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Storia di condottieri, editti fascisti, e piadine

Il mistero tutto romagnolo del Rubicone, il fiume (o rigagnolo) varcato da Giulio Cesare al grido di “il dado è tratto”.

 

Sono nato e cresciuto in un paesello di campagna chiamato Calisese. È una piccola frazione del cesenate, l’ultima prima delle cittadine collinari al di là della valle del Savio. Devo ammettere che non è esattamente una terra granché eccitante, ma ci sono davvero posti molto peggiori.

Anzi, quando ero bambino era davvero un bel paese: c’erano tre bar e due campi da calcio di cui uno con la rete nelle porte (lo usava la Polisportiva). C’erano i negozi di alimentari, i frutta e verdura, due parrucchiere, una cartoleria, la pizzeria, la merceria, due pompe di benzina, il tabaccaio, più tardi aprì anche una gelateria. Gran parte dell’economia del posto era legata all’agricoltura: i campi attorno al paese, i magazzini della frutta, la segheria e un’azienda che nel paese tutti chiamavano “la fabbrica dei pomodori”, una definizione che mi portava a pensare che i pomodori fossero costruiti tramite lo stesso immaginifico processo industriale che generava i Tegolini del Mulino Bianco.

Dicevo, un paradiso in terra. Anche oggi, con l’agricoltura in ginocchio e il monopolio dei grandi gruppi, d’estate i contadini scendono dai campi col trattore e le cassetta di frutta, e la regalano ad amici e parenti in giro per il paese. Così anche se non possiedi un lotto di terra, hai la tua possibilità di fare indigestione di frutti locali a costo zero. La tassonomia del posto divide le pesche in “pesche col pelo” e “pesche zenza pelo” (esatto, con la Z al posto della S), con una specie di zenith culturale nel momento in cui arrivava la cosiddetta Bella di Cesena, una varietà locale a pasta bianca dolcissima e tenerissima.

Prima di essere colpito da modestissimi fenomeni di gentrificazione e immigrazione, il paese era composto per almeno l’80% da famiglie patriarcali che seguono linee genealogiche rigidissime e ultra-consolidate nel tempo. Emancipazione femminile, manco a parlarne: la madre finiva il turno alla fabbrica dei pomodori e si metteva a impastare la piadina da mangiare la sera. Se sei maschio comporta enormi vantaggi, se sei femmina comporta tanto lavoro, ma d’altra parte quale gioia è più grande del guardare i visi soddisfatti delle persone mangiare la piadina che tu hai impastato? Risposta: guardare i visi soddisfatti delle persone mangiare la piadina che tu hai impastato e sparecchiare la tavola una volta finito.

Calisese è il tipico paesino romagnolo, forse appena un po’ meno comunista e più cattolico di quelli che lo circondano.

Chiosa: se non siete di qui, e non siete mai stati a casa di uno di noi, non avete mai mangiato la piadina. Lo so, credete di averlo fatto, ma quello che avete fatto è stato COMPRARE una cosa che – per via di una serie di sviste e bieche manovre commerciali – vi è stata venduta come “piadina romagnola”. Il principale problema della vera piadina però, è che va cotta appena impastata, quindi non è possibile venderla in una struttura commerciale – chessò, un chiosco – a meno di non modificare la ricetta. Non mi sono mai interessato da vicino alla questione, ma di fatto può capitare che una madre di famiglia (azdora, nel dialetto locale) bravissima a fare la piadina, sia costretta a frequentare un corso professionale per imparare a fare una piadina molto peggiore della sua ma, ehm, vendibile.

Ma sto andando fuori tema, scusate. Volevo dire, insomma, che Calisese è il tipico paesino romagnolo, forse appena un po’ meno comunista e più cattolico di quelli che lo circondano. Percorrendo le vie striminzite del paese, quasi tutte chiamate col nome di cittadine del Lazio (Formia, Mentana, Vetralla, Orte ecc), non si sente il peso dell’enorme eredità storica che ci è toccata in sorte. Perché è proprio qui, sulle rive del torrentello che la bagna, che il 10 gennaio del 49 a.c. avvenne uno degli eventi che cambiarono per sempre la storia DEL MONDO.

È stato qui infatti che un senatore romano di nome Gaio Giulio Cesare, alla fine delle Guerre Galliche, decise di dichiarare guerra al Senato di Roma. Pronunciando le parole Alea Iacta Est (“il dado è tratto”) valicò quel torrente, chiamato Rubicone, che segnava il confine tra la repubblica di Roma e le Province. Da questa azione scoppiò la guerra che avrebbe portato all’annientamento di Pompeo, decretato la fine della Repubblica, dato inizio alla gloriosa stagione dell’Impero Romano e cambiato per sempre il volto del Vecchio Continente.

Vi siete mai chiesti dove fosse il Rubicone di preciso? Beh, è stato sotto i miei piedi per tutta l’adolescenza. Parte tutto da qui, dal rigagnolo che abbiamo sotto casa nostra, che attraversavamo tutti i giorni per andare a giocare a pallone, tra amici o con la Polisportiva Rubicone. Non è emozionante sapere che ogni giorno ti trovi a calpestare con nonchalance lo stesso fazzoletto di terra dove è avvenuto il singolo episodio storico più importante mai avvenuto in Italia? Lo è, ve lo dico io.

Tranne che purtroppo, per la geografia ufficiale, non è così. Per la geografia ufficiale, a nemmeno 10 km da Calisese c’è una cittadina chiamata Savignano sul Rubicone, bagnata da un fiume che, pur non essendo quel che passa da Calisese, è chiamato Rubicone pure lui. Come può essere? Se chiedevi a qualunque abitante di Calisese il nome del fiume dietro casa, ti rispondeva “Rubicone”. Credo lo facciano ancora oggi, anche se il livello di tensione sociale s’è alzato un bel po’ da allora e io di fare domande ad alta voce ai miei compaesani non m’arrischio più. Ma voglio dire, non è che ci siamo messi d’accordo tra di noi.

I pretendenti al titolo di Rubicone sono principalmente due: il Pisciatello e il Fiumicino, due fiumi la cui portata è intuibile fin dal nome.

La storia di come sia successo tutto il casino me la raccontò per la prima volta la maestra Giorgina, verso la terza elementare. A quei tempi le fonti erano quelle che erano, ma la Giorgina sapeva fare il suo lavoro. Nella prima versione della storia che ho sentito, messa insieme tramite ricerche su enciclopedie e libri a tema (probabilmente un po’ capziosi), il Rubicone era sempre stato pacificamente identificato come quello che passa sotto il ponte vicino alla chiesa di Calisese. Poi era arrivato Mussolini, il quale aveva deciso – senza alcuna base storica, ma questo era il suo tratto, lo sapete – che il Rubicone in realtà era quello che passava da Savignano. Perché? Non saprei dirlo. Forse Calisese era troppo piccola e tranquilla per portare sulle spalle il peso della Storia, o magari il Duce doveva un favore a qualche amico.

Ci sono anche altri motivi, un pelo meno complottisti. Pochi anni dopo il passaggio di Cesare la Gallia Cisalpina venne annessa al territorio di Roma, e contestualmente il Rubicone smise di avere la sua importanza strategica, diventando d’improvviso il rigagnolo che probabilmente già era prima di allora. Per un discreto numero di secoli a nessuno fregò niente di sapere quale fosse esattamente il fiume valicato da Cesare; e quando l’interesse per la cosa andò a riaccendersi, la Romagna aveva conosciuto così tanti cambiamenti climatici e modifiche territoriali da far sì che l’identificazione del punto esatto per cui Cesare era passato fosse quasi impossibile.

La disputa, suppongo, nacque così: l’affastellarsi di un carteggio e dell’altro alla ricerca del corso originale di un minuscolo bacino d’acqua. I pretendenti al titolo di Rubicone sono principalmente due: il Pisciatello e il Fiumicino, due fiumi la cui portata è intuibile fin dal nome. Nascono uno vicino all’altro, dalle parti di Sogliano, ma si sviluppano separatamente e sfociano a chilometri di distanza. Il Pisciatello (il Rubicone che ho conosciuto io) attraversa la valle accanto a Sorrivoli, scende giù, lambisce territori montianesi e passa da Calisese prima di unirsi alla Rigossa e sfociare nell’Adriatico. Il Fiumicino (il Rubicone “ufficiale”) attraversa dalla parte opposta e arriva a Savignano di Romagna, per poi unirsi agli altri fiumi e sfociare nell’Adriatico. Dal 1933, per decreto di Benito Mussolini a chiusura della faccenda, Savignano di Romagna si chiama Savignano sul Rubicone.

Quella dei fiumi e delle sorgenti era una specie di ossessione del Duce. Originario di Predappio e patologicamente intenzionato a dar lustro alla propria terra di origine, nel 1923 aveva deliberato a favore di una modifica dei confini tra la provincia di Arezzo e quella di Forlì, così da fare in modo che il Monte Fumaiolo (e quindi la sorgente del Tevere) fosse incluso all’interno della seconda. Ovviamente se la smartassness mussoliniana l’ha perfino reso capace di prendersi dei toscani in casa, solo per fare il grosso col resto d’Italia, al confronto la delibera sul Rubicone è quasi un atto dimesso. Poco più che un colpo di mano, giusto per sanare un conflitto interno di cui in fondo importava quasi solo a lui, ed evitare che qualche buzzurro dei lidi nord (ravennati e gente simile) s’infilasse a sproposito.

Il dibattito poi è abbastanza noioso, e sicuramente difficile da seguire. Ci sono numerose fonti, disseminate in carte e carteggi, che coprono una ventina di secoli e possono essere usate a sostegno di una teoria o dell’altra; ad esempio ci sono carte antiche che mettono il Rubicone a sud di San Giovanni in Compito, un paesino sulla Via Emilia composto di quattro case e un bar/trattoria aperto a pranzo – dove immagino un Giulio Cesare quanto mai Gaio si sia fermato a suo tempo per una tagliatella e una fiaschetta di sangio – e quindi in territorio savignanese. Al contempo ci sono nomi dialettali del Pisciatello che fanno pensare che in antichità si chiamasse Rubicone, documenti che lo certificano, eccetera. A Calisese esiste persino un’associazione che si occupa esclusivamente di questa cosa, si chiamano Urgonauti come quelli di Giasone ma con la U per via del nome dialettale del Rubicone (Urgòn).

Gli elementi per una buona storia, qui, ci sono tutti: un evento di portata secolare, un condottiero leggendario, un editto fascista, una vittoria mutilata, la piadina col salame e il miglior vino al mondo

Insomma, passeggiamo per le vie del mio paese, ironicamente intitolate a città del Lazio, e respiriamo la leggenda. Una delle vie più importanti in realtà si chiama Malanotte, in tributo alla leggenda della mala notte, un racconto che ho ascoltato in almeno cinque forme completamente diverse tra loro, tutte riferite ad una notte passata da Cesare nei pressi del Rubicone alla vigilia dello scontro con il Senato (pare che ci fu una piccola battaglia che lo vide protagonista, o una piccola battaglia in cui fu ucciso uno dei suoi centurioni e pochi altri membri del suo esercito; oppure fu una notte in cui Cesare ebbe incubi tremendi, o una notte in cui Cesare andò a dormire con la propria madre per la paura, o una notte in cui si accamparono e ci fu un temporale che spinse Cesare a dire “che brutta notte”).

Qualcuno da bambino mi disse che sotto la chiesa di Calisese, una di quelle pievi di campagna costruite nel primo millennio per ospitare i pellegrini, era sepolta la spada di Giulio Cesare: un oggetto che piazzeresti facile a più soldi di una chitarra di Jimi Hendrix, e non riesco davvero a capire perché nessuno si sia mai preso la briga di scavare. Qualche anno fa, comunque, la cittadinanza di Calisese ha avuto un moto d’orgoglio e ha deciso di erigere, in quella che è supposta essere la sorgente dell’Urgone, un cippo a commemorazione della cosa. E nel paese, vicino alla sponda del Rubicone, un busto di Gaio Giulio Cesare in bronzo che è stato spostato di recente vicino al cimitero. A dire il vero credo sia un busto di plastica verniciato in bronzo, ma non lo so per certo.

A nessuno dei miei compaesani, e credo anche a nessun savignanese, frega per davvero della questione. Nessuno ha messo insieme un negozio di souvenir dell’antica Roma, nessuno ha organizzato viaggi guidati lungo il tragitto di due rigagnoli in cui puoi entrare senza gli stivali. Il disinteresse per la questione fa sì che savignanesi e calisesiani non siano mai venuti allo scontro fisico, e ha confinato la disputa alle migliaia di pagine delle pubblicazioni sul vero Rubicone e la leggenda della Mala notte, che sono il core business di svariate case editrici locali. Come credo succeda del resto in tutto il territorio nazionale, per questioni simili, magari meno riconosciute dalla Grande Storia.

Ho letto alcuni di questi libri anche io, naturalmente. E ne ho ricavato poco più che una diffusa sensazione di mirror climbing da una parte e dall’altra. Nessuno ha prove davvero schiaccianti in mano. Forse l’ipotesi savignanese è più credibile, ma non abbastanza da porre fine alla disputa. Non è così importante sapere cos’è accaduto, in fondo: tanto per cominciare, come possiamo davvero essere certi che Cesare abbia davvero pronunciato il dado è tratto? Non possiamo. È un racconto meraviglioso a cui ci piace credere, e come diceva Mark Twain, non si deve permettere alla verità di frapporsi tra noi ed una buona storia. E gli elementi per una buona storia, qui, ci sono tutti: un evento di portata secolare, un mistero che si annoda nei meandri della Storia, un condottiero leggendario, un editto fascista, una vittoria mutilata, la piadina col salame e il miglior vino al mondo. Se posso scegliere, preferisco immaginare natali nobili per me e la mia gente. Ci vedete ridere e scherzare, ma non avete idea di chi siamo veramente: quando è stato il momento abbiamo saputo fornire la cornice più drammatica e seriosa di cui la Grande Storia avesse bisogno.