Immagine: profilo flickr dell'ex Asilo Filangieri.
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Scugnizzi Liberati

Un percorso tra le geografie alternative napoletane.

 

Ho appuntamento con il mio amico alla stazione di Montesanto in tarda mattinata, è fine settembre, e dopo avergli messo in mano un bicchierino di caffè e una zeppola calda saltiamo in sella sul motorino.

Lui scrive per un’ottima seppur non conosciutissima rivista culturale, molto milanese, molto ottimista, piena di talenti resi un po’ cinici dalla gavetta trascorsa senza stipendio nei giornali dei “compagni”. Il piano è già deciso e lui è venuto a Napoli apposta. Con una mappa virtualmente aperta sul cellulare, io alla guida, faremo un grand tour dei più recenti spazi occupati in città, partendo dal cuore del centro storico.

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Localizzazione dei nuovi spazi autogestiti nel centro storico di Napoli.

Lui non è stato scelto a caso, non è alieno ai centri sociali, in passato li ha frequentati persino, ma prova per loro una sorta di imbarazzato distacco: qualcosa che gli ricorda progetti fatti male, gente scontrosa e roba non pagata. Cercavo sì qualcuno con  pregiudizi, ma non così pesanti da impedirgli di curiosare insieme a me.

Quello che è accaduto a Napoli negli ultimi cinque anni è che gli spazi autogestiti si sono moltiplicati: nomi come L’Asilo, il Giardino Liberato o Lo Scugnizzo sono entrati a far parte della geografia locale, non solo dei militanti duri e puri, e si sono affiancati ai centri già noti da anni come Insurgencia, lo Ska, il Dam o il leggendario Officina. Come è successo?

Sicuramente grazie ad un clima favorevole in loco, con un sindaco che – vuoi per sincera convinzione, vuoi per opportunismo – è apertamente schierato con i collettivi studenteschi. E forse pure per un vento che in Italia, nel biennio 2011-2012, ha spinto in questa direzione con le occupazioni di Macao a Milano, del Teatro Valle a Roma e di innumerevoli scuole e facoltà. Oggi il clima altrove è in controtendenza: provate a cercare su Google le parole “Roma”, “Bologna”, “sgomberi” e capirete. Parlare di eccezione napoletana, in una città che adora fin troppo bearsi della sua unicità, è a rischio di narcisismo senza comprensione. Però ci sono gli spazi. Che, in rottura col passato, adesso sono centralissimi nel tessuto urbano, divenuti quasi mainstream. E meritano di essere visitati anche solo per uno sguardo da viaggiatore spaesato.

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Santa Fede Liberata.

Iniziamo il nostro giro da via San Giovanni Maggiore Pignatelli, nel budello a metà strada tra la chiesa del Gesù Nuovo e la celebre Università “L’Orientale”. Ci troviamo di fronte al portale marmoreo di Santa Fede Liberata. Qui c’era un convento costruito nel ‘700, detto anche Palazzo delle Vecchiarelle, poi trasformato in ospedale femminile, infine nel Conservatorio di Santa Fede. Martina, una ragazza di vent’anni sempre di corsa e sempre gentile, ci mostra il grande cortile interno dove si organizzano corsi di danza e occasionali concerti. Qui un tempo s’affacciavano anziani derelitti che erano rimasti gli ultimi inquilini del complesso, prima che nell’80 il terremoto cacciasse via anche loro.

Abbandonato per oltre due decenni, questo cortile si trasformò nella pattumiera del quartiere e ancora oggi è piuttosto malmesso. Due anni fa, i primi esploratori vi trovarono delle rigogliosissime piante di cannabis, coltivate da chissà chi, e un paio di capre che pascolavano su ceramiche fiorite e mosaici ancora intatti. Nel 2014 il complesso fu occupato da “lavoratrici e lavoratori dell’arte, della cultura e dello spettacolo”. È una definizione che sentirò spesso, quasi come un mantra. Cambia la terminologia: ora tutto è “liberato”, non più “occupato”. Nel senso di aperto all’esterno, restituito al quartiere. Se il concetto venga afferrato o meno dal pubblico, è sempre un punto di domanda. I visitatori, tra cui diversi turisti francesi e tedeschi, apprezzano i corsi di danza e il vino casereccio, ma non sembrano farsi troppe domande. Forse non ce n’è bisogno: il vecchio Mario cucina in una stanzetta che sembra uscita da un racconto di Verga, ma sforna pizze fritte strepitose.

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L’Ex Asilo Filangieri (dalla pagina Facebook dell’Asilo).

Qualche centinaio di metri più a nord, un po’ defilato, in una traversa di via San Biagio dei Librai dove d’inverno ci sono schiere di artigiani presepiali, si trova l’ex Asilo Filangieri. Nato come convento, divenne orfanotrofio dall’epoca umbertina, e rimase tale fino agli anni Sessanta. Il terremoto, anche qui, svuotò tutto e fece mettere i lucchetti ai cancelli. Nel 2009, la svolta: l’edificio di quattro piani venne scelto come quartier generale del mirabolante Forum delle Culture. S’avviò il costosissimo restauro.

Ricordo un sopralluogo, in quei giorni, accompagnato da un onesto funzionario del Comune: gli stanzoni riverniciati, i pavimenti rivestiti di parquet e tirati a lucido, e i soliti boiardi e segretarie di Palazzo San Giacomo che si aggirano per il palazzo semivuoto, una sigaretta o una tazzina di caffè in mano, senza saper bene cosa fare. Il Forum si risolse con un pugno di concertini etnici e poco altro; arrivarono di nuovo i lucchetti, in attesa di chissà cosa. Poi, nel 2012, un collettivo occupò tutto, e nel gennaio di quest’anno il Comune ha approvato una delibera che riconosce “l’uso civico” dell’Asilo. Protestano i commercianti, il giornalismo moderato, i nostalgici di Bassolino-Iervolino: dove sono i bandi pubblici? Chi paga l’Iva? E perché questi privilegi? Legalità, legalità. Intanto il mio amico si guarda intorno, stregato, e sembra perso in un’operazione di metratura: “Ma tu pensa se qui facessero un ostello. Oppure, non so, un festival multimediale. Sai quanta gente ci lavorerebbe?”.

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Giardino Liberato di Materdei.

Lavoro, lavoro: la parola più ideologizzata di tutte. Uno pensa a un centro sociale e immagina, ammettiamolo, sguardi poco lucidi, odore stantio e anarchiche bottiglie di birra. La verità è che all’Asilo per entrare bisogna bussare ad un citofono e ti risponde un attempato custode; il loro sito è curatissimo; tra le attività serali capita di trovare la “sonorizzazione del vivo di film muti”, il filosofo Franco Berardi che col solito entusiasmo propone un incontro su Assange (full disclosure: vi ho partecipato) e nugoli di preparatissimi tecnici video e del suono. Le onnipresenti “assemblee di gestione” si tengono con ordine in un’austera e pulitissima sala seicentesca. E non è che si possa gestire uno spazio di migliaia di metri quadri senza rompersi la schiena.

Per accedere all’ex Ospedale Psichiatrico-Giudiziario di Materdei, ora ribattezzato Je So Pazzo – forse il più impressionante di questi centri autogestiti 3.0, un immenso manicomio in cima ad una collina, lasciato per dieci anni in stato di abbandono totale – si devono percorrere dei lunghi gradoni impervi, quasi penitenziali. Appena varchi il portone c’è ad accoglierti una calma certosina, fatta di ragazze impegnate nel doposcuola per i piccoli, banchetti di consulenza sindacale, un mini-ambulatorio, e attivisti che al massimo s’innervosiscono mentre aggiustano cavi elettrici o imbiancano un muro. Ma ti fulminano se chiami questi spazi “centri servizi”, o se credi che vogliano o possano sopperire alle carenze dello Stato. Centri culturali, allora – tenendo fermo il mio amico che vorrebbe già partire con bandi di restauro europei – si può dire? La disciplina non è quella di un ufficio, ci mancherebbe. Parole come “professionalità” o “eccellenze” sono bandite. Ma se di notte negli spazi non mancano le feste, il casino e facce che altrove, negli spazi precisini e istituzionali, verrebbero messe alla porta, di giorno si respira un’atmosfera di pudicizia e sobrietà quasi francescane.

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Progetto di rinnovo dell’ex OPG (per gentile concessione di Valerio De Stefano).

Alcuni attivisti arricciano il naso: una rivista molto rigorosa e molto fofiana, Monitor, ha definito quest’alleanza tra sindaco e centri sociali un’inutile eresia. Gli occupanti rispondono che questo è un “bene comune” e che dove c’era il deserto ora c’è uno spazio “inclusivo”. In realtà il concetto di inclusione, come spiega Andrea Varriale, un ricercatore che lavora in Germania ed è qui per scrivere un paper, “è un concetto spesso parziale, di parte. Tendiamo a definire ‘aperte’ le iniziative che coinvolgono gruppi sociali che sono come noi, o che crediamo ingiustamente esclusi.” È un principio che insomma ha i suoi limiti, e non da ora, ma pure è sfizioso camminare in punta di piedi su questi confini, e osservarli senza troppa timidezza.