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Nelle terre di Texaco

Un viaggio nelle Antille Francesi tra le pagine del capolavoro di Patrick Chamoiseau.

 

La penetrante che collega Basse-Terre a Pointe-à-Pitre, alle 9 del mattino, è una polaroid esattamente didascalica di cosa sia una strada congestionata: neppure i motorini riescono a infilarsi negli interstizi. Qualche turista abbandona l’idea di attraversare l’istmo che unisce le due ali della farfalla guadalupense e fa retromarcia in direzione Grand-Anse. Per qualche motivo, a posteriori, li avremmo invidiati. Il sole già alto batte con tracotanza sui tetti in lamiera che lambiscono i bordi della litoranea, abbiamo un traghetto per Marie-Galante tra un’ora e l’idea che potremmo perderlo ci pare in ogni caso remota.

Lo perderemo.

Dopo una settimana trascorsa nella metà più rigogliosa e lussureggiante dell’isola abbiamo disimparato il concetto di città. In un’isola bagnata dal mare dei Caraibi, in un punto delle Antille, ci sembra una nozione superflua, quasi fuori luogo, nemica.

A questo punto del nostro viaggio in Guadalupa ho già letto più di metà di Texaco, il romanzo di Patrick Chamoiseau ambientato in un arcobaleno di secoli che sovrasta la Martinica, l’Île aux fleurs che si trova esattamente alle mie spalle, oltre la Dominica, a una lontananza tale che se mi arrampicassi sul tettuccio dell’auto, e l’aria fosse particolarmente tersa, riuscirei a scorgerla a occhio nudo.

Cercavo un romanzo che mi parlasse di Antille Francesi, che fosse pieno di descrizioni e liste chilometriche di sensazioni, piante esotiche di cui non avessi mai sentito parlare.

Pointe-à-Pitre, come l’Incittà di Texaco, non è un posto in cui molti dei guadalupensi incolonnati come noi vivono: ci vanno per guadagnarsi la sopravvivenza. Chamoiseau ha ribattezzato Fort-de-France Incittà perché sembra presupporre, e quindi merita di portarne le vestigia fin nel nome, un moto a luogo centripeto.

Il nostro scivolare verso l’imbarcadero della capitale è lento e singultoso: fuori dai finestrini si alternano rosticcerie ambulanti in cui polli sfrigolano su bidoni pieni di brace, case coi tetti bassi, palazzine liberty dai balconi corrosi dal vento e dalla salsedine e tende di un merletto vetusto.

Ogni conglomerato urbano del Caribe, come le storie ambientate in queste isole dopotutto, è il risultato di sedimentazioni che durano da sempre, di stratificazioni caotiche; attraversarli per addentrarsi nel cuore dell’Incittà è passeggiare in bilico su una grande faglia di Sant’Andrea, solo più variopinta.

Stratificazioni
Sono arrivato a Texaco al termine di un tam-tam su Facebook: cercavo un romanzo che mi parlasse di Antille Francesi, che fosse pieno di descrizioni e liste chilometriche di sensazioni, piante esotiche di cui non avessi mai sentito parlare, insomma la controparte antillana dell’evocazione caraibica di Alejo Carpentier. Non necessariamente leggende, com’è invece The Traveller’s Tree (che vi consiglio solo se siete WASP sessantenni): una storia che però avesse il respiro epico della leggenda.

Ovviamente Texaco è questo, ma soprattutto molto altro, e buona parte dei meriti credo si possano riporre nella traduzione eccelsa di Sergio Atzeni. Non ho letto molto di Atzeni, ma conservo un ricordo sfocato, quasi febbrile, di certe pagine di Passavamo sulla terra leggeri lette nella penombra di una casa campidanese durante un festival letterario al quale mi sono trovato a essere invitato: in ragione del mio status di invitato mi sono sentito in diritto di rubare quel libro dallo scaffale del salotto. In quelle pagine scorreva il magma ribollente dell’epica, per di più un’epica per eletti, isolata come lo sono tutte le cose isolane: la voce di Chamoiseau, che ci arriva traslitterata in quella di Atzeni, ci parla in Texaco di confini tracciati coi talloni, linee di successione che si accavallano ad altre linee di successione e generano ghirlande di campêches, uomini che cercano la loro centralità nella periferia.

Se «dire una vita è intessere tutto come si intrecciano gli stecchi per tirar su una baracca», non mi stupisce che Chamoiseau abbia scelto di incentrare una buona parte del racconto sulle vicende di Esternome, il padre di Marie-Sophie, la voce narrante, investendolo di un ruolo taumaturgico per vocazione e mansioni.

 

 

Esternome porta le stigma del «costruttore», di colui che è abile nell’arte di «intrecciare le putrelle senza chiodi, le tegole di legno con il sapere delle capanne africane e dei carbet dei caribe», che sa come ottenere cemento di prima qualità (arrostendo alla caraibica molluschi e polipi di corallo mescolati a sabbia di vulcano e cenere di bagassa): che, in una parola, detiene la sapienza, sia delle materie prime che calpesta ogni giorno che della maniera di mescidarle.

Texaco è anche il racconto di come, alla stregua di come si strappa la libertà dalle mani dei beké, i padroni delle grandi industrie zuccheriere, strappare la terra alle mangrovia significhi in prima battuta compiere uno sradicamento: un gesto culturale, insomma, prima che urbanistico, che non può prescindere dalla presa di coscienza del carattere composito dei Caraibi.

La lingua con cui Chamoiseau intesse il suo racconto somiglia a un dipinto di Wifredo Lam: è tutto un erigere volute. Credo sia per questo che la letteratura che s’aggroviglia per le anse del Mar dei Caraibi, e poi fin dentro i suoi entroterra, faccia così tanto affidamento su liste inesauribili (ed inesaurite) di elementi che intrecciandosi generano nuovi elementi. Il Caribe è chimera, portmanteau, continuo patois in divenire, progenie mulatta.

Condanne
Texaco è anche e soprattutto un compendio di strali, attacchi, j’accuse.

Il primo: contro l’Incittà, chiaramente, che prima di essere Incittà è stata Casagrande, gabbia con le sbarre di canna da zucchero.

Nel racconto si cela la storicizzazione dell’urbanizzazione antillana, dell’evoluzione dei suoi borghi fatti di geometrie di case basse, con persiane e balconi, agghindate con un semplice molo per viaggiatori in una rada malinconica, che per un lungo periodo sono stati luoghi in cui la ricchezza era di passaggio, e dalle cui briciole traeva origine il loro essere città stesso: «città che gli schiavi-della-canna ignoravano, di cui sapevano poco e poco se ne fottevano».

La città creola, molte delle città creole di cui Point-à-Pitre ma anche Saint-François o Morne-à-l’eau («il quartiere creolo è una licenza della geografia: per questo si dice Fossato-tale, Collina-talaltra, Borro-tale») in Guadalupa sono chiaro esempio, hanno avuto uno sviluppo metastatico, imprevedibile, quasi impazzito. La città creola non aveva previsto l’afflusso di gente proveniente dalle campagne, quegli schiavi di colpo liberi, per editto in calce alla Rivoluzione Francese, dal giogo del lavoro forzato: come si sarebbe dovuta reinventare?

La storia di Texaco, dell’occupazione di un non-luogo dimenticato con rivendicato orgoglio, è il racconto di una violenza passivo-aggressiva, di una Resistenza.

Un detto creolo recita: «Saki pa bon pou zwa pa pé bon pou kanna», significa «quel che non è buono per l’oca non è buono neppure per l’anatra». Come avrebbero potuto convivere così tante microrealtà sociali reiette in un luogo nel quale neppure milati, bianchifrancia e beké, cioè i presunti portatori sani della civis, sapevano sperimentavano l’integrazione?

Una città improduttiva, che ospita volentieri anche il languore del gigioneggio quotidiano, vieppiù senza particolari sensi di colpa, è una città che finisce inevitabilmente per offrire i suoi interstizi alla violazione.

Ingigantendosi si espone al pericolo: nel suo erigersi «mostruosa, plurinazionale, transnazionale, sovranazionale, cosmopolita e creolo-demente» diventa una struttura disumanizzata.

Incapace di assorbire questa onda d’urto di manodopera inutilizzata, improduttiva, la città creola si è svuotata del significato stesso di Città: è questo il motivo per cui qua la violenza colpisce più che altrove. L’aura di offesa che la circonda (schiavitù, colonizzazione, razzismo) la rende avamposto di resistenza, e la storia di Texaco, dell’occupazione di un non-luogo dimenticato con rivendicato orgoglio, con l’esigenza di costruire sulla destrutturazione, è in buona sostanza il racconto di una violenza passivo-aggressiva. Di una Resistenza.

Una mangrovia urbana
Leggere Texaco è, in un certo senso, un’operazione di demistificazione del Caribe da cartolina: un sorso di rum irrancidito, un morso di soukounian, il demone autoctono che si alza nottetempo dai rami degli alberi del formaggio.

Ma è anche una presa di coscienza di cosa sia, più precisamente, quella che l’occhio occidentale battezza una bidonville: una mangrovia urbana. Perché i luoghi più reconditi delle Antille, quelli che non sono né città né campagna, dopotutto proprio come la mangrovia non appartiene né alla terra né al mare, pur apparendo in prima battuta ostili, sono in realtà un vero ricettacolo di vita, che si annida nelle sue tortuosità di radici, ombre muscose, acque torbide.

 

 

Come estirpare la mangrovia non risolve il problema dell’urbanizzazione selvaggia di certi crinali isolani, allo stesso modo radere al suolo le centinaia di piccoli conglomerati di lamiera e cemento armato che ospitano la vita antillana sposta solo il problema altrove, o peggio coincide con il tentativo di non considerarlo.

Invece, la città creola è l’ultimo avamposto urbano capace di conservare l’umanità della campagna. E l’umanità, come fa dire Chamoiseau all’urbanista – voce sottesa che dona vigore alla struttura del romanzo attraverso una serie di considerazioni profonde su urbanizzazione e società – «è quel che c’è di più prezioso per una città».

Urbanistica del caos, urbanistica della distruzione
Non credo di svelare nessun segreto, né di togliere nulla alla narrazione di Chamoiseau che vale di per sé la lettura di Texaco, se anticiperò che la lotta intorno allo stabilimento petrolifero occupato dalla mangrovia umana sarà una lotta senza storia, oltre che senza esclusione di colpi. Ma anche dagli esiti imprevisti.

Al racconto delle reiterate spedizioni distruttive di polizia, forze governative, emissari della multinazionale, Chamoiseau affida la sua condanna che è allo stesso tempo canto di speranza: «I distruttori di Texaco fracassavano tutto. Non portavano via materiali, li lasciavano a terra spezzati. E lì ripartiva la ricostruzione sui cocci: sembravano mosaici deliranti, pezzi d’ogni sorta che s’aggiungevano a schegge d’ogni genere».

Perché le spedizioni, come i cicloni, «accrescono il desiderio di calcestruzzo, e dissolvono il fibrocemento nei capelli degli angeli».

In Ecue-Yamba-O di Alejo Carpentier c’è tutto un capitolo, il nono, in cui si raccontano gli effetti del passaggio di un tifone. Dietro l’apparente barbarie della distruzione sommaria, che non riconosce differenza tra casa ricca e capanna estemporanea, in cui gli stracci si mescolano alle pubblicità rilucenti delle aziende che producono sigari, risalta il carattere palingenetico – ed estremamente surreale negli effetti – di ogni annichilimento: non è nella rottura la potenza espressiva dell’immaginario caraibico, ma nella capacità di reinventare il risanamento.

Di fronte a Texaco, dopo averlo letto, si sta come di fronte a una città costiera dopo il passaggio dell’ennesimo uragano.

Tra le mani e sotto gli occhi solo una moltitudine di pezzi. La lingua (e le idee) frammentate la sola base di ripartenza. E là fuori, un mondo intero da ricostruire.