LIFE Magazine, gennaio 1954 (Foto di Lisa Larsen).
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Sylvia Plath, stagista a New York

I 21 anni della scrittrice americana in un’estate mondana nella NYC delle giovani single.

 

Non so come funzioni per voi ma, per quanto mi riguarda, l’immagine di Sylvia Plath riesce solo faticostamente a entrare in contatto con quella di un suicidio violento, di una testa nel forno e, in generale, di forme depressive e desiderio di morte.

La mia Plath – d’altronde tutti, lo sappiamo, abbiamo una nostra inutile figurina privata degli autori che veneriamo – è piuttosto quella che tra sarcasmo dark e violenta gioia di vivere il quotidiano, afferma: “Davanti a un succo e a un caffè, persino un suicida embrionale si illumina visibilmente”.

La mia Sylvia è poi, specialmente, quella che nelle fotografie indossa un bikini bianco alla moda legato intorno al collo, con i capelli biondo cenere scuro ordinatamente impazziti e lo sguardo seduttivo della giovinezza assoluta: qualcosa che va ben oltre quelle labbra carnose coperte di rossetto Revlon Cherries in the snow e che trascende la curva delle ciocche corpose lungo le guance del suo viso perfettamente ovale, qualcosa che chiama in causa immediatamente la sua opera, una forma di intensità infantile che incontra un talento già adulto e consapevole con una spontaneità inedita.

Abituata com’ero a trovarmi di fronte ritratti dell’autrice sempre dedicati al suo lato oscuro, considerato dunque come il suo tratto più pornograficamente incisivo, ammetto di aver provato un certo felice spaesamento imbattendomi, poco dopo la sua uscita italiana, in La grande estate di Elizabeth Winder (Guanda, 2015), un’opera interamente dedicata alla più vitale tra tutte le versioni di Sylvia Plath oggi leggibili.

Nel 1953 Plath si trasferisce a New York per l’intero mese di giugno, selezionata, insieme ad altre 19 studentesse promettenti e particolarmente meritevoli, come praticante con borsa di studio nella redazione della rivista femminile Mademoiselle. Il volume della Winder racconta, con una cura davvero esaustiva, la vita quotidiana di Sylvia – e, parzialmente, delle altre ragazze – nella versione modaiola, mondana, eccentrica e cool della New York del 1953. Il libro, in cui l’autrice non esita a esplicitare, già in primissima battuta, l’intento primo di distruggere lo stereotipo letterario della Plath maudit, offrendone al contrario un ritratto giovanile, elettrico, febbrile e curioso della vita sulla soglia dell’età adulta, riesce anche a trasferirci alcune fotografie di una New York animata da cene di lusso, feste, editoria folleggiante.

 

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Mademoiselle, che chiuse definitivamente i battenti nel 2001, nel 1953 gode di grande ammirazione nel mondo del costume e della moda newyorkesi; destinata a lettrici giovani, raffinate, ambiziose e mondane, la rivista ha già ospitato, tra gli altri, inediti di Faulkner, Capote, e Flannery O’Connor. Definita da Plath come “una rivista di moda intellettuale”, Mademoiselle interpreta perfettamente il doppio animo delle studentesse statunitensi a metà anni ’50, autoproclamandosi ugualmente adatta al college, alla carriera, ai cocktail e parlando direttamente a quelle giovani donne che eccellono nello studio, vanno a ballare nel weekend e prendono parte alle rappresentazioni teatrali di Arthur Miller.

Il target editoriale, insomma, ci chiarisce già perfettamente a quale fetta di popolazione femminile di NYC parla Mademoiselle quando vi approda Plath grazie a un programma che, dal 1939, offre posti da redattrice praticante alle studentesse permettendo loro di lavorare al numero speciale dedicato a vita e moda nei College. Le fortunate, ogni anno, vivono per un mese tra il Barbizon Hotel e la redazione del magazine.

 

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Tutto, durante quei trenta giorni, è destinato a priori a profumare d’elite newyorkese. Il Barbizon, anzitutto, situato all’angolo tra Lexington Avenue e la 63esima Strada, con i suoi ventitré piani in mattoni rosa decorati da piccolissimi archetti, conta al suo interno 700 stanze, certo un po’ umide e piccole ma pur sempre trasudanti una forma di una sottile ambizione severa, abbandonata lì tra le mura rosa da una grande ospite di successo: Grace Kelly. Diventato, a causa delle molte ospitate delle giovani praticanti, una sorta di magico convento esclusivo, il Barbizon obbliga al tè, al coprifuoco e al chaperon: pena note di demerito per chiunque tra le ragazze osi trasgredire il regolamento.

Fuori dalle mura dell’hotel e oltre gli after in camicia da notte trascorsi dall’intero gruppo a parlare di verginità perduta e amori, c’è la nuova New York abbracciata dagli anni Cinquanta, quella del florilegio delle donne single, il cui improvviso massiccio afflusso in città finisce col rappresentare un fenomeno controverso per l’epoca. Winder, a tale proposito, cita il noto servizio fotografico di Lisa Larsen, pubblicato su LIFE nel 1954, in cui vennero ritratte sei ragazze che dividevano un bilocale al Greenwich Village nel loro quotidiano affresco contemporaneo tra pigiama party, sigarette Chesterfield, telefoni, scatole di cappelli alla moda e marmellata di lamponi, tazze di caffè e posacenere a forma di foglia abbandonati sui tavoli. Le ragazze dell’epoca, ci illustra con dovizia Winder, imparano a indossare mocassini lucidi senza calze, hanno a casa una chitarra appoggiata contro una finestra o un calorifero un po’ arrugginito, mangiano in piatti di vera porcellana e si tirano i capelli indietro con mollette in metallo marca Goody per lavare le posate arrotolandosi le maniche della camicia.

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LIFE Magazine, gennaio 1954 (Foto di Lisa Larsen).

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LIFE Magazine, gennaio 1954 (Foto di Lisa Larsen).

New York è una lunga fila alla cassa, tutta al femminile composta da un moisaico di  cappotti color cammello, carrelli pieni di zuppe Campbell’s, succhi di arancia, polli da arrostire e ananas da affettare tra coinquiline; una città non a misura di ragazza ma nella quale le ragazze si costruiscono collettivamente il proprio spazio, la propria intima misura accogliente facendo a turno per truccarsi in bagni piccolissimi e indossando le tute della Marina come pigiami.

Se da un lato il mondo della moda, grazie anche all’eccentricità di alcuni caporedattori illuminati come Caramel Snow (Harper’s Bazaar) si mischia avanguardisticamente a quello intellettuale e letterario creando una forma di nuova magica attrattiva in cui il rossetto del futuro e la letteratura più innovativa si accompagnano in una sinergia speciale, la rappresentazione stessa della bellezza si inurba sempre di più conferendo maggior dinamismo alla fotografia e in generale all’intera art direction relativa al mondo del fashion che, sempre più, insegue l’immagine della ragazza troppa nicotina e troppo caffè.

L’eccentricità della giovane Sylvia si sposa alla perfezione con questa nuova New York di metà anni Cinquanta: mentre si dedica alla scrittura dei propri testi che già inizia a vendere (nei diari ne menziona uno, proprio in una nota del 1953, venduto per 500 dollari), legge James Joyce, ama il rituale del tè e ha fretta di crescere; non rifugge la moda, ama abbronzarsi cospargendosi di olio per neonati e abbrustolire per ore come un toast con il suo costume (quello bianco) e gli shorts verde acqua che valorizzano le sue lunghe gambe. Batte a macchina i suoi articoli e insieme coltiva qualche boccolo con i bigodini.

Rossetti, ciprie e capelli ordinati conducono Plath e le altre ragazze nei meandri nascosti di una New York posh e lussuosa: dal giornale al ristorante del Drake Hotel tra Park Avenue e la 56esima, il passo è brevissimo.

Per New York si è preparata qualche tempo prima, acquistando un tubino nero di shantung di pura seta con bretelle sottili, dal taglio adattissimo ai suoi fianchi stretti e un secondo abito bianco e blu senza spalline. Nell’agosto in arrivo, vale a dire dopo poco più di un mese della fine del suo “stage” a Mademoiselle, tenterà il suicidio cui seguirà una lunga ripresa a base di elettroshock, insulina e psicoterapia ma, nel frattempo, prova ancora improvvise vertigini di felicità generate dall’acquisto di nuovi abiti e dalla pubblicazione di nuovi scritti, una sensazione che amava godere e coltivare in solitudine ad esempio comprando un abito con un motivo messicano stampato al centro, perfetto per il primo giorno in redazione.

Rossetti, ciprie e capelli ordinati conducono Plath e le altre ragazze nei meandri nascosti di una New York posh e lussuosa: dal giornale al ristorante del Drake Hotel tra Park Avenue e la 56esima, il passo è brevissimo. Qui Sylvia pranza in compagnia di Betsy Talbot Blackwell detta BTB, la direttrice di Mademoiselle, e viene introdotta alla cucina della città, tra anatra all’arancia, bistecche e cappone arrostito. Sylvia ama lo sherry, l’aria chic della sala con un soffitto Belle Époque pieno di stelle dipinte ma è frettolosa, impulsiva, giovane e, con uno zio proprietario di un servizio di catering che l’ha abituata a non pensarci mai troppo, non appena arriva a tavola il caviale ci si fionda con un cucchiaio e si mangia l’intero contenuto della ciotola.

Winder ci trasporta al centro del periodo più vitale della vita di Sylvia Plath, che non casualmente considera proprio “vitale”, a lungo, la propria parola preferita, quella che ama usare con maggior frequenza.

 

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In quelle estati tra il college e New York, Sylvia annota su una delle sue tante preziose agende Moleskine in cui scrive e a lungo scriverà i suoi ormai celebri Diari:

“19 agosto, l’una di notte. Ammettilo, pupa: hai avuto un bel po’ di occasioni. Forse non come Elizabeth Taylor o come un Hemingway alle prime armi, ma per dio, stai crescendo. In altre parole, ne hai fatta di strada da quell’essere introverso e sgradevole che eri solo cinque anni fa. Festeggiamo con pacche di approvazione sulle spalle? D’accordo: abbronzata, alta, quasi bionda, non male. E cervello, intuito, almeno in una certa direzione. Vai d’accordo con quasi tutti. Persino sotto lo stesso tetto, gomito a gomito. Non ti sei montata la testa e non soffri di una forma acuta di snobismo o di orgoglio. Sei disposta a lavorare. E duro, anche. Hai forza di volontà e stai diventando pratica della vita – e inoltre ti stanno pubblicando. Dunque hai conquistato il diritto di scrivere tutto quello che vuoi”.

In questo scenario fatto di alti e bassi e giovane autocoscienza esistenziale, il mese newyorkese – con il lavoro a Mademoieselle e le gite nella boutique di Pauline Trigère sulla Settima Avenue – giocano un ruolo fondamentale e da riscoprire a tutti i costi nella biografia di Plath, conferendo una dolce leggerezza e insieme una straordinaria concretezza a una figura ingiustamente relegata alla solennità di superficiali maledettismi.