Show Me a Hero, 2015. Per gentile concessione di HBO.
Commenti

La vera storia di Yonkers

Show Me a Hero e la domanda: chi vuole veramente 7000 poveri come vicini di casa?

 

Condizionati dagli esempi di cui disponiamo sul piccolo schermo (e, d’altra parte, anche sul grande), è davvero difficile separare la rappresentazione di New York dalla rappresentazione di quel pugno di chilometri di quell’isola chiamata Manhattan.

Potrà sembrare una forzatura, ma pensiamoci un attimo: Manhattan è esistita nelle coscienze collettive anche in quel periodo in cui era completamente falsa. I protagonisti di Seinfeld e Friends – due show che non sono mai stati girati a New York – abitavano rispettivamente nel Lower West Side e nel Greenwich Village. Poi, via via che i telefilm fuoriuscivano dal loro rifugio, quei rigidissimi set coi fondali tarocchi, riandavano a popolare le vere strade della città. E pur sempre di Manhattan si trattava. Louie mangia pizze nel Village, Jessica Jones sfila calci a Hell’s Kitchen. Perdìo, persino Sesame Street è ambientato a Manhattan!

New York City, che ospita Manhattan, è di per sé la sineddoche più ingombrante d’America, una città che ingloba l’intero Stato che da lei prende nome. Eppure lo Stato di New York si estende dall’Oceano Atlantico al Canada, è il quarto negli USA a livello di popolazione. Il suo panorama geografico, architettonico e sociale muta lungo tutto il suo territorio.

Per esempio, prendiamo Yonkers: una città popolosissima, una decina di chilometri a nord di Manhattan. Quasi un sobborgo della stessa, fagocitante, New York City.

Yonkers, nata come una comunità rurale a cavallo tra il Seicento e il Settecento, poggia sulle rive dell’Hudson, la cui vicinanza favorì la trasformazione del paese in vasto centro industriale agli inizi del Ventesimo secolo.

Yonkers è anche la patria di un caso giudiziario unico nella storia degli Stati Uniti: United States vs. Yonkers, una causa civile indetta nel 1980 dal governo federale nei confronti della città. L’accusa era che, per trent’anni, l’amministrazione cittadina aveva praticato una politica segregazionista, concentrando settemila abitazioni popolari in un solo miglio quadrato ritagliato nell’area industriale di Yonkers.

11711952_f520

Il governo degli Stati Uniti pretendeva che Yonkers riparasse ai danni mettendo in atto una serie di misure antisegregazioniste, costruendo in primis una serie di case popolari nelle aree abbienti della città. La causa era senza precedenti, e si giunse a un patteggiamento solo ventisette anni più tardi.

Il caso ‘Stati Uniti contro Yonkers’ è il cardine del racconto di Show Me a Hero, miniserie HBO scritta da David Simon di The Wire e diretta da Paul Haggis. Siamo nel 1987: un giudice federale impone alla città di costruire 200 case popolari sparse per Yonkers, pena una serie di sanzioni crescenti che avrebbero finito per mandare la città in bancarotta.

Come nei migliori episodi di The Wire, la serie impiega due approcci che non si escludono a vicenda: uno semi-documentaristico, che ritrae le vicende di un gruppo di residenti del quartiere popolare e il significato sociale che il trasferimento nelle nuove case ha avuto su di loro.

L’altro approccio è quello ultranarrativo e finzionale da Grande Procedurale Americano. Si incentra tutto sulla figura di un sindaco spavaldo e piuttosto pieno di sé – Nick Wasicsko, il sindaco più giovane che Yonkers abbia mai avuto – che, inizialmente oppositore del nuovo piano urbanistico, si convincerà dei benefici e, per questo, verrà schiacciato dalle reazioni negative e, poco a poco, ostracizzato in senso politico.

Era un periodo tumultuoso, a Yonkers. Un periodo di proiettili nelle lettere ed effigi bruciate davanti al municipio.

Nel mezzo di questi due mondi c’è la protesta incessante della popolazione benestante (e caucasica), che rifiuta la mozione delle case popolari. La borghesia di Yonkers considerava la causa imposta alla città come il segno innegabile dell’influenza che lo snobismo politicamente corretto di New York aveva avuto sulla “meno raffinata” Yonkers. Una segregazione in sé, insomma: questa gente di città impone a noi, Americani Liberi, di accogliere orde di poveri nel nostro vialetto di casa.

La popolazione benestante, a sua discolpa, era a sua volta vittima di una campagna di desensibilizzazione che associava a droga e delinquenza i “casermoni” tipici dell’edilizia popolare ad alta densità. Tralasciando il particolare che – lo sa chiunque abbia giocato a SimCity – se infili 7000 famiglie in uno spazio ristretto e fatiscente, privo di infrastrutture, uno dei risultati non può che essere un circolo vizioso di delinquenza e droga.

Solo tramite l’integrazione, l’esposizione all’altro, è possibile fondere due classi sociali distinte, e geograficamente separate, in un’unica comunità: la città.

Era un periodo tumultuoso, a Yonkers. Un periodo di proiettili nelle lettere ed effigi bruciate davanti al municipio. Un periodo di campagne politiche ad hoc, mirate a non inimicarsi i concittadini caucasici, con politici interessati a farsi eleggere che si scagliavano contro l’edilizia popolare ben sapendo che, una volta in carica, avrebbero potuto fare molto poco per opporvisi.

hero2 crop

Show Me a Hero, 2015. HBO Miniseries.

Show Me a Hero è uno dei più interessanti e asciutti racconti delle infinite procedure burocratiche, degli interminabili compromessi politici e sociali, delle disfunzioni delle istituzioni preposte alla legalità, dell’immensa serie di fallimenti cui bisogna andare incontro per cominciare a far funzionare le cose. Tutto ciò che, insomma, rende una città una città. Certo, Yonkers è un caso limite, ma si pone come esempio perfetto proprio perché lo è.

La causa intentata ai danni della città si pone tra il costituzionale e l’etico. Come diceva il New York Times (quel quotidiano, ancora una volta, di New York City) nel 2007, in risposta ai commenti che definivano quello nei confronti di Yonkers “attivismo giudiziario”: “di fronte all’ingiustizia sociale, anche l’inazione giudiziaria dovrebbe altresì essere considerata attivismo giudiziario”.

Anche la maggior parte dei cittadini che, sulla carta, si dicono sostenitori dell’integrazione sociale e razziale hanno una resistenza istintiva verso i cambiamenti che dovrebbero affrontare per applicare i principi in cui credono all’interno della propria comunità. È solo l’imposizione dall’alto, in questo caso, che favorisce il cambiamento e un passo verso l’integrazione.

Mostrami un eroe e ti scriverò una tragedia, diceva Francis Scott Fitzgerald. Ma dove sono gli eroi, se il panorama è composto da piccoli uomini e donne nell’enorme ingranaggio municipale? Nessuno è il solo responsabile del cambiamento, ma tutti lo sono. E dal cambiamento nasce la tragedia: proteste, minacce, momentaneo disagio sociale, emarginazione. Nell’attesa di una catarsi che, magari, arriverà con l’integrazione.