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Un bardo a Venezia

Le mirabolanti avventure italiane di Michelangelo Crollalanza, detto William Shakespeare.

 

Ma Shakespeare a Venezia c’è mai stato? Ogni volta che si torna sui versi dell’Otello o sul Mercante di Venezia – e quest’anno che si commemorano i 400 anni dalla morte del Bardo capita spesso – torna puntuale anche il sospetto che il Bardo conoscesse così bene la Serenissima per il fatto di averla vista con i propri occhi. Magari durante gli “anni perduti”, quelli tra il 1585 e il 1592, un periodo misterioso di cui gli studiosi non sanno dire nulla di certo su quale fosse l’attività di Shakespeare e dove si trovasse. Perché non a Venezia, allora, che nel Cinquecento era una meta esotica che ispirava entusiasmi da tanti punti di vista: un’oligarchia relativamente liberale (per i criteri dell’epoca), e una città maestosa e “impossibile” che si erge dalle acque contro ogni logica che non sia quella della bellezza.

È vero che il drammaturgo di Stratford-upon-Avon tenne in grande considerazione il nostro paese e la sua cultura. Soltanto in Veneto, oltre alle opere già citate, sono ambienti Romeo e Giulietta (Verona) e La bisbetica domata (Padova). Ci sono poi i Due gentiluomini di Verona, La Tempesta – dove si citano Milano e Napoli – e Molto rumore per nulla, ambientata a Messina. Per non parlare dei drammi classici. Insomma, l’Italia e Venezia in particolare sono state spesso nei pensieri di Shakespeare.

Ma esistono indizi di questa permanenza in terra italiana? A dire il vero, nemmeno uno. E in effetti gli studiosi tendono a bollare la faccenda, come prudenza vuole, come pura suggestione. Ma la suggestione, materia rarefatta e impalpabile e tuttavia in grado di modificare la percezione della realtà come gli occhiali verdi del Mago di Oz, è qualcosa che abbonda tra le calli di Venezia, dove la città reale e quella immaginaria si confondono fino a non distinguersi più. E così, rintracciare delle “tracce shakespeariane” non è per nulla difficile, a patto di restare a cavallo tra l’immaginario e la realtà.

Di recente ho fatto una passeggiata Shakespeariana con Shaul Bassi, docente di lingua e letteratura inglese a Ca’ Foscari e autore, assieme ad Alberto Toso Fei, di una divertente guida intitolata Shakespeare in Venice, che traccia sentieri in bilico tra la realtà storica e quella letteraria, ma tutti concretamente percorribili. L’occasione erano i cinquecento anni del ghetto di Venezia, istituito dalla Serenissima con un decreto del 29 marzo 1516 con cui concedeva agli ebrei un campo dove risiedere, a patto che i cancelli di accesso fossero chiusi di notte e controllati da guardiani cristiani. Nasceva così il primo “ghetto” della storia, che è anche quello che ha coniato la parola oggi in uso in quasi tutte le lingue del mondo come sinonimo di “segregazione”. Cosa c’entra Shakespeare in tutto questo? C’entra perché paradossalmente, ma non troppo, il più famoso ebreo del ghetto di Venezia è un personaggio che non è mai esistito: il mercante Shylock.

La suggestione, materia rarefatta e impalpabile e tuttavia in grado di modificare la percezione della realtà, è qualcosa che abbonda tra le calli di Venezia, dove la città reale e quella immaginaria si confondono fino a non distinguersi più.

Di Shylock, in realtà, si ha già notizia nel Trecento in una novella di Ser Giacomo Fiorentino a cui Shakespeare si ispirò, dove si trova un personaggio del tutto simile e un intreccio basato sulla penale di una libbra di carne. Ma per arrivare al Campo di Gheto Novo partiamo però da San Marco, dal centro del potere rappresentato dal Palazzo Ducale. Lì, in cima alla facciata principale, si erge la statua della giustizia, posta simbolicamente al disopra degli stessi Dogi. La statua tiene in mano una spada e nell’altra una bilancia, e non si tratta di simboli disposti a caso, perché la Serenissima aveva un’alta concezione della giustizia. Sulla sede dell’Avogaria (cioè l’avvocatura) c’è un’iscrizione in latino che fa da monito per chi deve amministrarla, e tra le altre cose dice: “Non giudicate nessuno in base a sospetti, ma ricercate le prove” – un concetto, per l’epoca, piuttosto avanzato.

La giustizia è un tema centrale in due testi shakespeariani. Nel Mercante di Venezia lo troviamo in forma esplicita, perché Shylock chiede soddisfazione di quanto ha prestato al mercante Antonio attraverso un artificio contrattuale (la libbra di carne), con cui in realtà vuole vendicarsi dell’offesa ricevuta dal veneziano, ricco quanto antisemita, che gli sputa addosso quando passa ma non esita a chiedergli dei soldi quando è in difficoltà. E ancora è una corte di giustizia che ospita le battute finali della commedia, dove la bella Porzia mascherandosi da giudice riesce a risolvere il caso a favore di Antonio e del suo sposo Bassanio.

Nel caso di Otello, invece, la giustizia si affaccia in modo drammatico, perché il moro di Venezia è un furioso amante che si fa giustizia da sé per il tradimento, in realtà mai avvenuto, di Desdemona. È in sostanza l’autore di quello che oggi chiameremmo “femminicidio”, che giunge a questa terribile “sentenza” sulla base di false prove. Ma se questo è il tragico epilogo, la giustizia la troviamo già all’inizio del dramma e proprio amministrata dai Dogi – dal cui palazzo comincia la nostra passeggiata.

Brabanzio, il padre di Desdemona, accusa il moro di aver sedotto la figlia grazie a delle arti magiche. Lo straniero (e vale anche per Shylock) è infido per definizione: può essere affascinante ma pericoloso. I Dogi però rigettano l’accusa, ma non perché la repubblica sia un luogo benevolente verso gli stranieri. Quello che guida la Serenissima è il pragmatismo: il suo potere si fonda sul commercio e sul dominio del mare e se per ottenere vantaggi in questi campi è utile assegnare un campo periferico agli ebrei (che, in quanto prestatori di moneta, potevano emancipare la Serenissima dalla longa manus della chiesa di Roma e dei suoi monti di pietà) oppure affidare le proprie truppe a un valoroso comandante straniero, be’, Venezia lo fa senza batter ciglio. Ma questo significa anche che, per converso, questa “cultura dell’apertura” impregna Venezia e la sua identità. Nel porticato del Palazzo Ducale si possono vedere i segni di questa cultura in un capitello riccamente rifinito, dedicato alle nazioni del mondo, dove in mezzo ai motivi del capitello si scorgono facce dai tratti asiatici, turchi, africani.

Proprio a partire da Piazza San Marco il Canal Grande inizia il suo serpeggiare di palazzi nobiliari dalle splendide facciate rivolte all’acqua, che un tempo costitutiva l’accesso principale per residenze, teatri e luoghi di potere. Tra questi ce n’è uno, Ca’ Contarini-Fasan, che viene indicato come casa della bella Desdemona. Perché mai? Probabilmente per la necessità di dare una collocazione fisica ai luoghi dell’immaginario, due piani che a Venezia sembrano confondersi. Ma, anche qui, per pragmatismo più che per romanticismo: col turismo crescente, crescono anche i tanti amanti dell’arte che vogliono vedere coi propri occhi i luoghi shakespeariani e i gondolieri, con un po’ di fantasia, sono pronti a soddisfare qualunque richiesta che frutti una corsa in più. Oppure, ipotizzano Bassi e Toso Fei, tutto nasce da uno strano simbolismo che si trova scolpito sui parapetti, dove campeggiano delle ruote, simbolo di fortuna. Guardandole da vicino ci si accorge che una di queste è orientata in senso inverso. Quale posto più adatto per una donna che si chiama Desdemona, il cui nome in greco significa “sfortunata”?

Col turismo crescente, crescono anche i tanti amanti dell’arte che vogliono vedere coi propri occhi i luoghi shakespeariani e i gondolieri, con un po’ di fantasia, sono pronti a soddisfare qualunque richiesta che frutti una corsa in più.

Risalendo a piedi verso Cannaregio, il sestiere dove si trova il ghetto di Venezia, si passa accanto al Ponte di Rialto, tra i più noti simboli della città. È qui che il mercante Antonio insulta Shylock e gli sputa addosso. È qui, in questo ponte che collega la zona “alta” della città, dove risiede il potere, con quella “bassa” dove si sviluppa il commercio, che circolano le notizie essenziali per capire gli umori della città e fare buoni affari. “What news on the Rialto”, chiede Shylock, e proprio qui il prestatore di denaro ebreo può informarsi, ad esempio, della “solvibilità” di Antonio e dello stato di salute delle sue navi, sparse per il mondo.

Proseguendo per Cannaregio, magari passando internamente dalle Fondamenta della Misericordia, dove spuntano ristorati, bacari e locali in cui i veneziani si rifugiano lasciandosi alle spalle il turismo di massa della Strada Nova, bisogna arrivare almeno fino alla metà e lasciarsi di lato sei ponti prima di giungere in Campo di Gheto Novo. Sembra che la parola “gheto” sia nata dalla storpiatura di “getto”, perché gli ebrei ashkenaziti tedeschi (una delle prime “nazioni” a risiedere in campo) non riuscivano a pronunciarla correttamente. Il “getto” di cui si parla è quello della fonderia con cui la Serenissima forgiava i suoi cannoni, a testimonianza del carattere periferico di questo campo, che oggi presenta i palazzi di Venezia con i piani più piccoli della città: non potendo costruire altrove che lì, gli ebrei veneziani si espansero vero l’alto, cercando di risparmiare spazio.

A fine luglio di quest’anno Shylock “tornerà a casa”, perché cogliendo l’occasione di 400 anni dalla morte di Shakespeare, si terrà la prima rappresentazione in Campo di Ghetto del Mercante. Un evento che renderà ancora un po’ più evanescenti i confini tra la città reale e quella immaginaria, e che non è affatto un’iniziativa scontata visto il giudizio controverso che si dà sulla commedia shakespeariana, per alcuni intrisa di antisemitismo mentre per altri portatrice delle istanze delle minoranze segregate (soprattutto per il famoso monologo di Shylock, “non ha occhi un ebreo?…”). Probabilmente, come mi fa notare Shaul Bassi che il progetto lo ha ideato, ogni epoca ha avuto il suo Shylock, che di volta in volta rifletteva lo spirito del tempo. E la grandezza di Shakespeare sta proprio nell’aver affrescato degli intrecci e dei personaggi così complessi da abitare alla perfezione le contraddizioni del proprio tempo e in grado, dunque, di restituircele intatte anche oggi.

Ma se invece il motivo fosse un altro? Se William Shakespeare avesse in testa dei tipi umani così complessi per il semplice fatto di averli conosciuti e visti coi propri occhi? È la teoria suggestiva e al limite del complottismo dello “Shakespeare siciliano”. Secondo questa teoria il drammaturgo inglese conosceva così bene il nostro paese per il semplice fatto che ci era nato. Si chiamava in realtà Michelangelo Florio, ma il cognome della madre era Crollalanza, che con un po’ di immaginazione potrebbe essere proprio l’originale dell’inglese “Shakespeare”. Michelangelo, di famiglia calvinista, dovette fuggire da Messina a causa delle persecuzioni religioni. Eppure noi abbiamo notizia di un padre di Shakespeare, un certo John; come si spiega?

La grandezza di Shakespeare sta proprio nell’aver affrescato degli intrecci e dei personaggi così complessi da abitare alla perfezione le contraddizioni del proprio tempo e in grado, dunque, di restituircele intatte anche oggi.

Si spiega con l’ipotesi che fosse un parente della madre già emigrato in precedenza, che prese con sé il giovane fuggiasco che guarda caso gli ricordava il figlio William scomparso prematuramente. Ecco spiegati gli “anni perduti”: il William che li precede non è il William che li segue, perché si tratta di due persone diverse. Il secondo, l’autore di drammi immortali, prima di dedicarsi alla sacra arte del teatro aveva avuto una vita avventurosa, da fuggiasco, fece naufragio su un’isola delle Eolie come Ferdinando ne La Tempesta, risalì la penisola fino a Verona dove conobbe la storia di Romeo e Giulietta e andò poi a vivere a Venezia, dove si verificò la tragedia di un moro che uccise sua moglie, una veneziana, per gelosia. La sua frequentazione di città di mare, per altro, spiegherebbe la profonda conoscenza dei termini marinareschi. Quando infine Michelangelo approdò a Stratford aveva con sé tanto di quel materiale di vita vissuta da poter comporre decine di testi.

L’ipotesi di uno Shakespeare siciliano è in realtà contraddetta dalle tante imprecisioni con cui l’autore inglese descrive le città italiane, dalla tratta Verona-Milano effettuata per una misteriosa via d’acqua ne I due Gentiluomini, fino all’isola di Prospero che dovrebbe essere nel Mediterraneo ma dove si citano disinvoltamente le Bermude ne La Tempesta, passando per le cene di Shylock in una Venezia dove gli ebrei la notte erano chiusi in ghetto, o per la cifra astronomica dei 3.000 ducati quando al massimo il prestito consentito era di tre ducati per volta. Con tutta probabilità a Shakespeare interessavano quei luoghi per le suggestioni che portavano con sé nel suo tempo e non si curava affatto delle incongruenze geografiche anche palesi. Il suo è un mondo letterario: se alla base del Mercante c’è una novella di Ser Giacomo Fiorentino, antecedenti di Romeo e Giulietta si trovano già nel Quattrocento in una novella di Masuccio Salernitano e nel secolo successivo nell’opera di Luigi Loporto.

In realtà sull’identità di Shakespeare, un illetterato che si trasformò in uno dei maggiori nomi della letteratura mondiale, serpeggia più di un dubbio. C’è chi sostiene che sotto il suo nome siano state raccolte opere di autori diversi, chi scomoda il filosofo Francis Bacon e chi Christopher Marlowe. E anche chi ricorda un certo Giovanni (o John) Florio, figlio del nostro Michelangelo, che compose il primo vocabolario inglese-italiano e la cui influenza su Shakespeare è data per certa. Tuttavia l’italianità di William Shakespeare è destinata a restare una fantasiosa ipotesi che fa il paio con questioni quali le origini spagnole di Cristoforo Colombo.

Per i più irriducibili, tuttavia, bisogna segnalare una commedia del Florio scritta in siciliano intitolata Troppo trafficu ppi nenti, che sarebbe l’originale della più famosa Molto rumore per nulla. È questa la prova tanto cercata? Per chi crede nel potere creatore della letteratura forse sì, perché si tratta anche del titolo di un’opera teatrale assai più recente, nella quale un autore siciliano e immaginifico come Andrea Camilleri ha ricostruito per filo e per segno le mirabolanti avventure di Michelangelo Crollalanza, detto William Shakespeare.