Foto: Rocco Bellantone.
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Sweet Trinidad

Nella piccola e splendida città cubana, in attesa che arrivino gli americani.

 

Mercedes Cano mi accoglie nella sua casa colonial di Trinidad in un caldo pomeriggio di fine dicembre. Abita al civico 57 di via Fernando H. Echerri a pochi passi da Plaza Mayor. A consigliarmi di alloggiare da lei è stato un italiano a cui sono arrivato per via traverse, che qualche anno fa ha deciso di trasferirsi in pianta stabile in un sobborgo de L’Avana preferendo una pensione dignitosa nei Caraibi piuttosto che un’anonima sopravvivenza nella periferia romana.

Mercedes è un’anziana signora le cui graziose rotondità e i cui gioielli in bella mostra mi ricordano una donna dei quadri di Botero. Mi fa strada verso il cortile interno della sua casa, un angolo di pace e silenzio coperto dall’ombra di palme altissime. Al centro ci sono un tavolo rettangolare e delle sedie a dondolo in metallo, da una parte un bancone per il servizio bar con sulla parete un’insegna luminosa con la scritta Feliz Navidad e, in fondo al lato opposto, una scalinata che conduce a un terrazzo da dove – avrei scoperto nei giorni successivi – si può ammirare un bellissimo scorcio della città.

 

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Sorseggiando un bicchiere di succo di fruta bomba (una varietà di papaya tipica di Cuba) sgranchisco il mio spagnolo scolastico chiacchierando con le persone che mi ospitano. Visti nell’insieme, sono un ritratto fedele del melting pot etnico che riflette le radici di questa città, il suo passato di colonia spagnola e i suoi legami visibili in ogni dove con l’Africa: Mercedes è bianca, sua figlia Miranda è mulatta, mentre suo genero, Pedro, è nero.

Racconto del mio viaggio in macchina che da L’Avana mi ha condotto fin qui, nell’estremo sud della provincia di Sancti Spíritus. Centosettantadue chilometri di Autopista Nacional fino ad Aguada de Pasajeros, poi altri 138 chilometri prendendo la carretera secundaria Circuito Sur in direzione di Cienfuegos, fino all’arrivo a Trinidad. In mezzo una sola sosta all’altezza di Cabezas, dove ho atteso una buona mezz’ora per fare il pieno di gasolina lasciandomi sopraffare dal caos calmo che anima ogni momento della vita su quest’isola.

 

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Prima di arrivarci non conoscevo granché di Trinidad e dei suoi circa 70mila abitanti. Avevo letto del suo gemellaggio stretto nel 1994 con San Benedetto del Tronto, del conquistador Diego Velázquez de Cuéllar che la fondò nel 1514 dandole il nome di Villa De la Santísima Trinidad e delle prime invasioni di turisti iniziate a partire dal 1965, quando la città è stata dichiarata monumento nazionale dal dittatore Fulgencio Batista e successivamente, dal 1988, quando ha ottenuto dall’Unesco il titolo di Patrimonio dell’Umanità. Avevo letto anche degli jineteros, giovani del posto che, così come mi era accaduto pochi giorni prima a Pinar del Rio, hanno tentato di farmi cambiare direzione per vendermi dei sigari e scucirmi qualche soldo.

Per parcheggiare l’auto che ho noleggiato a L’Avana (un’anonima berlina prodotta in Cina), Mercedes mi consiglia un suo amico di fiducia che vive al Barrio Los Tre Cruces. A indicarmi la strada è un anziano signore. Indossa in modo impeccabile un cappello di paglia, una giacca rosa e dei pantaloni blu. Fuma un grande sigaro seduto con le gambe accavallate all’ingresso della sua abitazione, incurante del sole che picchia con più di 35 gradi all’ombra. Mi spiega che devo tornare verso via Pino Guinart, una delle strade principali lastricate di ciottoli che ho attraversato entrando in città, e infilarmi poi in via R. Martinez Villena. Arrivato in pochi minuti sul posto, supero un cancello e accosto in uno spiazzo interno.

 

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Mi si presenta di fronte un uomo robusto, a petto nudo e con indosso un grembiule sporco di sangue. Alle sue spalle penzolano enormi pezzi di carne rossa infilzati a dei ganci attaccati al soffitto di una baracca di legno, mentre polli e maiali pascolano in libertà nel cortile. Ci accordiamo per tre CUC (il peso cubano convertibile, l’equivalente di un dollaro americano) al giorno. Libero del peso della mia auto, decido di esplorare il quartiere. Fin dai primi passi l’impatto di ciò che osservo è dirompente. Le strade sono malmesse e percorse ai bordi da fiumane di acqua sporca, il cielo è coperto da una rete caotica di fili per il passaggio dell’elettricità, le case sono basse –  massimo a uno o due piani – con le facciate dipinte di giallo, blu, rosa e verde e le porte e finestre spalancate per far entrare un po’ d’aria.

Dentro va in onda la vita di un’altra Trinidad: anziani che si lasciano dondolare sulle poltrone, madri di famiglia che armeggiano in cucine minuscole, giovani impallinati dai videoclip di cantanti pop sudamericani, bambini arrampicati alle ringhiere. Poco distante le tre grandi croci in legno da cui il barrio prende il suo nome, è in corso una partita di pallone. I pantaloncini del Barcellona di Messi, Neymar e Suarez sono arrivati fin qui, dove quasi tutti giocano scalzi mentre in lontananza un uomo addenta una pizza appena sfornata in un piccolo panificio, concedendo un po’ di ristoro al proprio cavallo. Una bambina mi si avvicina chiedendomi qualcosa per la sua famiglia, e dopo di lei tanti altri mi chiederanno qualcosa per le strade di Trinidad: soldi, penne, profumi, vestiti, shampo, saponette. Attraverso lo slargo e rientro verso il centro tenendo come punto di riferimento l’altissima torre del Museo Nacional de la Lucha Contra Bandidos.

 

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Dopo le dieci di sera il ritmo che arriva dalla vicina Casa de la Musica si fa sempre più incalzante. Lungo le scalinate a fianco dell’Iglesia Parroquial de la Santisima Trinidad, centinaia di turisti bevono rum e piña colada. Miranda e suo marito hanno voluto farmi compagnia per la serata. Prendiamo due Cristal e una Bucanero, le più diffuse birre nazionali, scrutando i cubani che iniziano a scaldare i muscoli in attesa di far fare qualche passo di salsa alle turiste occidentali. A turno sul palco, posizionato al centro del locale all’aperto, si alternano gruppi di musicisti virtuosi. Chi passa da qui, anche solo per pochi attimi, non può non lasciarsi contagiare da questo magma di corpi, colori, calore.

Con Miranda e Pedro parlo un po’ di tutto, anche di Obama e dei Castro e dell’arrivo degli americani a Trinidad. Mi interessa capire se hanno più paura o speranze nel nuovo mondo che presto potrebbero conoscere, un mondo diverso da quello che per più di mezzo secolo è stato raccontato ai cubani dai bollettini ufficiali o dai notiziari trasmessi in televisione. “Non so cosa aspettarmi da quello che sta accadendo a L’Avana”, dice Miranda. “Penso che per noi non cambierà molto. Mi piacerebbe viaggiare”.

 

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Il giorno dopo opto per un’escursione nella Valle de Los Ingenios. Lungo il tragitto in autobus, Manuel, una giovane guida turistica che mi accompagna nel viaggio insieme a un gruppo di francesi e tedeschi, ci parla dei pirati e dei contrabbandieri che hanno razziato la città nel XVII secolo, dei francesi che all’inizio del XIX secolo arrivarono qui fuggendo da Haiti dove era scoppiata una rivolta degli schiavi, del declino del trentennio 1868-1898 tra le due guerre d’indipendenza contro i colonizzatori spagnoli e delle gesta del rivoluzionario Josè Martì. La storia di Trinidad, ci spiega Manuel, è però legata in maniera indissolubile agli anni d’oro di inizio Ottocento, quando lo zucchero ricavato in questa valle rappresentava circa un terzo di quello prodotto in tutto il Paese. Dal belvedere Mirador de la Loma del Puerto, situato a 192 metri di altezza, si possono immaginare le immense tenute dei ricchi coloni e le distese di schiavi che lavoravano nelle piantagioni. Oggi non restano che ruderi delle fabbriche e dei macchinari, binari arrugginiti da cui continua a transitare qualche treno a vapore, baracche che fungevano da dormitori, chiese in parte demolite e torri da cui si controllavano le schiene curve sui campi dei contadini. La più imponente si erge al centro dell’hacienda Manaca Iznaga del ricco proprietario terriero Pedro Iznaga.

Di fronte a un piatto di maiale appena arrostito, ognuno racconta dei viaggi che ha fatto o che vorrebbe fare. Manuel ci osserva in silenzio. Gli chiedo che studi ha fatto e se pensa un giorno di poter lasciare l’isola. “Mi sono laureato all’Università di Sancti Spíritus – mi risponde –, ci sono tante buone università nella nostra provincia. Ho studiato e ho iniziato a lavorare subito. Il governo ci ha dato sempre quello di cui abbiamo avuto bisogno. Non so se avrò mai i soldi per prendere un aereo. Ma perché me ne dovrei andare?”.

 

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Il terzo giorno lo dedico alla visita del centro storico. L’affascinante decadenza di Valle de Los Ingenios stride con la bellezza ovattata di Plaza Mayor, considerata la seconda piazza più importante di Cuba dopo Plaza de la Catedral a L’Avana. Le guide turistiche hanno ragione: qui sembra che i primi colonizzatori spagnoli arrivati nel Cinquecento non se ne siano mai andati. Sul lato nord-occidentale c’è l’Iglesia Parroquial de la Santisima Trinidad, ai lati una schiera di palazzi perfettamente conservati con i tetti coperti da tegole di argilla rossa, al centro un giardino costeggiato da cancellate bianche.

Girovago per le strade che circondano la piazza passando per le mete più rinomate: il Museo Historico Municipal, il Museo Romantico, il Mercato dell’artigianato, la Casa del Habano dove faccio scorta di sigari. Ma è una movimentata stradina gremita di bancarelle che taglia la centralissima via Simon Bolivar ad attirare la mia attenzione. Fernando è il proprietario di un emporio invaso da ceramiche e strumenti musicali. È meno loquace rispetto ai tassisti con cui avevo chiacchierato nei giorni scorsi a L’Avana nelle traversate lungo il Malecon, a bordo di bellissime Chevrolet degli anni Cinquanta, ma ha le idee più chiare.

 

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“Cuba era il bordello degli americani”, dice. “La rivoluzione ha dato una dignità al nostro popolo. Ogni famiglia ha una casa, i nostri figli possono andare a scuola e all’università, possiamo curarci gratuitamente, abbiamo i migliori medici del mondo”. Gli chiedo cosa pensa della riapertura delle relazioni diplomatiche ed economiche tra Stati Uniti e Cuba. “È tutta una questione economica”, mi risponde. “Servono nuovi partner e il ritiro dell’embargo americano è una buona cosa. Gli Stati Uniti, dopo essere stati tagliati fuori dalla Cina nella costruzione del nuovo Canale di Nicaragua, hanno bisogno di un nuovo sbocco sui traffici che passano per il Centro America. E Cuba fa al caso loro. Speriamo di ricavarci qualcosa anche noi”.

A Play Ancon trascorro il mio quarto e l’ultimo giorno a Trinidad. Dista meno di mezz’ora in autobus dal centro. La sabbia è bianca, si sta all’ombra per pochi CUC e si possono mangiare delle ottime pizze. A stridere con l’atmosfera, sono però le enormi strutture alberghiere costruite dai russi negli anni Settanta, e delle piccole e impercettibili meduse che impediscono di stare in acqua per più di pochi minuti. Nel tardo pomeriggio, prima del calar del sole, rientro a casa per la mia ultima notte in città prima di ripartire in macchina verso Santa Clara, la città mausoleo di Ernesto Che Guevara. Vedo il vecchio signore che al mio arrivo mi aveva indicato la strada per entrare in Barrio Los Tre Cruces. Ha il suo solito sigaro in bocca e sorride mettendosi in posa tra due turiste che hanno chiesto di potersi far scattare una foto ricordo con lui in cambio di qualche spicciolo. L’ultima cartolina di Trinidad è l’immagine del suo volto stanco ma sorridente, solcato da una sorta di mal d’Africa che solo chi è di queste parti potrebbe spiegare cos’è realmente. Tra qualche mese arriveranno gli americani: ma lui non sembra curarsene affatto.

 

Foto dell’autore.