Foto: Wikicommons.
Commenti

A mi me piaxe el règbi

Indagine sull'inspiegabile rapporto tra rugby e Veneto.

 

Il rugby globale presenta una geografia generalmente confusa, lacunosa, aggrovigliata. Nel suo paese natale, l’Inghilterra, lo sport è diffuso a sud, col nord ripiegato sulla variante a 13, più violenta e meglio remunerata (il Rugby Union, quello a 15, ha riconosciuto il professionismo soltanto nel 1995). In Francia è ancora il meridione a dominare, con un seguito decisamente superiore al calcio tra Tolone, Tolosa e Montpellier. Ci si ferma lì, con le enclavi di Clermont e Parigi a perfezionare un’ideale “L” della palla ovale immersa in un territorio invece prepotentemente calciofilo. In Sud Africa è stato tradizionalmente lo sport dei bianchi, in massima parte boeri, e questo dato lo confina a poche aree geografiche e anzi a pochi quartieri all’interno di quelle stesse aree. E ancora l’Argentina (dove domina il triangolo Buenos Aires-Rosario-Cordoba), l’Australia, l’Irlanda, il Galles… Probabilmente solo la Nuova Zelanda conosce una certa omogeneità, agevolata in questo dal misticismo che circonda gli All Blacks.

L’Italia, all’interno di questa tendenza, non fa eccezione. Qui il rugby si è diffuso in certe città e certe regioni, conoscendo un vasto disinteresse, invece, nella maggior parte delle altre. Il rugby nostrano è fatto di piccoli, fumosi centri lombardi (Calvisano, Viadana, Brescia) e altre macchie come Noceto (Emilia), Livorno, Roma, L’Aquila… E poi c’è lui: il Veneto.

rugby_rovigo_1951-crop

Il Rugby Rovigo (12 scudetti vinti) nel 1951/ Wikicommons.

Il Veneto, che negli ultimi cinquant’anni si è aggiudicato 33 scudetti tra le sole Padova, Rovigo e Treviso (66% del totale su un territorio che, in macchina o in treno, si gira da parte a parte in un’ora e venti); il Veneto da seimila giocatori tesserati nella sola provincia di Treviso (meno di 900 mila abitanti) contro i diecimila di quella di Roma (tre milioni e mezzo di abitanti); il Veneto del record di spettatori dello scorso anno allo Stadio Euganeo per il Test Match, l’amichevole tra Italia e Sud Africa, nello stesso stadio in cui negli anni hanno giocato il Milan di Maldini, la Juve di Del Piero, l’Inter di Figo.

Il Veneto, insomma.

Ma perché il Veneto?

È una questione irrisolta che anima da tempo i (ristretti) circoli della palla ovale. Perché il Veneto e non la Liguria, non il Piemonte, non la Campania? Cosa rende questa regione speciale, dal punto di vista rugbistico?

Vittorio Munari, pluriscudettato allenatore, dirigente e telecronista, ha provato a rispondere chiamando in causa le peculiarità del territorio: “Il Veneto è una regione dagli spazi limitati, fatta di tanti piccoli paesi e alcune città medie molto vicine tra loro. Penso che [il rugby] abbia sfondato qui proprio per questo motivo, perché è uno sport di carattere sociale, che si nutre di un marcato e costante bisogno di condivisione. […] Può essere che abbia sfondato qui proprio per questo, perché la conformazione del suo territorio era adatta alla sua diffusione. Probabilmente per imporsi nelle grandi città ha invece bisogno del sostegno dei grandi media” (estratto da Rugbyland, di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini, Edizioni BeccoGiallo).

rugby_treviso_1956-crop

Il Rugby Treviso (15 scudetti vinti) nel 1956/ Wikicommons.

Ne sa qualcosa anche Wayne Smith, ex degli All Black passato per Casale, piccola squadra del trevigiano, verso la fine degli anni ottanta – un po’ come se Cruijff fosse andato a giocare al Varese dopo il mondiale del ’74, per intenderci. Oggi è l’allenatore-guru dei neozelandesi trionfatori delle ultime due edizioni iridate e, seduto nella hall di un albergo di Buenos Aires, alla vigilia dell’ultima sfida con l’Argentina, risponde: “Sono un appassionato del rugby veneto. Il padre di mio cognato era a Monte Cassino durante la guerra e, dopo, a Trieste. Lui mi ha parlato sempre dei patrioti del Veneto (e dell’Italia settentrionale). Erano contadini, duri, coraggiosi e leali. Secondo me questi sono i valori del rugby, e forse i veneti sono più portati al rugby perché sono nati da questa linea, da persone con il coraggio di combattere per la loro terra e le loro famiglie, sotto disagio e condizioni molto difficili, terribili direi”.

Per Elvis Lucchese, giornalista sportivo e grande conoscitore della storia rugbistica italiana, la questione fondamentale risiede invece nel “paradosso originario del rugby, sport che nasce all’interno di élite aristocratiche ma che presto si diffonde negli strati meno abbienti, nella working class, grazie soprattutto alle sue caratteristiche intrinseche di brutalità”. È così dunque che in Veneto, regione in cui gli strati sociali più bassi risultavano nel dopoguerra largamente maggioritari, che il rugby è riuscito a emergere e a imporsi anzi come sport di riferimento.

Queste interpretazioni sono forse condivisibili, ragionate, fondate su dati materiali e riscontrabili e certificati. Eppure secondo me non risolvono in maniera definitiva la disputa. Se è una questione di territorio, di piccoli paesi e piccole città perché non è stato lo stesso per, che ne so, la Toscana, o le Marche, o il Trentino? Se è questione di carattere, perché non nel Friuli, che della laboriosità veneta condivide la mitologia? Se è questione di diffusione negli strati contadini e operai, perché non in Emilia Romagna, in Piemonte, in Campania?

C’è poi l’ipotesi più controversa, e che giustifica la singolare popolarità del rugby in Veneto per via linguistica. Nel senso: di recente ho discusso con un amico, studente di filosofia, dell’ipotesi di come la lingua sia l’espressione dello spirito di un popolo, e di come sia proprio la lingua a servirsi del popolo che la parla (e non viceversa). E quindi, se si potesse applicare questo principio anche al rugby?

rugby_petrarca_padova_1951-crop

Il Petrarca Rugby Padova (12 scudetti vinti) nel 1951/ Wikicommons.

Facciamo una prova. La classifica ufficiale (fonte: World Rugby) delle prime dieci nazionali di Rugby Union (rugby a 15) comprende: Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Inghilterra, Galles, Irlanda, Scozia, Fiji, Francia, Argentina. Quella (fonte: Hsbc Seven Series) del Rugby Seven (rugby a 7, la variante giocata alle ultime Olimpiadi) comprende: Fiji, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, Usa, Kenya, Inghilterra, Samoa, Scozia, Argentina (la Francia è undicesima). Come avrete notato, in entrambe le classifiche compaiono quasi esclusivamente nazionali di lingua inglese, con le uniche eccezioni di Francia e Argentina.

A quel punto uno si chiede: non è che, stando all’interpretazione di cui sopra, i paesi di lingua inglese sono agevolati nel gioco del rugby?

Dopodiché uno si chiede anche: se così è, il Veneto che c’entra? In fondo qui mica parliamo inglese.

Solo che forse non lo sapete, ma ecco: nel proprio vocabolario, il veneto contempla termini vicini alla lingua del Bardo tipo criare (urlare, piangere, da cry. Certo, l’etimologia è latina ma non sottilizziamo) e già nel Settecento Marco Pezzo, nel suo Dei Cimbri, veronesi e vicentini, affermava sicuro: “E sappiam noi che nella Gozia […] e nelle Isole Britanniche generalmente intendono questo nostro parlare, avegnacché abbian di lui differente dialetto”. Il che significa più o meno che se a Londra parlate in trevigiano stretto, gli inglesi vi capiscono (provate e poi diteci). E che se tra Padova, Rovigo e dintorni il rugby tira tanto, forse è proprio per via dell’atavico ricordo sassone. Forse.