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Lo skate e la memoria

L'Undercroft di Londra è lo skatespot ancora in attività più antico al mondo. Ma la sua è una lezione che non si arresta al mondo delle tavole a rotelle.

 

Accoccolato sulle rive del Tamigi tra County Hall e il ponte di Waterloo, il Southbank Centre di Londra è un complesso composto da tre edifici: la Royal Festival Hall, la Queen Elizabeth Hall e The Hayward; rispettivamente due sale da concerto e una galleria d’arte. La Purcell Room, la Saison Poetry Library, gli Jubilee Gardens e The Queen’s Walk completano gli 85.000 metri quadrati complessivamente gestiti dall’amministrazione del centro. Ai piedi di questo complesso di edifici – che il quotidiano britannico The Guardian definisce “the most vibrant arts centre in the country”, o almeno così si legge nel sito del Southbank Centre – più precisamente sotto alla Queen Elizabeth Hall, sorge uno spazio coperto che, secondo le intenzioni degli architetti che lo progettarono alla fine degli anni ‘60, sarebbe dovuto servire a utenti imprevisti per utilizzarlo in modi liberi e inaspettati. Bastarono pochi anni affinché questa “profezia” si avverasse.

Erano gli anni ‘70 e il vento che spingeva lo skateboarding aveva cominciato a soffiare dagli Stati Uniti verso la vecchia Inghilterra. Quel colonnato coperto, punteggiato da muretti lunghi e lisci e delimitato da bank in cemento, divenne ben presto un punto di ritrovo per tutti gli skateboarder londinesi e un patrimonio dello skateboarding mondiale. Sul cemento dell’Undercroft – così venne infatti ribattezzato questo spazio dai suoi nuovi abitanti – si va in skate da più di 40 anni, e questa circostanza lo rende lo skatespot più antico al mondo ancora in attività.

Uno skatespot, se non lo sapete (e non vedo perché dovreste a meno che non siate degli skaters) non è altro che uno spazio urbano adatto alla pratica dello skateboarding per le sue caratteristiche morfologiche e/o per il suo arredo. Ma la storia dell’Undercroft avrebbe potuto essere molto diversa da quella che possiamo ancora raccontare oggi. Nel marzo del 2013 infatti, i dirigenti del Southbank Centre presentarono un progetto per il rinnovamento del complesso di edifici della cosiddetta Festival Wing, la stessa area di cui l’Undercroft fa parte.

Consci dell’importanza che lo skateboarding riveste per le comunità urbane, i dirigenti del Southbank fecero in modo che il piano di rinnovamento prevedesse lo spostamento dell’area dedicata agli skater sotto il ponte di Hungerford, a circa 120 metri di distanza in linea d’aria.

Un milione di sterline fu il budget stanziato per la costruzione del nuovo skatepark, la cui progettazione era stata affidata a Rich Holland, un architetto e skater, e a Iain Borden, anche lui skateboarder nonché professore di architettura e culture urbane presso lo University College London (nonché autore di Skateboarding. Space and the city, un poderoso saggio sul rapporto tra tavola a rotelle e spazio urbano).

Quello che rende speciale l’Undercroft non è la sua funzionalità e nemmeno la sua perfezione, bensì la memoria che più di quarant’anni di skateboarding gli hanno incrostato addosso.

Più che arroganza e cecità – due atteggiamenti che caratterizzano spesso le relazioni tra l’Autorità e gli skateboarder – nella proposta del Southbank Centre ci sono generosità e comprensione. Chiedete a qualsiasi skateboarder al mondo cosa risponderebbe a un milione di sterline per costruire uno skatepark da un architetto che per giunta sa perfettamente, perché lui stesso è uno skater, cosa vuole dire skateare uno dei tanti orrori di cemento sparsi un po’ dappertutto intorno al globo. Sono piuttosto certo che “no” non sarebbe neanche lontanamente una delle risposte contemplate.

Eppure un “no” è stata la risposta degli skateboarder londinesi al progetto di rinnovamento proposto dal Southbank Centre. Una risposta che ha preso rapidamente forma in una campagna dal basso denominata Long Live Southbank. Ma cos’ha spinto gli skateboarder londinesi ad attivarsi in difesa di uno spazio che sarebbe sì stato demolito per far posto a negozi e ristoranti, ma al posto del quale ne sarebbe stato costruito uno non solo più grande, ma anche più funzionale, oltre che a pochissima distanza dal precedente?

Mettiamolo subito in chiaro: ingratitudine e ribellismo non hanno cittadinanza nella scelta intrapresa dalla comunità degli skater di Londra. Sul sito che ha supportato la comunicazione della campagna si legge un passaggio che merita di essere approfondito. In queste righe si afferma infatti che l’Undercroft è “a treasured space”, conosciuto come “il luogo di nascita dello skateboarding britannico, da 40 anni dimora per skateboarder, BMX riders e graffitisti”.  In questo senso il piano del Southbank Centre “non tiene conto della storia e manca dell’architettura unica e dinamica che ha fatto dell’Undercroft uno spazio della street culture conosciuto a livello mondiale”.

A rendere affascinante questo luogo, infinitamente più desiderabile di un nuovo skatepark a cui pure nessun altro skater al mondo saprebbe rinunciare, è quindi il suo valore storico e l’unicità della sua architettura, irriproducibile perché nata dal caso. In una parola, quello che rende speciale l’Undercroft non è la sua funzionalità e nemmeno la sua perfezione, bensì la memoria che più di quarant’anni di skateboarding gli hanno incrostato addosso. Ma cosa rende così viscerale il rapporto che lega gli skater a uno skatespot?

Alla base di questa sottocultura dai tratti sportivi c’è – tanto vale ribadirlo – un intenso rapporto di esplorazione e di appropriazione dello spazio urbano. La scena del film California Skate in cui la crew di skater noleggia un aereo da turismo per cartografare le piscine vuote da skateare, non è altro che l’esagerazione hollywoodiana delle derive urbane che i primi skateboarder californiani intraprendevano alla scoperta di nuovi terreni su cui sperimentare le loro manovre. Una scena simile, con un pick up al posto del Cessna, è presente anche in Dogtown & the Z-Boys, il documentario con cui Stacy Peralta racconta la nascita dello skateboarding di strada negli anni ‘70.

 

 

Che si trattasse delle pareti dei canali di scolo alle periferie dei centri urbani, delle piscine svuotate dalla siccità o di enormi tubi di cemento abbandonati durante la costruzione di grandi opere idrauliche, per gli skater non faceva alcuna differenza. Spinti dalla fotta di mettere alla prova i loro limiti in luoghi e situazioni sempre diverse, gli skateboarder si muovevano costantemente all’interno della città, ridisegnandone la cartografia grazie alle loro traiettorie.

Lo skateboarding infatti è molto più performance creativa di quanto non sia un semplice gesto tecnico sportivo. Esplorare la città a bordo di una tavola di acero canadese mossa da quattro rotelle di poliuretano, significa leggerne gli spazi e riscriverli a propria immagine e somiglianza. Andare in skate è un gesto che ci connette allo spazio che ci circonda perché ne assecondiamo la fisionomia e, al tempo stesso, ne trasformiamo l’aspetto creando nuove connessioni mentre lo attraversiamo.

L’esperienza percettiva a cui dà vita lo skateboarding ha perciò molti aspetti in comune con quella particolare categoria di spazi che il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty chiamava “spazi espressivi”. È insomma un’esperienza che libera il soggetto nello spazio, modificando quest’ultimo e consequenzialmente venendo modificato da questo. La sensazione di libertà che scaturisce da esperienze di questo tipo si connette al gesto dell’esplorazione e della deriva nello spazio, diventando così appropriazione come forma di presa in carico dei luoghi.

Sulle sue superfici hanno inciso i loro ricordi diverse generazioni di ragazzi, che hanno trovato nella tavola il modo per esprimere un gesto creativo capace di modificare la realtà che li circonda.

È così che, pian piano, le aree urbane frequentate dagli skaters cominciarono a uscire dall’abbandono a cui la grammatica urbana e sociale li aveva relegati. Anche se lo skateboarding predilige tattiche di esplorazione rapide e leggere (del tutto simili a quelle messe in campo dai raver o dai writer), il radicamento in un luogo sembra essere inevitabile. Alle volte questo spazio riceve un nome evocativo, come Undercroft o Hubba Hideout o Big Four; altre volte il nome resta quello con cui lo spot è conosciuto da tutti, come Milano Centrale, o Philarmonie, o MACBA; altre volte ancora prende il nome dallo skater che per primo ci ha eseguito un certo trick, come il Gonz Gap o il Bilodollie. Un luogo anonimo prende così vita e diventa uno spot a tutti gli effetti, perché sulla sua superficie cominciano a depositarsi strati su strati di ricordi che vengono tramandati nella comunità degli skateboarders sotto forma di racconto orale, scritto o per immagini. Sono questi racconti che creano la memoria condivisa di un certo luogo e contribuiscono a diffonderne la fama.

La memoria passa perciò per il tempo che si trascorre in un luogo e l’investimento emotivo, soggettivo e in questo caso fisico che vi si dedica. Ecco perché, coi suoi oltre quarant’anni di vita, l’Undercroft è diventato un posto così importante per gli skater di tutto il mondo. Sulle sue superfici hanno inciso i loro ricordi diverse generazioni di ragazzi, che hanno trovato nella tavola il modo per esprimere un gesto creativo capace di modificare la realtà che li circonda. E a dispetto di chi, come la company londinese Palace, ha giocato con la difesa del Southbank in quel misto di marketing e attivismo di strada che caratterizza lo skateboarding (sempre e contemporaneamente gesto ribelle e industria dell’intrattenimento), ecco perché la campagna Long Live Southbank è stata un momento importante di partecipazione e coinvolgimento delle culture giovanili nella gestione della città.

Ed è stato anche un momento vittorioso, visto che nel settembre del 2014 la dirigenza del Southbank Centre ha ceduto alle pressioni degli skateboarder abbandonando il progetto iniziale e impegnandosi a lasciare l’Undercroft aperto all’uso gratuito per lo skateboarding, la BMX, il writing e ogni altro genere di attività urbana. Se oggi ci sono ancora skater nell’Undercroft, è merito della memoria che questo luogo rappresenta e del rapporto forte e intenso che chi lo vive ogni giorno ha stretto con esso. Se questa non è una lezione su come vivere la città, ditemi voi cos’altro lo è.