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La Silicon Valley non ci vuole bene

Cosa ci dice il recente abbraccio tra Donald Trump e l'Eldorado californiano della cultura hi tech?

 

È successo proprio alla fine di questo famigerato 2016. Dopo vent’anni di chiacchiere e TED Talk, è stato chiaro a tutti: la missione della Silicon Valley è di accumulare potere e denaro, non di “rendere il mondo un luogo migliore”.

Proprio così.

Ai più cinici e realisti di voi potrà essere stato chiaro da tempo, ma per molti altri è stato piuttosto facile farsi abbindolare da quella che chiameremo la “fiaba del garage”: start up che nascono povere nei garage di San Bernardino e poi arrivano a cambiare il mondo – o quanto meno ad avere la sede coi muri colorati. Che è la stessa cosa.

Con la vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi, il sofisticato teatrino della disruption è crollato, rivelando un cast di miliardari in mutande assetati di potere. A quando risale il momento della rivelazione? Giusto a ieri, mercoledì 14 dicembre 2016, quando il  presidente eletto Trump ha incontrato i grandi della Silicon Valley – Google, Facebook, Amazon… – in un rendez-vous che ha subito scalzato il Bilderberg dalla classifica delle riunioni caotiche-malvagie. Abbiamo una clip dell’evento? Sì, eccola.

 

 

Nello stesso giorno del Silicon Bilderberg, Elon Musk – personaggio decantato più volte fin troppe volte – ha ceduto alle lusinghe del suo ex socio Peter Thiel (il Voldemort di questa storia), entrando a far parte del “team di transizione” del presidente Trump; assieme al capo di Tesla e SpaceX, anche Indra Nooyi, CEO di PepsiCO, e quello di Uber, Travis Kalanick. Appena qualche giorno prima dell’incontro, poi, un altro idolo della Valley, Bill Gates, si era inchinato al nuovo inquilino della Casa Bianca, paragonando Trump a John Fitzgerald Kennedy. Questa grande stretta di mano collettiva ha squarciato il velo di Maya del nostro tempo, l’illusione che un’industria diventata miliardaria grazie ai nostri dati possa avere il bene comune come mission. C’è voluto tempo ma ce l’abbiamo fatta. I nostri posteri rideranno della nostra innocenza, mentre tenteranno di tornare all’aratro.

Per la grande maggioranza degli osservatori, l’amministrazione Trump rappresenta un pericolo imminente e inedito, anche per lo sviluppo scientifico e tecnologico. Trump non crede nel riscaldamento globale ed è stato nel corso del tempo molto critico nei confronti proprio della Silicon Valley, popolata da miliardari veri. E giovani. E non ereditieri. Trump potrebbe bloccare tutto, rappresentando uno di quegli eventi storici che, come ricorda spesso Musk stesso, a un certo punto rallentano il progresso umano. È già successo nel corso dei secoli, potrebbe ricapitare. Di sicuro l’imprenditore non è felice del risultato delle elezioni, ma resistere è inutile. Bisogna collaborare, sembra di capire dall’ultima scelta del fondatore di Tesla. Anche per questo motivo, alcuni lavoratori della Valley si sono alleati per combattere la deriva autoritaria (termine abusato ma calzante in questo caso) creando un database di promesse al mondo: cose che non faranno, favori che non concederanno a Trump, linee tracciate sulla sabbia. Il progetto “Never Again” si apre con questa frase: “Scrivi una lista di cose che non faresti mai. Perché è possibile l’anno prossimo le farai”. L’iniziativa sta funzionando: per esempio ha spinto Facebook a dichiarare di non avere intenzione di aiutare Trump qualora volesse creare, come annunciato, un elenco dei musulmani in America.

Ma non basta, urge puntare alla vera sorgente di potere della Silicon Valley: no, non i nostri dati. La sua aurea benedetta.

Per infrangere l’incantesimo della fiaba del garage, dobbiamo partire dai suoi pilastri fondamentali. Il primo è il più antico, e rappresenta le fondamenta stesse di quella che Richard Barbrook e Andy Cameron hanno definito “The California Ideology”. All’origine di internet il cyberspazio era un posto esclusivo e senza regole: nel 1996 uno dei suoi pionieri, John Perry Barlow, pubblicò La Dichiarazione di Indipendenza dello Cyberspazio, con cui esortava i “governi del mondo industrializzato” di stare lontani da quell’Eldorado, che non avrebbe accettato le regole del vecchio mondo. Un luogo altro, insomma, i cui abitanti avrebbero creato “una civiltà della Mente”. Le cose, lo avrete notato, non sono andate così e mai si sono avvicinate a quel piano: internet nacque piuttosto come Arpanet, un progetto militare statunitense, e fin dalla sua nascita fu monitorato e controllato dal governo, come ha spiegato Matt Novak su Gizmodo. Ciò nonostante quello spirito da Nuova Frontiera ha resistito ai fatti e persiste ancora oggi. I giganti della Valley continuano a non tollerare gli interventi governativi nei loro affari e sono a favore di un’idea di small government che molto deve alla cultura libertaria statunitense. Balaji Srinivasan, grande nome della scena digitale, ha proposto apertamente la separazione della Silicon Valley dagli Stati Uniti, immaginando un paese a misura di techies, dove innovatori e disruptor possano fare “awesome stuff” senza tema di essere controllati da enti statali.

 

 

Un sentimento di anti-politica misto a un’ottica business-first. A ben vedere, le convergenze tra la Valley e Trump non sono “convergenze” né tantomeno “parallele”: è più che altro un abbraccio.

Il secondo pilastro è una persona, o meglio un idolo. Steve Jobs è la figura chiave della narrativa disruptive. La sua parabola all’interno e al di fuori di Apple ha non a caso seguito alla lettera il ciclo dell’eroe, la struttura aurea di ogni grande storia. Studiato da molti accademici e abilmente riassunto da Dan Harmon, autore di Community e Rick & Morty, il ciclo dell’eroe consta di otto fasi ed è infallibile. Usiamolo per raccontare la ballata di Steve, ed ecco il risultato:

1) Steve Jobs vuole fare i computer migliori del mondo usando Gandhi nei suoi spot;

2) Ma lo vuole fare a modo suo;

3) IBM e parte del board di Apple sono cattivi e lo mandano via dall’azienda;

4) Steve ricomincia da zero, umiliato e offeso;

5) Fonda la NeXT e co-fonda la Pixar;

6) Apple è allo sbando, Steve proprio non ce la fa a vederla così;

7) Steve viene richiamato in Apple, dove usa la tecnologia NeXT per renderla ricchissima;

8) Apple vale poco meno di un trilione di dollari e paga le tasse in Irlanda LOL.

Tutto questo, tutta questa bellissima storia, ha fatto da guscio protettivo mitico per ogni accusa alla Apple, ogni scandalo, ogni rete anti-suicida alla Foxconn, ogni figlia abbandonata da Jobs. L’eroe è la sua storia, e una storia raccontata bene è immortale.

 

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Il terzo pilastro è di una lega particolare, un misto di folklore e marketing: torniamo al Mito del garage, il vero superpotere della Valley. Google, Amazon e Apple sono partite dal basso, hanno un lontano passato da underdog. Con la giusta narrazione del loro passato da Davide, queste aziende sono riuscite a diventare i Golia della situazione senza farlo sapere a nessuno. Eccoli li, oggi: assurdamente potenti, eppure ancora subalterni a qualcosa di grande, vecchio e potente che in realtà non esiste. La nuova leva di Facebook, Twitter e Snapchat, aziende nate negli anni Zero, si è sviluppata in una Valle diversa, costellata di angel investor e VC dalle milionate facili. Ma rimane positiva e sorridente, pur essendosi allontanata dal mitico garage: sono colossi che pagano benissimo i loro dipendenti, usano i disegnini giusti, hanno sedi futuristiche con tutti i comfort e lo ripetono di continuo. Non si stancano mai di farlo – né noi di ascoltarli.

Basti ricordare la narrazione ricorrente delle settimane successive al caso Edward Snowden, quando l’ex dipendente della NSA (National Security Agency) rivelò quanto di turpe faceva l’ente in questione, anche con la collaborazione di Google e altre aziende (il progetto “PRISM”). La NSA, in questa versione della storia, era la cattivona, cosa sicuramente vera; dal canto suo, la Valley veniva data per lontana complice, forse perché costretta dal Potere a smettere di rendere il mondo un luogo migliore per saperne di più sulle nostre ricerche web. Forse. Molto più logicamente, no. Non è così. Avete presente la frase “If you are not paying for it, you’re not the customer; you’re the product being sold”? È un commento apparso anni fa sul sito MetaFilter, ed è anche la nostra nuova filastrocca. Ripetetela dieci volte al giorno: “Se non paghi per quello che hai, non sei il cliente. Sei la merce che viene venduta”.

 

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L’incontro tra Trump e i titani della Valley avrà avuto un’atmosfera tesa, ok, sarà stato poco desiderato da molti degli invitati, come no; ma segna un punto di non ritorno doloroso. È il momento per tutti di smettere di credere alla fiaba del garage, una bellissima storia che in troppi vogliamo continuare ad ascoltare. Ma dobbiamo fermarci. I suoi protagonisti, specie gli antagonisti, si fanno sempre più reali, e sempre più vicini a quello che hanno sempre desiderato.

Un mondo migliore?

No, no, no.
Noi.