Foto: © Fabio Salvadori.
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Urbino a due velocità

Turisti d'estate, fuorisede d'inverno. 

 

Crescere in un posto tranquillo (e un po’ noioso) come l’entroterra marchigiano, mi ha abituato da subito all’idea che me ne sarei andata il prima possibile. Mica per cattiveria: piuttosto “per fare cose, vedere gente”.

Mi ha anche dotata di uno strumento infallibile per misurare la conoscenza delle persone, che ormai tendo a dividere in due grandi categorie: quelli che “bellissima Urbino, vorrei tornarci” e quelli che “mmm… Urbino, dov’è che si trova esattamente?”. Basta una frase per capire se l’interlocutore è in grado di affrontare una conversazione sul patrimonio architettonico, artistico e paesaggistico del Montefeltro, o se invece è meglio buttarla su crescia, salumi e Casciotta.

Dopo gli anni del liceo e dei viaggi in pullman quotidiani – 30 chilometri di curve andata e ritorno – i miei orizzonti non contemplavano nemmeno la remota ipotesi di proseguire gli studi a Urbino: gli anni dell’università, si sa, sono fatti per andare fuori, scoprire il mondo. C’è però un particolare: per lo stesso motivo, proprio Urbino è amata follemente dagli studenti fuorisede; quelli che arrivano da ogni parte d’Italia, soprattutto dal Sud, e che a causa della “comoda e strategica” posizione interna della città sono costretti a centellinare i weekend a casa e le trasferte.

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Collegi Aquilone (© Fabio Salvadori).

Sembra assurdo, ma Urbino non ha più una propria stazione ferroviaria da qualche decennio ed è collegata a quella di Pesaro con autobus di linea, così a ogni spostamento in treno si aggiunge come minimo un’altra ora, ora e mezza circa. Certo, la bellezza che ti accoglie quando arrivi, percorrendo gli ultimi tornanti in salita, è di quelle che tolgono il fiato: il Palazzo Ducale doveva essere nelle intenzioni del Duca Federico da Montefeltro la più bella e maestosa fra le residenze nobiliari. E la facciata dei Torricini, l’elemento più fotografato della città, resta subito stampata negli occhi di chi la vede per la prima volta e se ne innamora.

Gli studenti di fuori amano Urbino perché sembra un’opera d’arte, anzi, è un’opera d’arte essa stessa, perché è piccola e discreta, ma c’è tutto quello che serve a un giovane di belle speranze che s’iscrive all’Università e deve ancora capire le cose della vita. La comunità degli universitari, con il suo turnover continuo di facce e aspirazioni, costituisce un mondo a parte con dinamiche, usi e costumi propri, ai quali i residenti si adattano più o meno volentieri in base all’età e alla professione. A qualche burbero anziano danno fastidio gli schiamazzi notturni, i mezzi affollati, la confusione, mentre i ragazzi e le ragazze di Urbino e dintorni godono della vivacità cittadina, delle feste infrasettimanali, della ricchezza di stimoli e delle infinite possibilità di conoscere persone nuove e interessanti.

Inutile dire che per baristi, commercianti, ristoratori e chiunque possieda un appartamento o perfino un sottoscala da affittare, gli studenti sono una manna dal cielo. D’altronde, l’intera economia di Urbino si regge praticamente sull’Università e, in misura inferiore, sul turismo. Per tutta la durata del lungo anno accademico, da fine settembre a metà luglio, le vie, le piazze, i vicoli del centro brulicano di gente. Al mattino facce assonnate, nel pomeriggio ampi sorrisi, di sera risate, grida, baldoria e felicità che risuona fra le mura cittadine, finché cala la notte e sorge di nuovo il sole sugli ultimi tiratardi, probabilmente rassegnati a saltare la lezione delle 9.

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Via Raffaello (© Fabio Salvadori).

Dall’autunno in poi, a Urbino il culmine della settimana è il giovedì (e ormai anche il martedì), quando tutti, ma proprio tutti gli studenti, escono per fare il giro dei locali e approfittare della serata più affollata e movimentata. C’è chi il venerdì parte, magari va a trovare la famiglia o gli amici in altre città, semplicemente cambia aria, mentre i pendolari, che sono tanti, evitano di passare da Urbino anche nel weekend. Alla fine insomma, il sabato sera è molto più tranquillo del giovedì. Negli ultimi anni, grazie ad alcune associazioni studentesche e a qualche locale lungimirante, sono resuscitati anche un certo movimento controculturale e una scena musicale alternativa, con un buon calendario di eventi, festival e concerti.

Poi arriva l’estate, a giugno finiscono le lezioni, le sessioni d’esame si esauriscono nelle prime settimane di luglio e la città lentamente si svuota della sua chiassosa popolazione giovanile. Un bel giorno gli urbinati si svegliano al mattino e scoprono di potersi finalmente riappropriare delle loro strade, delle loro piazze, dei loro ritmi – almeno fino a settembre. La monotonia estiva è interrotta soltanto dalle rievocazioni storiche della Festa del Duca, intorno a Ferragosto, la manifestazione pseudo-culturale più sentita fra i residenti, perché rispolvera i fasti rinascimentali e celebra quell’epoca perduta, quando Urbino era la culla della cultura e dell’arte italiana, con i “suoi” Raffaello, Bramante, Piero della Francesca.

Eppure anche loro, dopo qualche tempo, sentirono l’esigenza di emigrare altrove, di cercare fortuna presso altre corti, di esplorare nuovi orizzonti, come un qualsiasi studente, artista o ricercatore contemporaneo. Oggi come allora, poco è cambiato in questo senso: quel manto di provincialismo e la ristrettezza degli spazi costringono le menti più brillanti a vivere nella dimensione precaria della transitorietà. A Urbino si giunge per una ragione – che sia lo studio, la ricerca o un lavoro nel sovradimensionato ospedale – ma poi, nella maggioranza dei casi, si torna via, una volta che si è esaurito quel percorso, perché le opportunità per restare non sono così tante né c’è tutta questa voglia di coglierle. Così per il fuorisede Urbino è una storia d’amore a scadenza, un’infatuazione inebriante ma effimera, una passione bruciante che dura il tempo della laurea, rinnovandosi di anno in anno (accademico).

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Polo scientifico Paolo Volponi (© Fabio Salvadori).

Per gli studenti che se ne vanno d’estate, ci sono i turisti che arrivano, ma non altrettanti. Il brulicare di passi, il rimbalzare di voci, la tempesta ormonale, sono mollemente sostituiti da passeggiate composte, sussurri in lingue straniere, scatti fotografici e momenti contemplativi. Il visitatore di Urbino è tendenzialmente di mezza età – considerando che agli occhi di un ventenne in fregola anche un trentacinquenne è vecchio – e straniero, soprattutto nordamericano o mitteleuropeo, sempre più spesso russo, benestante, interessato all’architettura e all’arte rinascimentale (o almeno così vuole apparire), ai verdi paesaggi collinari e alla buona cucina. Di certo la quasi totale assenza di vita notturna non costituisce un problema, e comunque la riviera romagnola è vicina.

Le temperature estive e le salite ripide impongono ritmi lenti e soste frequenti, con la scusa di fotografare quegli scorci suggestivi già ammirati sui libri d’arte o sulle guide turistiche. Gli scatti catturano l’atmosfera metafisica delle vie semivuote e delle piazze sgombere sotto il cielo azzurro, consentendo di ottenere quelle prospettive ampie che la folla invernale restringe e rovina senza pietà. Il verde delle colline abbraccia accogliente e regala panorami da cartolina, promette aria buona e passeggiate rilassanti. Saranno le giornate più lunghe e vuote, ma d’estate il tempo scorre più lento, macinando le ore con calma da campagna.

E va così, fino alla prima domenica di settembre, quando tutta la comunità urbinate con le sue contrade del centro e della periferia si riunisce al Campo delle Cesane per la Festa dell’Aquilone, dedicata a Giovanni Pascoli e alla sua poesia L’Aquilone, scritta in ricordo degli anni passati al Collegio degli Scolopi di Urbino: “[…] Or siam fermi / abbiamo in faccia Urbino ventoso: / ognuno manda da una balza / una cometa per il ciel turchino. […]”

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Fortezza Albornoz (© Fabio Salvadori).

L’ostinazione con la quale la città rivendica il proprio patrimonio culturale è encomiabile, così come indefesse sono le lamentele per la presunta noncuranza da parte degli studenti, che scorrazzano liberi per le strade all’ombra degli antichi palazzi e vogliono solo divertirsi. Eppure davvero non è così: per definizione, gli studenti universitari riescono a divertirsi ovunque; se scelgono Urbino, è proprio per il suo fascino.

E così ogni anno, quando arriva settembre, i turisti restituiscono una città sonnacchiosa agli studenti, che nel giro di un paio di settimane se ne riappropriano, la risvegliano e la riportano alla vivacità autunnale. Tra qualche giorno riprenderanno le scuole, le lezioni universitarie, gli esami e finalmente le feste, gli incontri, i momenti di socialità, le cose che insomma rendono Urbino viva e vibrante, non uno sfondo da cartolina. Bellissima, ma ferma e silenziosa.