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La Napoli dell’Adriatico

I bassi, la gente che vive fuori dall’uscio di casa, i panni stesi ad asciugare, le sigarette di contrabbando: benvenuti a Spalato.

 

Torna in libreria, per la casa editrice il Saggiatore, Il leone di Lissa – Viaggio in Dalmazia di Alessandro Marzo Magno. Ne pubblichiamo un estratto dal capitolo su Spalato, ringraziando autore ed editore.

Ti dicono che Spalato assomiglia a Napoli e ti viene la curiosità di vedere se è vero. Il che è una bella impresa se a Napoli ci sei stato una volta sola in vita tua, vent’anni fa, per un giorno e hai visitato la reggia di Capodimonte e bevuto un caffè che te lo ricordi ancora (una lacuna da colmare, of course). E magari anche a Spalato ci sei stato una volta sola, otto anni prima, per un giorno, e ti ricordi una città splendida. Ma Napoli poi…

Eppure le fonti sono autorevoli. Intanto c’è donna Rebecca West, il sommo vate dei Balcani, quella che ha scritto il libro che molti vorrebbero scrivere e tutti dovrebbero leggere (qualcuno è vivamente consigliato di farlo: agli ufficiali di Sua Maestà britannica che vanno in servizio in Bosnia e in Kosovo viene consegnato il malloppo di 1.181 pagine con l’invito a non lasciarlo intonso sul comodino).

Black Lamb and Grey Falcon è il resoconto di un viaggio nella Jugoslavia degli anni 30: tutta la Jugoslavia, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Donna Rebecca aveva le sue manie: odiava i defunti imperi austro-ungarico e turco (“gli imperi puzzano di cadavere” scriveva e ovviamente non includeva il suo di impero, quello britannico), considerava la presenza di Venezia una specie di incidente della Storia e aveva un amore sperticato per tutto ciò che era slavo, al punto che per lei il Kosovo era “Vecchia Serbia”. E basta. Gli albanesi? Vabbe’, ma non sono slavi del Sud, quindi non rientrano nel grande affresco.

spalato

Detto ciò, il suo libro è il più sensazionale racconto di viaggio nei Balcani che sia mai stato scritto (sì, anche meglio del Fortis che ti trapana l’anima con le sue fisime da illuminista: i fossili, i minerali, le pietruzze; la West, invece, scrive di uomini e donne, di sentimenti, di sensazioni, di odori, di parole). Ebbene, donna Rebecca comincia il capitolo dedicato a Spalato in questo modo: “Spalato, sola fra tutte le città in Dalmazia, ha un’aria napoletana. Salvo che in pochi cortili di case private, non mostra lo spirito di Venezia. Richiama Napoli anche perché è una tragica e architettonicamente magnifica macchina per passare i pomodori, dove una tormentata popolazione di razze miste è stata obbligata dalla Storia a correre per secoli per i muri, le cantine, le fogne dei palazzi diroccati”.

Ma non è sola. Prima di partire telefoni a Inoslav Bešker, giornalista spalatino che vive a Roma, corrispondente del quotidiano Jutarnji List, e ti dice: “Ma, sai, Spalato sembra Napoli” e tu osservi: “Interessante, anche la West lo scrive” e lui ti risponde: “Non lo sapevo”. Poi a Zara incontri lo storico Gastone Coen, di origine spalatina che, pure lui, ti dice: “Spalato assomiglia a Napoli” e pure lui non ha letto la West. Ti spiega dei bassi (lui a Napoli c’è stato, la conosce), della gente che vive fuori dall’uscio di casa, nei vicoli, che lavora in questi antri che fungono da casa e da laboratorio. E allora ci dev’essere qualcosa. Non saranno mica tutti dei visionari, no? Passi per la West che ha scritto un sacco di anni fa, gli altri due sono vivi e vegeti, e perché mai, a distanza e senza conoscersi, dovrebbero inventarsi una panzana del genere? E torni a Spalato e la trovi sempre splendida. Ma Napoli, poi…

Fra le città della Dalmazia, solo Spalato ha un’aria napoletana. Forse perché la gente vive fuori dall’uscio di casa, nei vicoli, ed è stata obbligata a correre per secoli tra i muri, le cantine e le fogne dei palazzi diroccati.

E poi, poi imbocchi la Kralja Zvonimira che dalla piazza del mercato (Stari Pazar) porta ai casermoni jugo‐socialisti dove vive buona parte degli spalatini e noti, sulla sinistra, una specie di portone con dentro la piazza di un bar e qualcuno ai tavolini che sorseggia una birra e poi vedi che c’è un passaggio, la strada continua. È la Zvizdina ulica, una stradina stretta e cieca dove si affacciano un paio di laboratori di sartoria: si cuciono jeans. Chissà, forse gli stessi jeans taroccati che tentano di sbolognare ai turisti dentro le mura del Palazzo di Diocleziano.

In fondo, in una specie di cortile, una gatta allatta quattro gattini che subito fuggono per rifugiarsi sotto il carico di un carretto che ha tutta l’aria di essere lì da parecchi anni. Di nuovo sulla Zvonimira, dieci metri più avanti c’è la Tararina ulica, altra stradina cieca dove, spingendoti verso la fine, si vedono finestre aperte su interni di famiglia: un soggiorno con la TV, una camera con un letto a castello con il secondo ripiano a livello della strada, ovvero il letto sta in basso. Eccolo il basso, ecco la Napoli dei vicoli. La strada si chiude in due cortili, in uno ci sono dei panni stesi ad asciugare, nell’altro una scala esterna che porta ai primi piani di altre abitazioni.

Ecco la Napoli della West, di Bešker e di Coen, eccola la Spalato dove nessun turista mette piede (…). Ancora qualche passo e si è di nuovo sulla piazza del mercato. Alcune donne propongono sigarette, senza urlare, ma a voce sufficientemente alta per farsi sentire dai passanti. Sigarette di contrabbando, evidentemente. Di nuovo Napoli, evidentemente.

SPHINX_IN_DIOCLETIAN'S_PALACE,_SPLIT,_CROATIA

Una delle sfingi nel Palazzo di Diocleziano.

C’è però uno che se ne intende che non è d’accordo. Marcello Apicella, il console d’Italia a Spalato, se ne intende perché è di Napoli. Lui la butta sul carattere, sulla componente umana e si dice più d’accordo con Enzo Bettiza, nativo di Spalato, che nel suo Esilio definisce da “homo austriacus” il carattere dei suoi ex concittadini. “Sono rigidi, duri, molto lontani dai napoletani” afferma Apicella. Rigore nordico, quindi, più che solarità mediterranea.

Spalato è bellissima, si diceva. Ma vale il viaggio solo per questo: sedersi verso sera a un tavolino del bar Luxor, all’interno del Palazzo di Diocleziano (prende il nome da una sfinge del II millennio a.C. accoccolata lì, in un angolo, che l’imperatore si era fatto arrivare dalle province d’Egitto). È sistemato nell’ex peristilio del palazzo, all’aperto, perché il soffitto non c’è più. Qui, proprio qui, Diocleziano riceveva i suoi sudditi. Qui, proprio qui, si può bere una birra (o quel che volete) alzando gli occhi e ammirando le pietre millenarie e ascoltando i versi delle rondini che di quel palazzo sono oggi tra i pochi legittimi abitatori. Peccato per l’orrenda disco‐croatian‐music: senza queste nenie sull’orlo di una crisi di nervi (che qui vengono diffuse ovunque) l’atmosfera sarebbe perfetta.

Foto: fonte WikiCommons.