Foto: Luca Pappalardo.
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Satana Was Here

La bocca dell’Inferno è a Cecina.

 

“Svolta qui”, dice Andrea. Le ruote della macchina sollevano polvere, sassolini, terra e merda mentre ci infiliamo in una stradina laterale che termina quasi subito in una catena tesa. Da lì sono altri cinque minuti a piedi, fra zanzare ed erba alta, arrancando in un campo ai margini di uno stradone provinciale. È uno stradone uguale a tutti gli altri e scorre accanto a un campo uguale a tutti gli altri campi: la periferia a Nord di Cecina ha qualcosa della Bassa Padana, cascinali in rovina e strade sterrate e Audi che sfrecciano sui fazzoletti d’asfalto. È quasi impossibile credere che il mare sia ad appena cinque chilometri. Raggiungiamo i filari di alberi che fanno quadrato con il guard rail. “Una volta erano molto più fitti. Almeno il doppio”. Nella vegetazione all’interno si scorgono i resti di un edificio, poco distante restano ancora in piedi una piccionaia e un edificio basso le cui mura perimetrali sembrano stare su con lo sputo. Sopra uno dei muri più corti, in acrilico blu sbiadito, spicca una stella a cinque punte.

 

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Andrea indica un punto qualunque in mezzo alla vegetazione, con la certezza di uno zelota pronto a pugnalare un sacrilego. “Il fuoco lo vedevamo qui, tutte le notti. E lì, dove vedi quei sassi, c’era un altro edificio – una chiesa sconsacrata – e sul muro interno, un affresco di Gesù. Un pomeriggio l’abbiamo trovato tutto rovinato, squarciato, distrutto. Al muro c’avevano inchiodato una croce rovesciata”. Avevano? Chi? “Loro. Quelli che m’hanno sfasciato casa e poi sequestrato. I satanisti”.

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La Magona di Cecina è, oggi, nulla più che uno sbuffo di edifici a nord della città, il baffo edilizio che la separa dalla campagna. Eppure, in qualche modo, continua a essere il centro di tutto. La ciminiera della vecchia fabbrica di Laterizi incombe sopra i tetti bassi delle case, l’eterna e confortevole ripetizione di cardo e decumano entro la quale prolifera la versione Toscana del sogno americano cozza con quel cono di mattoni cadente appena intuito in lontananza.

La fabbrica è un’isola di muri sbreccati e transenne che la separano dalla strada. Finestre vuote tutte uguali che affacciano sull’esterno come occhi morti, uno scheletro dentro il quale ormai ci sono solo vegetazione e calcinacci. Su tutto, la ciminiera – monolitica. La modernità del Polo Tecnologico sembra assediare l’edificio, che comunque – al netto dell’assedio – resiste da almeno vent’anni. Il progetto di riqualificazione edilizia della zona è partito alla fine degli anni novanta: sarebbe dovuto essere un tripudio di fondi commerciali, addirittura un albergo. La parola d’ordine era “decentrare” e l’Università di Pisa, piazzando lì il suo Polo Tecnologico, fomentava l’entusiasmo della miglior imprenditoria palazzinara. Oggi il Polo Tecnologico c’è: un paio di edifici, un distaccamento della segreteria didattica e un pugno di ricercatori eccellenti. Tutto il resto… Eeeh.

 

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Guardando la fabbrica, gli spazi quadrati fra una colonna e l’altra sembrano accoppiarsi con le finestre per creare un’inquietante sequela di facce ridenti. La fabbrica se ne fotte, dell’eccellenza. L’eccellenza la fa sbellicare dalle risate. A chi dovesse provare a dirle, timidamente, che è ora di fare spazio al nuovo, la fabbrica risponderebbe con una storia.

Racconterebbe di una notte lontana più di vent’anni, con la spavalda convinzione che quella notte, quelle poche ore consumatesi fra le sue mura, continuino a gettare un’ombra su tutta la ridicola e fragile pretesa del “nuovo”.

È la notte del 2 Giugno 1995. I Carabinieri fanno irruzione in un’ala in disuso della vecchia fabbrica: sfondata la porta, si ritrovano davanti a un uomo completamente nudo al centro di un letto matrimoniale. Le pareti sono drappeggiate con teli neri, all’interno di quell’improvvisato tempio pagano si muovono una decina di persone, nude pure loro. Completano il quadro una lapide spaccata e la giusta manciata di ossa umane e teschi. Stefano Ciurli, 47 anni, sacerdote del misterioso Patar Tuann, canalizza la voce del Dio e parla ai suoi adepti. Preliminarmente, si suppone, suggerendo loro di occuparsi del suo pisello. Il che farebbe ridere, non fosse che stando alle cronache uno degli adepti è una ragazzina di 17 anni.

Nella quiete di una provincia marittima, in pieno inizio di stagione, irrompe così lo scandalo – l’inconcepibile connubio fra pratiche magiche e sessualità, temperato dal conforto che l’inconcepibile viene contemporaneamente esposto e distrutto.

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In Angel Heart, De Niro fa un crossover fra L’Avvocato del Diavolo e Ovosodo.

La setta, i “Fratelli di Patar Tuann”, conterebbe quasi una ventina di membri. Ossa umane e lapidi spaccate suggeriscono una vena non esattamente poetica. Il bollo di “satanisti” sarà pure impreciso ma, tutto sommato, pare adeguato. Nel corso della vicenda giudiziaria, però, l’orrore mistico si sgonfia in qualcosa di più concreto: vengono fuori un assegno da cento milioni di lire e un’estorsione ai danni di una delle adepte, l’unico vero reato per cui il Ciurli finisce poi condannato a scontare sei anni di prigione; all’esito di un processo le cui perizie psichiatriche, peraltro, suggeriscono che lui sia tutt’altro che matto. Insomma, il tutto si riduce a questo. Fuori i soldi, o Patar Tuann si incazza. Questo si dovrebbe rispondere, alla fabbrica: tutte cazzate, l’ennesima Vanna Marchi ante-litteram, altro che ombre, altro che storia. Al che la fabbrica suggerirebbe di farsi un giro: prima su Internet, poi per la città. Di capire cosa intende, quando parla di persistenza.

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“Guarda, una cosa è sicura: a Cecina è svariati anni che c’è qualcosa di strano”. Questa frase viene fuori quasi per caso, in una conversazione qualunque di un giorno primaverile. E in salse più o meno diverse me la sento ripetere da ogni residente con cui parlo. Si mormora di Satanismo, di una realtà occulta che va avanti da anni. A furia di chiacchiere rimbalzo fino ad Andrea e alla sua storia di prima mano, vissuta quasi otto anni dopo gli eventi di Patar Tuann. “È sempre stato così, da che ricordi. Quando ero piccino c’erano dei ragazzi più grandi che la sera andavano a spiare la gente che faceva ‘i rituali’ allo zuccherificio, qualunque cosa volesse dire… Una volta ho trovato dei teschi di animale impilati dietro un asilo abbandonato. Tanto per dirtene un paio a caso. Si parla del ’99, o giù di lì. Poi m’è capitata quella storia nell’estate del 2003 e da lì ho cercato di non pensarci più”.

 

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Di nuovo Giugno, di nuovo Cecina. Andrea e i suoi amici giocano nei campi e iniziano a vedere una luce, di notte, sempre nello stesso punto. La mattina i resti di un falò ogni mattina. La storia è confusa, si compone di singoli episodi che Andrea fatica a collocare nel tempo. “C’è stato quello della croce al contrario, poi una volta in cui siamo andati via perché dal quadrato di alberi sono usciti un paio di tizi a guardarci male… Un altro giorno abbiamo trovato questi pezzi di carta con frasi in latino che inneggiavano a Satana. E uno, uguale, me lo sono ritrovato dentro la sella della moto.” Lo interrompo con una supposizione banale: eravate ragazzini. I ragazzini si tirano begli scherzi, a vicenda. “Sì, all’inizio ci ho pensato anche io. Però poi un pomeriggio ero solo a casa e ho sentito dei rumori al piano di sotto, un casino. Quando sono sceso la porta era spalancata, rotta, e l’ingresso era distrutto. Avevano sfasciato tutto, aperto i mobili, fatto un bordello. Avevo amici un po’ teppisti, ma questo era diverso. Nessuno di loro mi avrebbe mai spaccato tutto a quel modo”.

La storia di Andrea sembrerebbe la classica avventura di ogni adolescente, quel genere di evento che si ricorda come il cardine di un’età, ridimensionabile se guardato con occhi adulti; se solo, però, non si componesse di quelle due o tre stranezze di troppo. “Calcola che il tutto si è svolto in circa due settimane. Un pomeriggio in cui eravamo tornati in zona è sbucato un tizio che mi ha preso e mi ha praticamente infilato a forza nella sua macchina. Diceva di abitare lì, nel cascinale nel campo accanto, e che dovevamo smetterla di dar fastidio o ‘sarebbero ricorsi ad altri metodi’. Non m’ero mai cagato sotto tanto. Alla fine mi ha scaricato in città, ho dovuto girare per mezz’ora prima che smettesse di seguirmi. Un paio di notti dopo siamo andati nel campo in dieci, sembravamo i guerrieri della notte, coi bastoni… E ci siamo ritrovati inseguiti da dei cani. Dopo quella volta ci siamo spaventati troppo e abbiamo smesso di andarci”.

 

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Dopo avermi portato nel campo, contro ogni suo suggerimento decido di andare a suonare al campanello del cascinale nel campo confinante. Margherita è una signora compita di una certa età, ha le mani sporche di fango e si scusa: stava lavorando nell’orto. Con lei, un bastardino un po’ zoppo che ci fa un sacco di feste. Margherita abita lì da vent’anni e dice di non avere alcun ricordo di un episodio del genere. “Però sì, qui di cose strane ne succedono… Una volta, qualche anno fa, sono venuti i Carabinieri a chiedermi se sapevo qualcosa di gatti uccisi in zona. Ma si sa, a Cecina è così”.

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Gli aneddoti si cumulano agli episodi di cronaca. Nel 2013, qualcuno entra nel cimitero e gioca a GTA: Spacchiamo Le Lapidi, totalizzando un ragguardevole punteggio di cinquanta. Una ragazzata? Forse. Tre anni dopo, a Castagneto Carducci (una manciata di chilometri a nord), un furto di ostie. Nient’altro.. Che diavolo te ne fai, delle ostie? Sui giornali spuntano professori emeriti: “La Toscana è terra di Satanismo, è cosa nota”. I rapporti del CESNUR (Centro Studi Nuove Religioni) individuano, nella Toscana di fine anni ‘90, almeno un centinaio di sette.

Lorenzo Gasperini è consigliere comunale a Cecina, lavora “presso Matteo Salvini” e fino a non troppo tempo fa su Facebook si descriveva con la frase “Finché ci son donne, vino e chiese c’è speranza”. Dopo l’episodio della lapidi propone una messa riparatoria contro il Satanismo e in tre parole punta il dito contro una città silenziosamente complice di un sottobosco demoniaco: “La realtà del satanismo è ben radicata a Cecina, attraversando diverse classi sociali e diverse fasce anagrafiche: chiunque conosca il tessuto sociale lo sa […] Chi può negare di avere almeno sentito parlare di cosa succedeva dentro l’ex ospedale, o al Paduletto, o sull’Aurelia Nord, dietro il Campo del Sole?”, dice in un’intervista a La Nazione. Due giorni dopo le sue dichiarazioni, i giornalisti del medesimo quotidiano ricevono una segnalazione e trovano una maschera verde a forma di teschio in un campo sperduto di fianco a un provinciale. Un campo uguale a tutti gli altri campi, di fianco a un provinciale uguale a tutti gli altri provinciali. Dieci anni dopo la storia di Andrea, nello stesso identico campo.

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A questo punto della storia sono un Dan Brown fatto e finito. Episodi, aneddoti e coincidenze si intrecciano fino a formare un disegno che vedo solo io. Purtroppo c’è ancora qualche barriera che fatica a cedere: ho letto troppe interviste a Jennifer Crepuscolo per poter ricondurre tutto a un generico “Satanismo”.

Jennifer è la fondatrice di USI – Unione Satanisti Italiani e quando decide di parlare con qualcuno, di solito lo fa per tracciare le linee di demarcazione fra ciò che è Satanismo e ciò che non lo è. Soprattutto, per chiarire il più possibile che messe nere, gatti morti e orge con ostie stantuffate nei genitali sono tutte cose che non hanno niente a che fare con il vero Satanismo, che è più che altro un percorso di illuminazione spirituale non troppo lontano da quello della Chiesa di Satana di Anton LaVey. Tutta quell’altra roba si riconduce al cosiddetto Acidismo, ovvero giovani annoiati che fanno cazzate e si nascondono dietro il dito del Diavolo. Ragazzetti confusi, perlopiù innocui, nel peggiore dei casi criminali fatti e finiti.

 

 

Di tutte queste sottigliezze, però, a Cecina non c’è traccia. Quale che sia la realtà dietro le voci che percorrono la città, le voci ci sono, sono tante e orbitano in maniera compulsiva attorno allo spettro del Satanismo; Satanismo del genere che, a questo punto, dovremmo definire Acido. C’è però una tensione di fondo apparentemente irrisolvibile: se il Satanismo Acido non è altro che un fenomeno occasionale, figlio della noia e quasi mai volto al vero Orrore, come si spiega una convinzione che attraversa vent’anni di tempo e l’intera città? Dietro una voce che ha ormai trasceso il pettegolezzo ed è diventata leggenda, come può esserci una semplice somma di bravate? Per un attimo mi sento come Casaubon, il protagonista del Pendolo di Foucault, in corsa dietro a un mistero di carta. Poi ripenso al racconto di Andrea, alle indagini sui gatti morti, alle lapidi spaccate, le ostie rubate, la maschera da teschio. Ripenso a quegli ignoti venti membri della setta Patar Tuann. Tanti quanti gli anni d’ininterrotta certezza del fatto che a Cecina ci sia qualcosa. La rete di coincidenze mi si stringe addosso. Leggo il messaggio, vedo i punti, sbavo per connetterli. E mi convinco di avere ragione. A Cecina c’è qualcosa. E io devo capire cosa.

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Giulia mi accoglie nel suo negozio di dolciumi – un’isola di colore nel grigio della periferia fiorentina – alle nove e mezza inoltrate. Si scusa della saracinesca mezza abbassata sotto la quale passo quasi carponi: fosse per i clienti, non chiuderebbe mai. Mi fa accomodare su una sedia dall’altra parte del bancone e mi sento come se fossi tornato all’Università; con la differenza che in questo caso qui le domande le faccio io, signorina.

Giulia ha trentun anni anni e un corpo magro, le braccia scoperte ogni tanto le tremano per degli spasmi muscolari, ma salvo questi particolari ha uno sguardo tranquillo e attento, velato di una certa ironia che spunta da dietro il sorriso obliquo. Dice di essere cresciuta in una famiglia piuttosto religiosa e di avere sempre avuto dubbi sulla classica divisione bene-e-male del cattolicesimo. “Sai, stai tanto a sentir dire di questi Angeli e Demoni, ma poi a un certo punto scopri che puoi vederli e che le cose non stanno proprio come te le raccontano, e allora vorresti dire la tua”.

Giulia ha trentun anni, un corpo magro e una diagnosi di schizofrenia con cui è scesa a patti da tempo. “Insomma, che ti devo dire? Se a otto anni vedi i mostri ti tocca imparare a conviverci, altrimenti ne finisci distrutta. Io ho trovato il mio modo.” La conversazione verte sui suoi interessi: la parola “esoterismo”, concordiamo, tende a evocare un universo molto confuso. Il suo campo lo definisce sperimentale, vicino alle correnti sciamaniche e animiste. In parole spicciole, evoca gli spiriti. “Non mi faccio troppi problemi a entrare in contatto con energie Oscure, anche se c’è gente molto più vicina alla Luce che invece ne ha paura”.

Provo a ricondurre il discorso sul lato che mi interessa, quello umano: ma quindi ne esistono, di sette, qui in zona? “Mah, ‘sette’… Ci sono alcune realtà molto piccole, manipoli di quattro o cinque persone che fanno le loro robe in casa per paura di farsi beccare.” E tu, ne hai mai fatto parte? “No, anche perché principalmente sono delle teste di cazzo. Ma non credere, in quest’ambiente la gente sta perlopiù per conto proprio. La maggior parte delle persone che hanno questo tipo di interessi… Insomma, li portano avanti da soli. Io stessa, che credi, non ne parlo con nessuno. Tu mi sei sembrato uno abbastanza aperto di mente, e comunque non fai parte della mia cerchia di frequentazioni, quindi ok. Ma amici, parenti… No. Ho paura”. Del giudizio? Sbuffa. “No. Delle cacce alle streghe”.

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Mi sento come se fossi finito in un volume di Hellblazer.

Per Giulia la magia è tutt’altro che uno scherzo. Non la magia dei David Copperfield o degli Houdini, sia chiaro: piuttosto, quella degli Alan Moore, dei Grant Morrison, di Aleister Crowley e, andando ancora più indietro, di Paracelso. Il legato moderno degli alchimisti seicenteschi, l’oggetto di scherno del Pendolo di Foucault di Eco. Quel complesso universo che su Wikipedia si trova sotto la voce “Occultismo”. Una magia che si compone di candele, sigilli, bastoni, pugnali, infiniti gesti e formule rituali finalizzati a far irrompere lo straordinario nell’ordinario. Un mondo che – peraltro – si nutre anche di realtà complesse e strutturate, dall’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata a Thelema ai gruppi Wiccan: tutte cose che nella vulgata giornalistica finiscono erroneamente sotto l’ampio cappello del Satanismo.

Ufficialmente, nessuna di queste realtà ha “costole” a Cecina. Ciò nonostante mi pongo un dubbio: non sarà che ad alimentare le voci sia stato qualcosa del genere? Occultisti, certo, ma non per forza satanisti. Una realtà organizzata di maghi del ventunesimo secolo, gente che da anni porta avanti le proprie metafisiche empiriche nelle campagne cecinesi, pur senza avere nulla a che fare con Satana. Magari qualche congrega minore, non ufficiale. Un manipolo di Alan Moore di periferia, di colleghi spirituali di Giulia. La teoria mi pare perfetta e gliela propongo: mi permette di risolvere quella tensione di fondo che non riuscivo a spiegarmi, di conciliare l’enormità del si dice con la realtà dei fatti. Anche perché – le dico quasi ridendo, forte della mia netta bipartizione fra Satanisti Illuminati e stronzetti annoiati – possiamo dare per assodato che certi adoratori del Demonio, intenti a sgozzare capre convinti di far piacere Signore Oscuro, non esistano. No?

“Certo che esistono. C’era un gruppo, qui in zona, anche se ora si è spostato… Se ti fai quattro passi sulle colline vicino Volterra, in determinati giorni, trovi i resti dei loro riti. Pentacoli, animali morti, sangue e via dicendo. Non è roba che mi sia mai interessata: ne ho conosciuti alcuni, ma quando hanno iniziato a parlare di bambini morti ho tagliato i ponti. I satanisti, in questo ambito, sono così: gente che non si fa scrupoli. Satana c’entra relativamente, è più che altro una questione di pelo sullo stomaco e di essere a proprio agio con un certo simbolismo violento. Poi la gente può anche chiamarlo ‘satanismo acido’, ma non è che esistano solo il Satanismo spirituale illuminato e i ragazzini annoiati che scrivono 666 sui muri. Di zone grigie ce ne sono tante, soprattutto fra chi si dedica a certe pratiche. Non te le ricordi le Bestie di Satana?”.

Sentirmi dare quella risposta un po’ mi spiazza e un po’ mi terrorizza: che il mostro sia realtà? “Non lo so. Di sette vere e proprie, nella zona di Cecina, non ne conosco. Nemmeno composte da quattro gatti. Anche perché di solito questo genere di gruppi si forma, si disfa, si riforma… È difficile che possa esistere qualcosa di così radicato, in grado di alimentare delle voci per vent’anni”. Si stringe nelle spalle. “E poi parliamoci chiaro, è tutta gente un po’ schizzata. Che razza di organizzazione pensi possano avere?”.

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“Sì, a Cecina è pieno di posti strani. Ma andrebbero un attimo ridimensionati. La Casa Nera, tanto per dirne una”. Il cimitero svolge la medesima funzione della Magona: segnare il confine fra urbano e non urbano.

Dalle vie ordinate che vanno verso il lungomare, in cui si inizia già a sentire la salsedine, basta fare cinquanta metri di strada per ritrovarsi nell’ennesimo sterrato da campagne della Louisiana. Girando intorno al campo santo, io e Giacomo ci ritroviamo di fronte a una casa fatiscente, invisibile in mezzo alla vegetazione. “Ecco, per esempio, questa è la Casa Nera. Luogo di robe indicibili, se credi alle voci. Lì si vede ancora un 666. Comunque, qualche anno fa siamo entrati a dare un occhio. Ci viveva un gruppo di ragazzi di colore, in condizioni allucinanti: un paio di materassi, i mobili marci, manco un sanitario. L’unica cosa indicibile, lì dentro, era la miseria”. Niente rituali Satanici, niente luci notturne? “Qualche luce ci sarà pure stata. Erano neri, mica gatti”.

 

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Sulla strada per il ritorno ci fermiamo di fronte allo zuccherificio. La logica del posto è la stessa della Magona: un’isola di rovine industriali, inaccessibile, che attraversa senza successo mille progetti di riqualificazione. Gli edifici dai muri rossastri, in lontananza, sembrano promettere storie identiche a quelle dell’ex fabbrica. Poco più a nord spiccano un paio di villette in mezzo a un piccolo appezzamento di terra, l’ennesimo progetto edilizio incompiuto. “In quel capannone, lì a destra, fino a qualche anno fa ci dormivano un po’ di senzatetto. Alla fine il degrado ha attirato l’attenzione e li hanno sfollati. Poco distante da qui c’è un parcheggio con dei cassonetti, anche lì andavano a dormirci i senzatetto. Una volta uno s’addormentò in un bidone della Caritas e ci crepò. Vale, come episodio Satanico?”.

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È un bel ritorno alla realtà, brusco ma necessario. Mi fermo, ripenso al Casaubon di Umberto Eco – divorato dal proprio stesso mistero –  e provo a vestire per un attimo i panni del secondo. Cosa ne penserebbe, Umbertone, di tutta questa storia?  Probabilmente metterebbe insieme i pezzi con lucidità. Ripercorrerebbe ogni singolo elemento senza il pregiudizio della rete di connessioni invisibili, e per ogni singolo elemento troverebbe una valida spiegazione alternativa.

Abbandonerebbe il conforto della sensatezza dato dall’esistenza di un filo conduttore, costringendosi a guardare la realtà dei fatti per quello che è: confusa, caotica e spesso priva di logica. E tornerebbe poi alla Magona, all’ex fabbrica di Laterizi e alle facce ridenti di quell’isola vuota.

Capirebbe, Umbertone, quanto può restare impresso nell’immaginario collettivo un episodio meravigliosamente sordido come quello di Patar Tuann. Una storia che contiene i migliori elementi à la Polanski: la minorenne, il carismatico santone, il sacrilegio e l’indicibile perversione. Poco importa quel che succede dopo, nelle noiose aule giudiziarie. La storia vera è la prima, quella i cui elementi-chiave restano nascosti: chi è Patar Tuann? Cosa facevano, nei loro incontri, quelli della setta? Perché? Posso immaginare i residenti che bisbigliano fra loro per giorni, nella calura estiva di quell’estate del 1995, grattando con soddisfazione la crosta scoperta dello scandalo. Dando vita a una storia che ai piccini appare ancora più spaventosa.

È un seme. Una volta gettato, germoglia ogni qual volta emerga un evento dalla lettura ambivalente. Cinquanta lapidi spaccate, nella noia provinciale di paese, rischiano di essere solo la deprimente prova di una generazione senza orizzonti. Ma se entrano a far parte di qualcos’altro, di un si dice, diventano un brivido. La conferma che sotto gli strati della banalità si celi qualcosa: certo che hanno spaccato le lapidi. Perché a Cecina c’è qualcosa, e sono anni che lo sappiamo. Ecco spiegate le voci, ecco spiegata la trama: profezia auto-avverante con un ben preciso punto d’origine, il prodotto di un annoiato inconscio collettivo che – piuttosto che tendere verso la solita luce – preferisce guardare nel buio, e godere di quel brividino che gli dà immaginarlo pieno di terrori. Un piacere che mette insieme il fascino del gombloddo con quello dell’Orrore, lo stesso connubio alla base del successo di True Detective.

È questa la spiegazione che darebbe Umbertone, probabilmente. Mi farebbe pat-pat sulla spalla, allo stesso modo in cui (se avesse potuto) avrebbe fatto con Casaubon, suggerendomi la ritirata prima che il Piano diventi vero. Mi ricorderebbe che, alla fine dei fatti, della cosa ne so quanto prima. Con una certa malignità, mi direbbe che cavalcare l’onda di certi si dice è atteggiamento più consono a chi voglia far politica; forse oserebbe anche suggerirmi di guardare in quella direzione, di provare a intravedere la rete (più vera e manco troppo nascosta) che collega voci, opportunismo e intolleranza.

Le mie legittime obiezioni – e la storia di Andrea? E le ostie? E quel campo sperduto, le coincidenze? – lo farebbero sorridere, costringendolo a darmi il benservito definitivo. Ma non lo vedi, mi direbbe, che ci sei cascato anche tu?

 

Foto dell’autore.