura per single s-coppiati immaginato da Lanthimos in The Lobster, a cui si oppone (di pari spietatezza) il gruppo organizzato che rivendica la solitudine e a sua volta la impone a chi vuole diventare membro. Non è un caso che il regista abbia affidato all’organizzazione dello spazio il ruolo di sottolineare i due regimi opposti: la città è della coppia; i single, da fuorilegge, vivono nell’antiurbano (o preurbano, come un ritorno alle origini?), cioè il bosco. E se il lento viene prescritto alle coppie, ai single resta solo la musica elettronica (non vi vengono in mente i rave?).

I dubbi su certe idee di felicità spingono a comprendere che non può essere concepibile una società perfetta se dell’essere umano non ne prendiamo in considerazione la natura nel totale, tenendo conto cioè anche di quell’inclinazione all’inspiegabilità e all’imprevedibilità che ci rende non solo serialmente incasinati ma sicuramente unici nel panorama delle specie animali. Eppure, ecco che ciclicamente riprende piede la tendenza all’omologazione perfino del desiderio. Certo, si possono avere dei dubbi su un’ipotetica ironia dell’autore inglese, e in effetti il dibattito è ancora aperto: Utopia è un’opera di satira o forse la satira è un’astuzia retorica per prendersi qualche libertà d’opinione? L’autore conosceva il rischio di esporsi, ma a quanto pare non del tutto. Circa vent’anni dopo la pubblicazione di Utopia, Thomas More veniva incarcerato e ucciso per decapitazione per aver disapprovato il divorzio di Enrico VIII.

L’isola legata alla città utopica, ricorre anche in altre opere successive a More: La città del Sole di Campanella (1602) è collocata su quella che tra l’altro per alcuni è l’isola di Ceylon; Bacone nella Nuova Atlantide (1627) fa naufragare un gruppo di navigatori sull’isola di Bensalem. Nel 1962 Aldous Huxley pubblica il suo ultimo romanzo utopico, influenzato dalla mescalina che insieme ad altre droghe attirerà l’attenzione dell’autore negli ultimi anni della sua vita. Il titolo? The Island.

JLocke_Lost

Utilissima nel suo essere geograficamente distante, l’isola è l’immagine che riesce opportunamente a traghettare la cultura medievale nell’epoca moderna, dove al centro del cosmo non c’è Dio ma l’essere umano, con tutti i suoi problemi. Si cerca l’isola per realizzare l’utopia, costruire la città ideale dove essere finalmente se stessi ed essere, in breve, felici. Ma la felicità vorrà accompagnarsi alla volontà di essere separati dagli altri, eppure è insieme ad altri che si è costretti in qualche modo a vivere. Come decidere allora con, e nonostante, gli altri?

Quindici anni dopo Utopia, il francese François Rabelais descriverà nel Gargantua l’abbazia ideale di Thélème, in tal caso un palazzo senza muri o cancellate, perché quest’ultime “favoriscono l’invidia del vicino”. Di nuovo un’utopia dove però, a scanso di equivoci e nonostante Dio, lo slogan stavolta è il seguente: “Fais ce que tu voudras“. Fai come ti pare.