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Tetris Urbano

Vivere e spostarsi a Buenos Aires, tra attraversamenti infiniti e incontrollate avanzate di cemento.

 

In America Latina metropoli significa megalopoli. Le enormi spianate hanno dato all’uomo la possibilità di edificare i territori quasi all’infinito, arrivando a creare degli spaventosi agglomerati che racchiudono in sé non soltanto milioni e milioni di abitanti, ma anche un surrogato di tutta la cultura preponderante del paese in questione.

In tal senso, Buenos Aires è l’esempio più lampante di una continua e incontrollata avanzata di cemento, figlia di un allargamento coatto dell’area metropolitana dovuto all’immigrazione di un’ingente parte della popolazione argentina. Le ultime stime ufficiali riportano come l’agglomerato urbano sia popolato da oltre 18 milioni di persone: quasi la metà di un paese che ne conta 42, nonostante un territorio di circa 3 milioni di chilometri quadrati. Il tutto senza contare gli insediamenti informali, le famose villas che fanno il verso alle favelas brasiliane, luoghi senza nome né regole, dove non ci sono porte di accesso e regna una legge rigorosamente “non scritta”.

In effetti, solo dall’alto di un aereo si può apprezzare la stazza mastodontica della città, ancor più se di notte, quando le luci del conurbano bonarense delineano un quadrilatero deforme il cui lato destro, delimitato dal Río de la Plata, ha come estremi il municipio di Berazategui e quello di Tigre, mentre all’interno ha per limiti Moreno ed Ezeiza, dove il velivolo che accompagna lo sguardo atterra nel principale aeroporto del paese. Un continuum di reticolati stradali più o meno regolari dà forma a quelle cuadras (isolati) che per molti autoctoni sono un’unità di misura dello spazio e del tempo: perché in Argentina, quando si chiedono informazioni riguardo al tempo di percorrenza a piedi da un posto a un altro, la risposta non è “quindici minuti” bensì “quince cuadras”, dando per scontato che ogni isolato porti via un minuto circa.

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Una veduta di Buenos Aires/ Wikicommons.

Il ventre della città più europea del Sudamerica è un vortice di emozioni e sensazioni intense che rischiano di diluirsi a causa delle eccessive distanze. Perché nella capitale argentina il tempo è relativo, i ritardi sono all’ordine dell’ora, e capita persino che eventi come le partite di calcio debbano aspettare il fischio di inizio “causa traffico eccessivo”.

Le note di una vecchia fisarmonica e di una chitarra slabbrata si alternano al rumore delle auto che sfiorano El Boliche de Roberto, storico bar di Tango a la gorra (con offerte da mettere nel cappello per i musicisti) sito in Plaza Almagro, in quello che è forse il quartiere più alternativo e socialmente attivo della capitale. Attraversare questo spiazzo significa immergersi totalmente nella realtà bonaerense, con in sottofondo la musica più caratteristica del luogo, e attorno i giardini in cui i ragazzi dribblano qualsiasi tipo di ostacolo, passanti compresi, mentre improvvisano partitelle di calcio urbano.

La popolazione di questo luogo è estremamente eterogenea e fotografa alla perfezione la realtà di Buenos Aires: le coppie di anziani attraversano incroci dove le strisce pedonali hanno un valore pletorico, mentre vari venditori ambulanti di chewing gum, caramelle e affini si districano al semaforo rosso per sbarcare il lunario; il gestore di un kiosko – una sorta di negozio di articoli assortiti aperto tutte le ventiquattro ore (di notte chiuso da un’inferriata per evitare le rapine a mano armata) – contempla il tran tran di quella che è una delle confluenze più pittoresche della città, con la transumanza di pendolari che attraversa la frontiera centrale, una specie di Check Point Charlie bonaerense dove in molti cambiano autobus in quello che spesso è solo uno dei tre cambi contemplati per raggiungere il posto di lavoro. Le distanze d’altronde non hanno criterio a Buenos Aires: il ritmo della vita oscilla tra la frenesia e la calma, senza un’apparente logica.

In una giornata di pioggia, percorrere la metropoli da Belgrano (zona nord) alla celeberrima Boca (zona sud) richiede fino a due ore di autobus – il che giustifica l’enorme quantità di passeggeri che portano con sé un libro. Non sorprende quindi che la capitale argentina sia la città con più biblioteche nel mondo, una delle quali, la Biblioteca Nacional del Congreso, ha i tratti di un teatro ed è visitata come un monumento. Il tempo si dilata ancor di più se i pendolari provengono dalla zona sud, dove i treni esistono ma sono limitati a pochi fortunati municipi. “Ogni giorno da casa mia devo prendere due autobus per andare a lavoro, il che mi porta via quasi un’ora e mezzo la mattina e un’ora e mezzo la sera” mi racconta Gonzalo, trentenne residente nella località di Banfield, a 25 chilometri dal cosiddetto Microcentro, il quartiere affaristico di Buenos Aires. Per non parlare di chi vive a Morón, all’interno, che dopo aver preso il treno rischia di dover fare almeno un paio di cambi di metro. Come Luis, che ormai calcola il tempo lavorato “dal momento in cui esco di casa, le 6, fino al ritorno, le 19. Peccato che io lavori in fabbrica e dopo al mio ritorno non abbia né tempo né forza per fare altro”.

Il risultato degli spostamenti di milioni di bonaerensi è una cappa di aria pesante che aleggia coprendo il cielo, qualcosa di talmente intenso e incrostato che non si attutisce nemmeno quando la città si svuota.

L’area metropolitana nota come Gran Buenos Aires è un ammasso di cemento e strade asfaltate alla meglio che prova a essere il perno di una nazione, e in cui la proporzione tra spazio e vivibilità è inversa. All’interno della città vera e propria, è evidente la mastodontica sovrapposizione di immobili quasi senza senso, con pochi vialoni a regolare i sensi di marcia e una serie di incroci sconnessi che bloccano non solo il traffico di auto e mezzi pubblici, ma gli stessi pedoni. Un esempio chiaro è l’Avenida 9 de Julio, la più importante arteria della città, impreziosita in un punto da un grande ritratto dedicato a Eva Duarte Perón (al secolo Evita) e in un altro dal celeberrimo obelisco simbolo dell’indipendenza dalla Spagna. Per attraversare questa strada all’incrocio con Avenida Corrientes, si possono impiegare anche tre minuti, semaforo dopo semaforo.

Anche uscire dalla città è difficile. La connessione con Rosario (la terza città del paese, servita da un treno che invidierebbe perfino lo stato di un regionale nostrano) avviene principalmente attraverso gli autobus, ma superare la frontiera nord di Buenos Aires, marcata dalla Colectora General Paz, rappresenta un autentico ostacolo.

Il risultato degli spostamenti di milioni di bonaerensi è una cappa di aria pesante che aleggia coprendo il cielo, qualcosa di talmente intenso e incrostato che non si attutisce nemmeno quando la città si svuota in gennaio, il mese più caldo, quando l’eccessivo uso di aria condizionata provoca blackout lunghi giorni e giorni. È il prezzo da pagare per l’eccessiva quantità di energia richiesta da un gigantesco mostro di cemento che cresce continuamente, a causa dell’accentramento delle attività del paese nella capitale e nonostante la strutturale inflazione che caratterizza l’Argentina fin dagli anni ‘70, ancor prima della feroce dittatura di Jorge Videla.

Le condizioni climatiche peculiari di una città che sfiora l’Oceano trovano spesso sfogo in tormente elettriche che illuminano a giorno la notte e fanno collassare i collegamenti interni, sia degli autobus sia dei treni, bloccati dagli allagamenti figli delle tempeste tropicali che mettono il sigillo a giornate di sole intenso. Tutta questa “compressione d’aria” appesantisce la vita locale, causando l’esodo della popolazione che cerca il fresco delle montagne della Sierra di Cordoba o nei pressi di Mendoza, o fugge verso la spiaggia di Mar del Plata, la Rimini argentina, sita a oltre 400 chilometri a sud.

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L’Avenida 9 de Julio di notte/ Wikicommons.

Le grandi avenidas che tagliano centralmente Buenos Aires nel vano tentativo di dare ordine al caos, sono le arterie di un continuo incastro di venuzze che si fanno largo nel gonfio ventre porteño. I quartieri più o meno abbienti si incrociano con altri più popolari, per quanto il nord sia tendenzialmente più borghese e pacato e il sud più disordinato e aspro. La stazione dei treni di Constitución è un crocevia intriso di differenti sensazioni e odori, e in cui tutto è precario: dalle macchine per i biglietti fino ai treni su cui si monta mentre sono praticamente già in corsa. Ma ciò che più colpisce in questo disarticolato tetris urbano sono le già citate villas: situate ai margini della metropoli, rappresentano idealmente quel Bronx indipendente e selvaggio che neanche la polizia può scrutare da vicino, e dove accozzaglie e carcasse di qualsiasi tipo formano i tetti e le porte di alloggi che chiamare case è un generoso eufemismo.

Anche nella periferia sovraffollata della capitale argentina, tutto sembra essere come l’orizzonte: infinito. E Buenos Aires, con il suo ventre gonfio e decadente, da sempre alla ricerca di un’identità europea ma ostacolata dalle dinamiche sociali figlie di una terra che continua a essere intrinsecamente sudamericana, resta pur sempre criolla: e cioè instabile, impazzita, governata da quel quilombo (confusione) da cui derivano i mille e folli colori che la dipingono.