Immagine: festaditeatroecologico.com
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Sotto il Vulcano

Mappa immaginaria di Stromboli, isola del teatro.

 

Stromboli e il vulcano. Stromboli e Ginostra. Stromboli e la sciara di fuoco. La più famosa delle isole Eolie è un luogo così carico di immaginario che è difficile non restarne invischiati. A partire dalla sua rappresentazione cinematografica: ovunque sull’isola è un riecheggiare del nome di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, a cui è intitolato il bar centrale del paese. Il sodalizio, umano e sentimentale, dei due artisti iniziò proprio qui con una pellicola che sarebbe diventata un classico del neorealismo. Tutto cominciò con la famosissima lettera del 1948 in cui la Bergman scriveva al futuro marito: “Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo ‘ti amo’, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”. Due anni più tardi usciva Stromboli terra di Dio.

Come spesso accade, sono i luoghi reali a farsi carico, nel tempo, della memoria mitizzata dell’immaginario collettivo, e a Stromboli è esattamente accaduto questo. Ma poi c’è la natura aspra del vulcano, che si impone su tutto, e che attira su quest’isola un’umanità variegata in cerca di relax o di escursioni fin sulle bocche del cratere. Dai miliardari che si rifugiano nelle loro ville in fondo al paese; ai turisti mordi e fuggi, che intasano la piccola via di scorrimento del paese per poche ore, quelle che gli lasciano le minicrociere giornaliere che li scaricano sull’isola per riportarseli via a fine giornata; fino a chi fa qui la stagione, che vive e lavora in una specie di paradiso e si sente ripete fino allo sfinimento: “E qui d’inverno come ci si sta?”; tutto contribuisce a una stratificazione umana davvero particolare di un’isola che è allo stesso tempo un paradiso e una sorta di feticcio.

Ma esiste la possibilità di conoscere Stromboli in modo diverso, seguendo rotte, percorsi e immaginari che non siano gli stessi di sempre? Ovviamente sì. Uno molto affascinante ho avuto modo di sperimentarlo quest’anno, è il Festival del Teatro Eco-Logico, una piccola manifestazione giunta alla sua terza edizione, per ora senza alcun sostegno da parte delle istituzioni pubbliche. Alessandro Fabrizi (che lo ha ideato) e Hossein Taheri (che lo co-dirige) hanno riscritto la mappa dell’isola seguendo percorsi di musica, danza, teatro e poesia. Non si tratta, però, soltanto di una mappa dell’immaginario, perché, più concretamente, seguendo gli appuntamenti del festival è possibile visitare posti e panorami non sempre accessibili: non solo luoghi naturali come spiagge e grotte, o luoghi pubblici come i sagrati delle chiese, ma anche case private e terrazze che aprono le loro porte al festival e alla gente che lo segue.

L’altro aspetto importante di questa mappa è che non impone lo spettacolo sul luogo, perché tutti i lavori ospitati seguono un unico principio, quello di “staccare la spina”: ovvero niente elettricità a supportare le performance, solo acustica naturale e illuminazione con fiaccole, candele o luci a gas. Insomma, un festival totalmente unplugged.

 

 

Un teatro vista mare
La prima tappa è proprio in un’abitazione privata, Casa Carlotta, a cui si accede scendendo dalla piazza della chiesa di San Vincenzo, patrono dell’isola, che è un po’ il centro di questo paese oblungo che si snoda seguendo il percorso di due strade parallele, una in cima e una lungo la costa. Si tratta di una villa bianca, con un giardino e uno splendido patio, secondo lo stile eoliano. L’apertura del festival è più che altro un incontro tra artisti, amici e pubblico in una sera d’estate, come direbbe Shakespeare – a cui sostanzialmente è dedicato il festival nell’anno in cui si celebrano i 400 anni dalla sua morte. Atmosfera informale, letture, discorsi e performance sonore sono gli ingredienti che già danno un assaggio di una manifestazione che fa sfumare le barriere tra scena e platea, in favore di una dimensione intima e raccolta che crea una predisposizione all’ascolto bella e inusuale.

Nel corso di oltre una settimana, a cavallo tra giugno e luglio, i luoghi toccati sono tanti, dalla spiaggia accanto al porto – teatro di un cabaret shakespeariano ad opera dei Crazy Neighbours, duo di attori bostoniani, che fa quasi rivivere le atmosfere dei falò sulla spiaggia – fino alla libreria dell’isola, che nel suo giardino raccolto ha ospitato una lezione spettacolo su Troilo e Cressida. Si passa poi per altre residenze private, che a Stromboli hanno sempre dei nomi che evocano una natura imperante e gloriosa: è il caso, ad esempio, della Casa della Luna d’oro, dove è stata presentata la nuova mappa geologica dell’isola, sempre all’interno del festival. E poi ci sono le abitazioni più blasonate, come Villa Fiorucci a Piscità, la località che si trova all’estremo del paese, verso la sciara del fuoco. La villa ospita abitualmente il Fiorucci Art Trust, un programma di residenze artistiche internazionali, e durante il festival ha prestato la sua terrazza per la performance di danza di due giovani danzatori, Olimpia Fortuni e Pieradolfo Ciulli, allievi di un coreografo straordinario come Giorgio Rossi.

Shakespeare on the rocks
Ma i momenti più affascinanti di questa esplorazione dell’isola a cavallo tra immaginario artistico e realtà naturale sono stati tre. Il primo è l’allestimento de La Tempesta di Shakespeare per la regia dello stesso Fabrizio. Teatro – è il caso di dirlo – dell’azione è la Grotta di Eolo, una cavità naturale tra le rocce che si apre su una baia minuscola. Quando scendiamo lungo lo stretto sentiero che ci arriva, la troviamo sconquassata dal mare agitato, così che seguiamo il racconto di Prospero in cui svela a sua figlia Miranda di essere il vero Duca di Milano con un sottofondo ruggente di onde. Le stesse onde che, nella terza parte, arriveranno a lambire i piedi al pubblico, fino all’inevitabile invasione dell’acqua che farà alzare tutti in piedi quasi fosse un coup de théâtre rovesciato, messo in atto dal pubblico anziché dagli attori. È normale, anzi naturale, che una natura così presente reclami il suo spazio.

Il fascino di un’operazione del genere lo si può intuire. L’isola di Prospero è un’isola mitica, sicuramente immaginaria, anche perché Shakespeare giocava disinvoltamente con la geografia, più interessato al richiamo esotico dei nomi che alla vera collocazione dei luoghi da essi evocati. Tuttavia, com’è immaginabile, in tanti hanno cercato di far coincidere quest’isola utopica in qualche luogo reale. Poiché la nave di Alonso fa naufragio durante il viaggio di ritorno da Tunisi verso Napoli, deve trattarsi di un’isola del Mediterraneo. C’è chi dice Pantelleria, così vicina alle coste africane, e chi pensa possa trattarsi dell’isola di Vulcano. Perché non Stromboli, allora, con la sua magia naturale?

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La tempesta on the Rocks, foto di Linda Kemp (dalla pagina Facebook del Festival del Teatro Eco Logico).

Sia come sia, il fascino di una rappresentazione tra le rocce del vulcano eoliano – Shakespeare on the Rocks, recitava il titolo di questa edizione del festival – è davvero un’esperienza fuori misura, perfino totalizzante. Perché è possibile usare prospettive inusuali, come durante la seconda parte che si svolge in una spiaggia attigua alla Grotta di Eolo (si tratta di uno spettacolo itinerante). Vediamo la figura di Prospero che si staglia in alto, sulle rocce, piccina eppure presente, di spalle ma sufficientemente girata da lasciarci intravedere un sorriso sornione, mentre sotto di lui si danno convegno i più classici sentimenti umani: l’amore tra sua figlia e Ferdinando, l’avidità e l’invidia dei nobili che vorrebbero usurpare il trono dei loro signori, la smargiasseria di Stefano e Trinculo.

Ma non è solo la natura a dare fascino alla commedia. C’è anche la scelta, precisa e azzeccata, di Alessandro Fabrizi di rendere lo spettacolo un momento di teatro popolare, dove la trama si snoda comprensibile e gli attori la porgono al pubblico con elegante semplicità – tanto è vero che un gruppo di bambini eccitati e divertiti la seguono con entusiasmo per tutte e tre le ore della pièce. Che si conclude con una sorta di festa tra gli attori e il pubblico, galvanizzato dall’apparizione di un’esilarante Giunone interpretata da Giorgio Rossi e spinto sempre di più dentro la scena dall’imprevisto incalzare del mare.

Dai cimiteri alle chiese, gli spiriti dell’isola
Un altro luogo incredibilmente suggestivo è il vecchio cimitero dell’isola, oramai abbandonato. Per raggiungerlo occorre fare una passeggiata non breve, addentrandosi nella vegetazione lungo uno dei sentieri che si arrampica sul Vulcano. Il vecchio cimitero è in una piccola radura, nascosto o quasi benevolmente protetto dalle piante. C’è una bella vista da lassù, e viene da credere che chi lo ha scelto come luogo di sepoltura abbia pensato che forse l’argento del mare illuminato dal sole potesse rendere più lieve il sonno eterno dei propri cari. Sono poche le tombe superstiti, non arrivano alla ventina, e alcune di queste non sono altro che un cumulo di macerie. Resiste però qualche lapide di marmo, come quella di Giuseppino Conti fu Vincenzo, bimbo di appena sei mesi, nato nell’estate del 1900 e morto nell’inverno del 1901, a cui la madre “dolentissima” affida la sua pena.

Ci sediamo attorno alle tombe, qualcuno anche sopra il basamento di alcune sepolture, per ascoltare Laura Mazzi che legge Venere e Adone. È la prima opera pubblicata da Shakespeare e riconosciuta come propria, un poema di oltre mille versi che qualcuno ha giudicato essenzialmente comico – ed è in effetti una vena importante di questo testo, dove la foia di Venere per lo scostante Adone suscita in continuazione il riso – ma che ha pure una lettura più simbolica e legata alle radici del mito. Cosa c’entra questa storia ammiccante con un luogo come il vecchio cimitero?

C’entra, perché il mito di Adone è connesso al culto dei morti. James Frazen ricorda come nei paesi greci e nell’Asia occidentale le feste di Adone erano caratterizzate dal pianto delle donne, che si lamentavano della morte del dio. Statuette di Adone cadavere venivano gettate, a mo’ di sepoltura, in mare o nelle sorgenti. Ma non si trattava di una disperazione senza speranza, perché come la natura che ciclicamente si spegne e si riaccende, il fanciullo dalla bellezza era destinato a prima o poi a ritornare.

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Dal sito del Festival.

Laura Mazzi, coi capelli raccolti e dei rametti a fare da fermaglio, legge dell’innamoramento di Venere per Adone e della sua morte in una battuta di caccia per colpa di un cinghiale con un’interpretazione allo stesso tempo vibrante e ricca di comicità. Gira per sei stazioni di lettura, poste attorno al pubblico che ad ogni nuovo capitolo è così costretto a cambiare la visuale. E come il poema di Shakespeare si svolge dall’alba al tramonto, questa lettura è proprio al tramonto che si conclude, lasciandoci in un’atmosfera magica non si sa più se evocata dalla lettura o dalla calura che finalmente cede il passo al fresco della sera.

Di notte, invece, si svolge L’ammore nun’è ammore, la lettura dei sonetti di Shakespeare tradotti in napoletano da Dario Jacobelli, ad opera di Lino Musella. Musella è un attore di straordinaria bravura e si è preso in carico il compito di portare avanti la memoria di questa affascinante traduzione di Jacobelli, paroliere napoletano scomparso nel 2013. Lo accompagna Marco Vidino con cordofoni e percussioni, e già questo dovrebbe essere sufficiente a descrivere l’atmosfera emozionante di questa serata. Ma non basta. Perché il luogo fa il resto e non indipendentemente dall’attore: Musella, è il caso di dirlo, sa “far suonare” l’ambiente in cui recita.

Siamo sul sagrato della chiesa di San Bartolo, a Piscità. San Bartolo è il patrono delle Eolie e questa chiesa è la seconda del paese, aperta solo d’estate perché d’inverno coi pochi abitanti che restano è più che sufficiente la centrale San Vincenzo. La gente è seduta su un tappeto di stuoie, mentre Musella e Vidino usano gli scalini dell’ingresso della chiesa come un palco naturale. Le porte, collocate al centro delle ante del grande portone, sono aperte e lasciano intravedere la chiesa vuota, con la navata centrale illuminata da due file di fiaccole. Candele e fiaccole anche all’esterno, a disegnare alcune zone che ospiteranno la performance di Musella, che si rivela essere un vero e proprio recital, dove i sonetti si incastrano perfettamente l’uno con l’altro, dando l’idea di un unico spettacolo.

Musella, dicevo, sa far risonare i luoghi. A voce nuda recita i versi con intensità e chiarezza, tanto che perfino chi non capisce alla perfezione il napoletano ha la percezione di comprendere ogni aspetto di questa lettura, magari su un piano emotivo e non strettamente logico. E poi si rivolge alla chiesa vuota, dando le spalle al pubblico, e usa la navata della chiesa come una cassa di risonanza, dove la voce turbina per fuoriuscire densa dell’eco magico del luogo.

Quando tutto è finito, tornando verso la mia stanza d’albergo, mi immergo come le altre sere nel buio quasi assoluto – perché l’assenza di illuminazione, assieme all’assenza di macchine, è un’altra delle caratteristiche di quest’isola. Camminare nel buio denso inquieta e affascina contemporaneamente, ha davvero il gusto di un tempo che non possediamo più. Stavolta, però, mi fermo un po’ di più lungo la strada e alzo gli occhi in alto. La Via Lattea si vede ad occhio nudo e il cielo è di quelli che non si dimentica. È l’ultimo spettacolo, prima di prendere la nave e tornare verso casa.