Immagine per gentile concessione di Universal TV.
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Telecittà Speciale Vacanze: Ah, le Hawaii!

Hawaii Five-O, Magnum P.I. e altri capolavori in camicia floreale.

 

Ehi, amici, è tempo di vacanze! Per celebrare la stagione più bella, parliamo di un posto che ci piace ricordare per le spiagge, le camicie sgargianti, e le ghirlande di fiori piuttosto che per la sua annosa lotta per la sovranità e per la sua sempre ignorata complessità culturale.

E quindi, per il momento ci basti sapere che le Hawaii giacciono nel mezzo dell’Oceano Pacifico, cinquantesimo e ultimo stato d’America dal 1959, vessillo esotico tenuto a crescere i propri figli come obesissimi moniti viventi dei danni dell’imperialismo e delle cattive esportazioni continentali.

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Magnum P.I. Immagine per gentile concessione di: Universal TV.

Ma perché lamentarsi, quando gli Stati Uniti hanno portato alle Hawaii addirittura la televisione?

È il 1968. Apriamo il sipario su Hawaii Squadra Cinque Zero (Hawaii Five-0), il poliziesco più longevo che la tv incontrerà fino al 1980, nonché quello con l’ambientazione più creativa: ambientato a Honolulu, era stato originariamente pensato per la California, ma Jack Lord, la star del telefilm, aveva detto “no!” schierandosi contro la decisione iniziale del network, impuntandosi per girare l’intero show alle Hawaii. Ai tempi, si trattava di una decisione finanziariamente gravosa, praticamente inedita. Voleva farsi una vacanza, dite voi? Voleva cambiare le sorti dell’intera economia hawaiiana, direbbe lui.

Detto, fatto: si gira alle Hawaii. Ma le infrastrutture, a Honolulu, mancavano. Nel paese non c’era un’industria cinematografica, e così alla CBS, la rete-madre di Hawaii Five-0, non restava che iniziare da zero, in una maniera non testata, lontana dai modelli a prova di errore già rodati in Nord America. Pochi erano i veterani della tv. Troupe e cast includevano in larga parte gente del luogo che aveva bisogno di un addestramento radicale nel proprio mestiere. Il che condusse a episodi di casting fortunati: Kam Fong Chun, sedici anni al servizio del Dipartimento di Polizia di Honolulu, si era presentato alle audizioni CBS per il ruolo di un cattivo, ma finì per interpretare uno dei detective protagonisti.

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Immagine per gentile concessione di CBS.

Sebbene il cast fosse in gran parte composto da americani bianchi, per gli Stati Uniti di cinquant’anni fa la serie rifletteva almeno una infinitesima parte del multiculturalismo hawaiiano. Che è più di quanto Aloha – il film di Cameron Crowe con una popolazione hawaiiana quasi esclusivamente caucasica ed Emma Stone nel ruolo di una donna in parte cinese  – possa dire di aver tentato. Nel 2015.

Ma Aloha è un episodio che si verificherà decenni e decenni più tardi, a dimostrazione del fatto che non si impara mai abbastanza; un episodio che, peraltro, verrà disconosciuto dalla sua stessa compagnia di produzione, dunque torniamo per un istante alle Hawaii degli anni Settanta: spiagge del colore del riso, uomini villosi, un boom turistico quasi esclusivamente riconducibile all’influenza di quell’attore capriccioso che un giorno aveva pestato i piedi e aveva detto “questo show lo giriamo tutto alle Hawaii!”.

Ogni anno, la rete televisiva pompava milioni nell’economia delle isole, e in cambio, centinaia di spettatori del continente sognavano passeggiate all’ombra delle palme e una serie di bizzarri crimini da risolvere.

Un momento così non si vorrebbe mai che finisse. Ma nel 1980, a dodici anni dai suoi esordi, Hawaii Five-0 aveva completato il suo giro, e la CBS si trovava con una gatta da pelare piuttosto ingombrante, dove la gatta prende la forma di studios potenzialmente inutilizzabili pronti a marcire a tremila chilometri dalla terraferma. Come sfruttare il capitale investito? Come farlo durare?

Entra in scena il villoso per eccellenza. Tom Selleck sostiene che, quando venne contattato per la parte di Thomas Magnum, il personaggio gli venne descritto come un “James Bond della tv, due hostess sotto braccio, di una perfezione impeccabile”. Selleck rispose ai produttori che era stanco di impersonare ruoli che rispecchiavano il suo aspetto esteriore (!). Voleva qualcuno di più alla mano. Per otto, gloriosi, anni Magnum P.I. ha definito il concetto di maschio ideale nell’immaginario statunitense, e nel contempo ha rinvigorito l’industria televisiva hawaiiana.

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Magnum P.I. Immagine per gentile concessione di: Universal TV.

Ambientata nello stesso universo di Hawaii Five-0 (la prima stagione di Magnum P.I. è un continuo riferimento al precedente show CBS), la serie è un diorama di tutto il bene e il male scaturiti dall’eccesso degli anni Ottanta. Recessione? Pfui. Magnum P.I. è il prodotto di un’epoca televisiva in cui la risposta a ogni domanda non poteva essere che “Perché no?”. È stato girato su pellicola, con lenti cinematografiche, per donargli un aspetto meno televisivo; il suo protagonista avrebbe dovuto essere il James Bond della tv.

Si trattava di annate particolari, in cui era considerato commercialmente “ok” concludere una stagione con Tom Selleck morto (o no?!) che cammina tra le nuvole e parla ai fantasmi, in cui i produttori ti appoggiavano il mento sulla spalla e ti dicevano “Zumma su quella Ferrari in fiamme, ecco, ecco, così, bene, inquadrala per 30 secondi; giustifichiamo tutti i soldi che ci abbiamo messo.”

Sarebbe inevitabile pensare a un declino successivo al 1988, anno dell’ultima stagione dello show, ma stiamo parlando delle Hawaii. E le Hawaii, nel frattempo, da Magnum P.I. avevano imparato una lezione preziosa: vivere circondati dal lusso non è mai invano. Non solo lo Stato ha avuto il tempo di addestrare i suoi professionisti, ma ha imparato il valore del proprio potere di negoziazione con Los Angeles. Quando, nel 1999, Baywatch è approdato nel Pacifico, gli accordi prevedevano attori locali, quasi un milione a episodio (60% da spendere localmente), e il titolo cambiato in Baywatch Hawaii.

Poco tempo dopo è arrivato Lost, che si è servito di spiagge, giungle, scenari vulcanici e troupe locali per immortalare la sua “isola” della finzione, che nella realtà era l’isola di Oahu. Tra il 2001 e il 2011, anche e soprattutto grazie a Lost, il numero di posti di lavoro nell’industria cinematografica hawaiiana ha visto un incremento dell’84,9%. Mentre il mercato continentale rallentava a causa della recessione, quello di Honolulu cresceva.

E così, tra la versione riaggiornata di Hawaii Five-0, gli incentivi fiscali offerti, e il numero di lungometraggi girati in zona (Godzilla! Jurassic World! Big Eyes!) un’industria fresca di cinquant’anni, nata quasi esclusivamente da un singolo telefilm, ha saputo riaffermarsi di epoca in epoca nella storia recente. Chissà che presto le Hawaii vengano anche rappresentate al cinema da attori che non siano Bradley Cooper o Emma Stone. LOL scherzo, industria cinematografica nordamericana: un passo alla volta, un passo alla volta.