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Talenti’s got talent

Cartolina d'amore al quartiere romano nato dalla monnezza.

 

L’estate precedente alla mia partenza per Roma la passai a Lecco, scroccando vitto e alloggio ai miei genitori e lavorando come operaia. Dalle cinque del mattino a mezzogiorno affettavo salumi. Prima di caricare il furgone e cominciare il giro delle consegne facevo una pausa nel parcheggio circondato dai capannoni. L’umidità viscida dell’aria mi toglieva il respiro. Con le mani unte, seduta su un bancale, arrotolavo una sigaretta che passando tra le mie dita sapeva di mortadella. L’aria puzzava di minestrone di verdure e bastoncini pseudo-Findus. Non vedevo l’ora di partire, anche se, in un certo senso, ero già partita. Guardavo il cielo bianco, cieco, e mi ripetevo che dovevo soltanto resistere, che a Roma la mia vita sarebbe cambiata.

“Conca d’Oro”, pronunciavo ad alta voce, mentre guidavo tra i campi piatti e fradici di pioggia che circondavano Bulciago, Costa Masnaga, Cibrone, e quel nome era come una parola magica, un antidoto alla bruttezza che mi circondava: un cancello dorato che si apriva su chiome di pini marittimi e cupole di chiese, un dolce avvallamento ricoperto di materiale prezioso. Conca d’Oro era il quartiere dove sognavo di andare ad abitare. Non l’avevo mai visto ma bastava il nome, e io lo immaginavo così, come una cartolina.

 

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E infatti dopo mesi di Brianza, eccomi lì, a due passi dalla via Nomentana: prima di andare a lavoro mi fermo a fumare sul ponte delle Valli, sotto al quale l’Aniene, soffocato da una giungla lussureggiante di fronde verde smeraldo, scorre fangoso e a volte, in effetti, dorato. Dal ponte guardo il fiume, le piante, e le donne rom che spingono carrelli pieni di ferraglia e oggetti vari raccolti frugando nei cassonetti dell’immondizia. Un’operazione che svolgono ogni mattina, con perseveranza e puntualità. Portano la merce nel loro accampamento, vicino ai binari della stazione ferroviaria: una distesa di rifiuti di plastica ed esili baracche. Intorno alla stazione svettano palazzoni che a me sembrano maestosi monumenti: anche la sera, prima di tornare a casa, mi fermo sul ponte a osservare le finestre accese che punteggiano le loro forme pesanti, immobili come montagne. Nel campo rom brillano i falò. I fuochi e le finestre accese creano costellazioni che mi tolgono il respiro, molto più di quelle che splendono nel cielo, molto più delle luci fucsia, azzurre e arancioni che di notte illuminano le rovine e i monumenti del centro: il Colosseo, i Fori Imperiali, le Terme di Caracalla, l’Altare della Patria, Castel Sant‘Angelo… Tutti luoghi per i quali, sorprendentemente, scopro di nutrire molto meno interesse.

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Il “dorato” Aniene/ Wikicommons.

Una volta stabilizzata a Roma inizio a cercare un monolocale. Come si sceglie una casa quando si è soli in una città sconosciuta? Conca D’oro, il quartiere che tanto avevo anelato, mi piaceva, ma sembrava che da quelle parti di monolocali non ce ne fossero. Addio Aniene, addio ponte delle Valli, addio tramonti dorati sulla Nomentana?

Fui lo stesso fortunata: il secondo monolocale che “visitai” (difficile visitare uno spazio di 12 mq), distava da Conca d’Oro tre chilometri appena, che per gli standard romani significa praticamente dietro l’angolo. Il minuscolo appartamento soddisfaceva pienamente le mie esigenze ma più che altro la mia pigrizia: per raggiungerlo dal centro non dovevo far altro che rimanere seduta per più di un’ora sull’autobus 63. Era il mio autobus preferito, perché faceva un tragitto più lungo, permettendomi di osservare con calma gli oleandri gonfi di fiori ai bordi delle strade e i romani che si affaccendavano sui marciapiedi e nei caffè: persone normali che facevano cose normali, ma che apparivano ai miei occhi esotiche e luccicanti. E poi le ville, i giardini, le fontane, tutte cose che non avevo mai visto né a Milano né a Lecco.

 

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La zona, diceva l’annuncio, si chiamava Talenti, detta anche Montesacro alto. “Talenti”, pensavo dentro di me schiacciata nell’ammasso di corpi del 63 delle 7 di sera, e ancora una volta un nome aveva il potere di aprire magici scenari: mi vedevo solitaria e geniale, dotata di superpoteri artistici, concentratissima abitante del silenzioso e tranquillo “quartiere Talenti”. Avrei presto scoperto, a conferma delle mie visioni, che tutte le strade della zona sono dedicate a letterati vissuti tra l’Ottocento e i primi del Novecento. E avrei anche scoperto, camminando lungo il dolce reticolo di villette e giardini condominiali, che perfino i fiori, a Talenti, sono più talentuosi che altrove.

ll quartiere comincia con la discesa di via Ugo Ojetti, che si raggiunge dopo una salita, il finale di viale Jonio. Qui, vicino a un benzinaio, sorge una piccola cupola, attaccata a un edificio con una struttura stranissima. È la Compagnia della Regina dei Gigli: non chiedetemi di più perché non sono mai riuscita a capire di cosa si tratti. Dall’altra parte si espande un prato incolto. In cima alla salita c’è un grande bar dall’aria un po’ decaduta, che ha in faccia l’espressione amara e un po’ stupita di una donna che ha smesso da poco di essere giovane e corteggiata: lo Zio d’America, che ha il bancone pieno di briciole e una luce troppo forte, un che di insipido e freddo, ma almeno vende sigarette fino a dopo cena.

Via Ugo Ojetti è un’escalation di negozi un po’ obsoleti, un po’ stanchi, ma ancora vivi, proprio come lo Zio: c’è l’Oviesse, la Benetton, piccole librerie, gioiellerie e boutique in cui non ho mai visto entrare nessuno e, alla fine della discesa, il trionfo a cinque piani di Zita Fabiani, una boutique multimarca di 2500 mq che fonde eccentricità e cattivo gusto, con tutte quelle marche costose ma non proprio di lusso-lusso (questo a valutare dalle vetrine: in realtà non ci sono mai entrata perché, nonostante lavorassi da Chanel, entrare nelle boutique con un ruolo di potenziale cliente mi fa sentire a disagio visto che non posso acquistare nulla).

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La vetrina di Zita Fabiani.

Il palazzo in cui abiterò è impacchettato in una rete verde smeraldo. “Prima era un albergo”, mi dice il proprietario. Dentro sembra di stare in un acquario. Il parquet splende come fosse bagnato, illuminato dalla luce che filtra dalla rete che circonda il balcone. “Quando finiranno i lavori?”, chiedo. “Tra pochissimo”, dice lui; “tre settimane, un mese al massimo”. Ancora non posso saperlo, ma per tutto il tempo che ci abiterò – un anno esatto – muratori dotati di trapani e martelli occuperanno il mio balcone e i ponteggi fuori dalla mia finestra, generando un frastuono indescrivibile che accompagnerà ognuno dei miei rari giorni liberi, incrinando i miei piani letterari e mettendo a repentaglio la mia salute mentale – nonché il pieno sviluppo dei miei talenti, ovviamente.

Chiedo al proprietario qualche informazione sulla storia del quartiere: mi racconta che fino agli anni Cinquanta tutta l’area era ancora campagna. “Perché Talenti?”, chiedo. “Perché qui era quasi tutto della famiglia Talenti”, risponde. Non sa altro. Cerco informazioni su internet e trovo un racconto più preciso: prima della seconda guerra mondiale i due fratelli Talenti facevano gli stracciaroli: in sostanza, svuotavano cantine e si occupavano dello smaltimento dei rifiuti. Subito dopo la guerra il comune si trovò nella necessità di far ripartire il servizio di nettezza urbana e chiese proprio ad Achille e Piercarlo (che nel frattempo avevano aperto SIRA, la loro società), di gestire la faccenda rifiuti.

 

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Dopo un po’ il comune riprese in mano la situazione. Ai fratelli Talenti, che dovevano essere pagati, fu proposto un tipico accordo alla romana: in cambio della rinuncia alla liquidazione avrebbero potuto costruire la parte iniziale dell’attuale quartiere. Questa è la prima versione. Poi c’è la seconda: i due fratelli sono figli di una ricca famiglia di proprietari terrieri. Achille con la sua quota di eredità acquista le terre della zona. La famiglia continua a stare molto bene anche durante il ventennio fascista: sono a firma dell’Ingegnere Achille Talenti tantissimi edifici del centro storico di Roma (ad esempio la sede dell’anagrafe in via Petroselli). Stracciaroli o ricconi che fossero, sono questi due fratelli ad aver creato il quartiere a loro intitolato.

Penso alle distese di spazzatura sotto il ponte delle Valli e a come, da quando sono a Roma, la monnezza continui a comparirmi davanti, nelle storie come nelle strade. Gli scarti fanno parte del ciclo della vita della città, un ciclo miracoloso che comprende buchi ed errori, imperfezione e disordine, ma che però – quando non supera i limiti – funziona. Perché in fondo la città sopravvive, va avanti, incespicando e nonostante tutto, come fosse dotata di vita propria, un grosso animale pazzo che corre, respira e si riposa. Mi stupisce come, nonostante il caos, le cose continuino a procedere; e mi stupisce anche come dopo più di un’ora di viaggio sul 63, avendo già visto dal finestrino dell’autobus mille storie e immagini e situazioni assurde e oltrepassato quartieri diversissimi, con fisionomie e persone variegatissime, ogni mattina io riesca finalmente a varcare le soglie di una boutique in piazza di Spagna. È una conquista che mi fa sentire Indiana Jones.

 

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Ma tornando alla dolce oasi di Talenti: qui tutti i palazzi e i condomini sono residenziali, destinati a una borghesia media o al limite medio-alta; edifici al massimo di 4 o 5 piani, con giardini ai piani terra e ampi balconi e terrazzi. Per immaginare gli antichi fasti borghesi del quartiere basta andare a godersi la villa in cui è vissuto Peppino De Filippo, che se vi interessa è in vendita. Ecco l’annuncio: “Talenti: rarissima opportunità prestigioso palazzo Fontana (Peppino De Filippo) ampia metratura doppio ingresso salone triplo alta rappresentanza 3 camere cameretta cucina abitabile tripli servizi due ampi terrazzi 5 balconi box cantina €. 1.250.000.”

Non ci sono teatri o cinema dalle parti di via Ugo Ojetti: a una certa ora tutto si spegne. Solo il fast-food delle patatine fritte continua a sfornare, instancabile, i suoi cartocci unti. A volte sto sveglia fino alle 2 di notte a scrivere recensioni di mostre – è il mio hobby – e mi accorgo di aver finito le sigarette. Fuori le strade sono deserte, lo Zio d’America ha già chiuso, e i distributori automatici non funzionano. Cammino per chilometri prima di trovarne uno che funziona. I marciapiedi sono vuoti. Non ci sono nemmeno gli spacciatori, neanche le prostitute. Non c’è proprio nessuno.

L’assenza di vita notturna, la difficoltà nel raggiungere qualsiasi parte della città (i leggendari autobus che passano quando vogliono loro) e la quasi totale mancanza di coetanei – se ci sono, frequentano luoghi che io non conosco – vengono però compensati dalla presenza di un grande parco, che si chiama giustamente Parco Talenti.

 

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Il Parco Talenti è come Roma: è fatto un po’ a caso, completato solo per metà da chissà quanto tempo, scomposto, bellissimo. Si può imboccare da via Fucini, dove comincia come un normale parchetto quasi milanese, coi bambini che giocano a pallone, le mamme, le coppie sulle panchine e, in fondo, un po’ di giostre. Ma poi, continuando a correre lungo il percorso di cemento, si atterra su un campo vasto, ampissimo, dove l’aria circola in mulinelli ventosi ed enormi palazzi in costruzione svettano grigi e rosa in cima alla collina. Ci sono palme e pini marittimi, sulla cupola di una brutta chiesa moderna brilla una croce di neon azzurro. Dall’altra parte della strada splende l’edificio di Almaviva, che scopro essere il “gruppo leader italiano nell’Information & Communication Technology”, cosa che gli permette di mantenere la consistenza astratta che i miei occhi gli hanno conferito: un blocco di vetro spirituale, che riflette il cielo e contrasta con l’erba dei prati, il grano e i rovi e i cavalli che pascolano poco lontano, i pochi runner serali e le macchine e gli autobus scassati diretti al vicino centro commerciale.

Una sera, dopo la mia solita sessione, sono così ispirata che scrivo uno status Facebook in onore del Parco:

Corro ascoltando Rihanna. Le cicale si mescolano ai grilli e cantano così forte che oltrepassano la musica. Tolgo le cuffie e mi fermo. I lampioni sulla strada non funzionano, la mia ombra appare e scompare proiettata dai fari di qualche rara macchina. I cespugli di rose bianche che costeggiavano la strada sono stati inghiottiti da un folto canneto, altissimo, e nell’erba sono comparsi come dei pennacchi, di un rosso così scuro da sembrare nero. Su una piccola collina una villa misteriosa è nascosta da un grumo di pini, ulivi e altri alberi. In fondo lo stabilimento Almaviva emana una luce da nave spaziale, le sue finestre azzurre sembrano piscine verticali. Davanti a me si apre un campo immenso, che all’orizzonte diventa un’onda di colline d’oro, il contorno disegnato dai pini. Respiro queste ampiezze, questi sentieri senza fine, e sento che esiste, qui, ora e dentro di me, una Roma che non conosco, e che forse non esiste, ma che è tutta tutta mia.

Questo è quello che mi chiedo spesso, quando cerco di spiegare il mio amore per Roma ai milanesi o ai romani che sono fuggiti. Mi chiedo se la Roma che vedono i miei occhi esista davvero, o se non sia piuttosto soltanto mia. E se la Roma che amo, quel groviglio di vegetazione, monnezza, tramonti, condomini, centri commerciali, fiumi, persone varie e strane, non esistesse realmente? E ancora: se io la amassi soltanto perché è così estremamente diversa, così lontana dai luoghi in cui sono nata?

 

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Sono ormai mesi che non abito più a Talenti. A un certo punto, a malincuore, sono dovuta tornare a Milano. Ma ancora non ho risolto la mia ambivalenza. Non ho ancora capito se la Roma che amo è reale o esiste soltanto nella mia mente. La cosa che ho capito, però, è che c’è una Roma che è capace di generare in me amore, perché anche se delude le mie ingenue aspettative – Conca D’oro non era una valle dorata, né Talenti un’oasi per scrittori – mi obbliga ad affondare le mani nella sua complessità.

Come Talenti: un quartiere adorabile in cui vivere e passeggiare, forse un po’ imbranato, esteticamente appagante, tranquillo, ma anche cieco e snervante, a tratti ottuso. È uno dei talenti di Roma, una forma che si mantiene sparpagliata e inafferrabile, anche quando è racchiusa in un piccolo quartiere ex borghese, anche quando è a portata di mano. È questo senso d’impotenza, forse, a piacermi, questo struggimento. La sicurezza che, nell’altro, resterà sempre qualcosa di incomprensibile, un mistero impossibile da svelare, ma che mai mi stancherò di cercare di raggiungere, mai smetterò di sforzarmi di capire.

 

Foto dell’autrice.