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Una storia torinese

Un ricordo dei Franti, gruppo “non classificato”.

 

Tre studenti a Torino mettono su un complesso. Lo chiamano Franti, bastardi loro, bastardo lui, suonano mettendo dentro tutto quello che incrociano: musiche, poesie, film, cartoni animati, cortei, gioia, rabbia, camionette della polizia, sassi volanti, lacrimogeni, gonne a fiori, capelli lunghi, Pavese, Dostoevskij e Che Guevara” (Stella Nera).

Ci sono delle band che esistono in relazione alla città e al tempo in cui operano. E viceversa, ci sono città – e tempi di una città – che hanno una band per eponimo. La storia dei Franti inizia e finisce a Torino, prima come “cattivo” dentro il libro Cuore – proprio lui, quello che ride quando il re muore poi “battito del cuore” del movimento degli anni Ottanta, coniando un inclassificabile hardcore-folk d’assalto nella città della Fiat (e di Lotta Continua).

 

 

Siamo negli anni Ottanta, e a quel tempo Torino era tra i crocevia di quel movimento politico, sociale e creativo che già aveva attraversato in lungo e largo l’Italia nel decennio precedente. C’erano già stati gli anni della violenza di strada, delle tragedie (come l’attentato all’Angelo Azzurro), delle rivolte carcerarie: episodi che trasformarono la città in uno dei teatri principali del movimentismo italiano. Ma erano anche anni in cui il vento girava rapidamente: nel 1977 una manifestazione anti-terrorismo indetta in seguito all’omicidio di Carlo Casalegno (vicedirettore de La Stampa) vide una Piazza San Carlo semivuota; nel 1980 invece, ecco che per le stesse strade sfila la Marcia dei Quarantamila, coi quadri Fiat che manifestano a sostegno della proprietà, inaugurando di fatto gli Ottanta italiani. E infatti di lì a breve sarebbe arrivato il momento del disimpegno, della Milano da bere, dell’edonismo craxiano. C’era però un’eccezione in scena: è vero, negli anni Ottanta il movimento del ’77 era ormai evaporato tra carceri speciali, eroina e riflusso. Ma fu dalle sue ceneri che nacque la scena punk italiana.

Il punk italiano fu un fenomeno autonomo e distinto da quello anglosassone. Ricorda Marco Philopat: “Il settantasette attentò alla vita del sessantotto e fallì. Da esso nacque il movimento punk italiano che, seppure con livelli di scontro e obiettivi molto diversi, riuscì a riattivare il filo rosso della storia dei movimenti dando vita alla stagione dei centri sociali”. Il punk italiano insomma, assunse fisionomie estremamente politicizzate e liberò le energie del Do It Yourself nella contigua proliferazione della cultura indipendente. La musica tornò a essere un elemento indispensabile per l’aggregazione e la ricomposizione di miriadi di tribù in movimento: si formavano collettivi, si occupavano case e spazi sociali, si creavano circuiti autogestiti dove si autoproducevano dischi, bootlegs, demotapes. Sempre in direzione ostinata, contraria e fortemente creativa rispetto al “vendere la musica come il sapone da barba. La stessa disperazione si vende, non resta che trovare la formula giusta” (Leo Ferré).

 

 

È qui che intervengono i Franti. Racconta Guido Rossetti in Perché era lì – Antistorie di una band non classificata: “È la primavera del 1986 e proprio qui, a Pinerolo, illustre orifizio anale del mondo, ci sarebbe da suonare di pomeriggio in un mega concertone autogestito in cui, alla sera, suoneranno dei gruppi – famosi – di Torino (…). Facciamo la nostra suonata di pomeriggio, senza infamia e senza lode. La ricordo con tenerezza come molte delle cose di quel tempo. La botta, però, mi arriva la sera. In quel panorama di creste, spille, jeans strappati, birre e birre e birre e tipi, finalmente, poco da provincia piemontese, arriva sul palco un gruppo che di punk, in senso estetico, non ha una bella minchia di niente!”.

E ancora: “Intorno si respira un’aria di profondo rispetto… Il pogo lascia il passo a un ascolto consapevole, le birre vengono momentaneamente riposte nelle loro fondine, il tipo dall’aria fusissima che mi basculava accanto fino a cinque minuti prima sembra un leone addomesticato. Nessuno lo ha riempito di calmanti; è la potenza dolce ma ferma delle parole dei testi dei Franti.

Resto un po’ colpito dal quietarsi del casino e dal fatto che queste persone così in apparenza diverse, vibrino in modo uguale”.

 

 

A Torino, l’avvento dei Franti era stato annunciato dallo storico concerto di Patti Smith del 1975, che aprì una nuova era; da quello dei Clash nel 1980, finito in megarissa per le infiltrazioni di poliziotti in borghese e militanti di destra; da quello dei Ramones rivendicato dalla radio fascista Radio Blitz (e in cui “ci si infiltra” da sinistra); da Siouxsie & Banshees che fanno il pienone al Teatro Nuovo; dagli MCD (Millions of Dead Cops) a Lungo Dora Colletta; e ancora Iggy Pop, Cramps, Bob Marley & The Wailers, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Rock contro il Nucleare, Human Rights… Fino ai Police, ma lì era già musica e basta: in effetti, la progressiva trasformazione dei concerti in semplici show presagiva il declino dell’idea di musica come liberazione dal conosciuto; nel frattempo, l’Italia che era stata dei movimenti e delle rivendicazioni di piazza, trasmutava nella più classica “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord.

I Franti invece si ritrovano in posti occupati come El Paso, al Centro D’incontro Il Cortiletto in corso Tazzoli, al Circolo Proletariato Giovanile Santa Rita Cangaceiros in corso Orbassano, nelle sede di Lotta Continua in corso San Maurizio, al Circolo Anarchico di via Ravenna, alla discoteca Tuxedo di Via Belfiore, nel quartiere Vanchiglia. Tutto intorno una città che in quel decennio fu diversa da tutte le altre.

Anche i Franti erano diversi. Di punk in senso stretto, musicalmente parlando, avevano poco: erano “non classificati”, come da celebre definizione. Alla voce Lalli declama poesie, ricama testi dalle lettere che le scrivono le detenute politiche, e canta con una dolcezza ferma e abissale; il sax free di Stefano Giaccone, ispira catarsi come la fuga liberatoria di Antoine Doinel nei 400 colpi di Truffaut; la chitarra di Vanni Picciuolo è una rappresaglia di corde che assaltano la stessa idea di canzone; il basso di Massimo D’Ambrosio sta come un monito tra il piombo nelle strade e il sorriso di una bambina prima del massacro di Sabra e Shatila (che ispirò il brano Le loro voci);  la batteria di Marco Ciari libera il suono oltre gli stretti recinti del punk. E poi c’è Paolo Plinio Regis che ricama la crepuscolare Elena “5 e 9”, la chitarra di Toni Ciavarra, la tromba di Pino Acquaviva dentro Il battito del cuore…

 

 

I dischi dei Franti non li trovavi nei normali negozi di dischi, i componenti del gruppo non si iscrissero mai alla SIAE, e quando ebbero la sensazione di stare per diventare una band come le altre, si sciolsero invece di passare alla cassa o continuare per strade abusate. Qualche anno fa un gruppo di ragazzi li contattò per chiedere il permesso di suonare le loro canzoni. La risposta del gruppo fu: se suonate le canzoni dei Franti, siete Franti. E a quel concerto vi chiamerete così.

Oggi è difficile comprendere quanto una band fosse tanto legata a un movimento, a un’idea, a una pratica di vita individuale e collettiva assieme. Il punto però è che i Franti non sono mai stati una band, ma qualcosa di completamente diverso: un collettivo, certo. Ma anche il respiro di quella Torino che negli anni Ottanta si intestardiva a non ripudiare quanto c’era stato prima e che si rifiutava di cedere alle facili scappatoie del riflusso. Il loro lavoro più rappresentativo resta con tutta probabilità  Il Giardino delle Quindici Pietre, pubblicato nel 1986 e concepito come un giardino zen. Nelle note di copertina del disco si legge: “Certo: volendo (e potendo) salire in alto, si sarebbero visti tutti i massi, ma per gioire di un giardino bisogna camminarci in mezzo”. Sarebbe rimasto il loro ultimo album.

Per tutti questi motivi i Franti restano il grande mistero nella storia della musica alternativa italiana. Per una fetta importante della critica di casa nostra, sono la più grande formazione dell’epoca fianco a fianco dei CCCP. Per chi li ha amati ieri e continua ad amarli oggi, la loro non era soltanto musica ma esperienza e vita. Se poi chiedi di loro a qualche vecchio trombone, ti sentirai rispondere “sì-ma-i-Franti…” e giù di facili estetismi, come a volerne separarne la vicenda musicale da quello che Torino – e il suo movimento – furono appena trent’anni fa. Come scrive W.G. Sebald: “un battito di ciglia, mi capita spesso di pensare, e di un’intera epoca non c’è più traccia”. Tanti di quella generazione sono ancora dentro la cabina del riflusso, ripudiano un sogno che oggi considerano sbagliato, ma intanto quel sogno nelle canzoni dei Franti resta vivo.

 

 

 

E “lo spirito continua” direbbero i Negazione, anche loro scintille di quella Torino “cattiva” da cui veniva il Franti del libro Cuore, al pari di altre gloriose punk-band dell’epoca come Contrazione (che coi Franti realizzarono uno split nel 1984), Nerorgasmo, Declino, Indigesti. La storia dei Franti invece, sarebbe proseguita oltre in progetti come Environs, Orsi Lucille, Kina, Howth Castle, La Banda di Tirofisso, Ishi. E ovviamente nei dischi solisti di Stefano e Lalli, in cui lo spirito dei Franti risuona come non mai.

Oggi si può camminare nel mezzo della Torino di quegli anni attraverso le parole di un grande intellettuale dimenticato, Furio Jesi: “Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’’haut-lieu’ e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli altri; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze immediate”.

“Accendere un fuoco e poi sparire”, cantavano i Franti.