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Prima i pirati, ora i supermercati

Amarcord psicogeografico tra gli spazi occupati a Roma che non esistono più.

 

Negli anni di maggior espansione del fenomeno – all’incirca la metà degli anni ’90 – Roma contava una trentina di spazi occupati, la maggior parte dei quali si riconosceva nella nota formula CSOA, “centro sociale occupato autogestito”. Era la città con più centri sociali d’Italia, e da quell’esperienza sarebbero nati percorsi di notevole impatto non solo sulla politica e la cultura, ma sull’intero immaginario romano – basti dare un’occhiata a questo documentario del 1994 firmato Paolo Virzì, con l’allora sindaco Francesco Rutelli che parla di “realtà preziosa per la città”.

Pur con tutte le differenze (e le crisi) del caso, i percorsi esplosi oramai un ventennio fa proseguono in buona misura tuttora. Da un paio d’anni a questa parte però, molti di quegli spazi – pubblici o privati – autogestiti per finalità sociali, culturali e politiche, hanno dovuto fare i conti con le politiche cittadine di spending review (che premono per la “valorizzazione economica” degli immobili) e con una prefettura dichiaratamente ostile a qualsivoglia occupazione (l’ultimo sgombero in ordine di tempo è quello dello studentato Point Break al Pigneto). Vista l’aria che tira, ho quindi pensato di tuffarmi su Google Street View e di ripercorrere cosa è accaduto ad alcuni di quegli spazi occupati a partire dagli anni Ottanta nella città di Roma, che però già adesso “non esistono più”.

Ne è uscito un curioso percorso psicogeografico che comincia con la vicenda più nota di tutte, almeno in tempi recenti: quella del Teatro Valle. Occupato nel giugno del 2011, per tre anni è stato uno dei punti di riferimento della cultura indipendente a Roma, con una programmazione serratissima e di livello spesso internazionale. Era inoltre diventato un laboratorio di riflessione sui cosiddetti “beni comuni” che grazie anche alla partecipazione di giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei ha avviato un percorso sperimentale per la costituzione di una Fondazione alternativa al pubblico e al privato. Dopo numerose polemiche e campagne stampa non proprio disinteressate, il Valle è stato rilasciato dagli occupanti nell’estate del 2014 dietro l’assicurazione che il Comune lo avrebbe rapidamente riaperto al pubblico. Due anni dopo, il teatro si presenta dov’è sempre stato – in via del Teatro Valle appunto, pieno centro di Roma – semplicemente chiuso. Nel frattempo, nessun lavoro è stato avviato al suo interno.

 

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Una storia non molto diversa da quella del ex Cinema Horus a Piazza Sempione, giusto all’entrata della città giardino di Montesacro (periferia nord-est). Nato come cinema, l’Horus era stato poi riconvertito a discoteca e locale per concerti, fino alla definitiva chiusura per irregolarità amministrative. Rimasto abbandonato per anni, venne occupato nel 2007 per poi essere sgomberato nel 2008; nuovamente occupato nel 2009, fu prontamente sgomberato per la seconda volta. Oggi, come potete intuire dallo screenshot courtesy of Street View, è ancora uno spazio inutilizzato.

 

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Per trovare una storia diversa possiamo tornare indietro di un ventina d’anni all’occupazione del Cinema Doria, in pieno quartiere Prati (lo stesso della Rai e del Vaticano), avvenuta alla fine degli anni Ottanta. Con il nome di Alice nella Città, l’ex cinema Doria è tornato a vivere come spazio occupato fino al 1991 ospitando mostre, proiezioni, concerti e laboratori per bambini. Alcuni anni dopo lo sgombero è tornato ad essere un cinema (naturalmente multisala).

 

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Tutt’altra sorte quella dello storico centro sociale Hai Visto Quinto?, di nuovo in zona Montesacro (o per essere precisi Conca d’Oro/Prati Fiscali). In passato i locali avevano ospitato un istituto privato professionale – il Sisto V – che poi li abbandonò. Occupato nel marzo 1986 da giovani del quartiere e militanti dell’autonomia operaia, l’Hai Visto Quinto? viene subito sgomberato (e distrutto) per essere rioccupato (e ricostruito) nel febbraio del 1987: appartiene insomma alla generazione storica dei centri sociali romani, quella per capirci del Forte Prenestino. Per il “Sisto” – come veniva più comunemente chiamato – sono passate le battaglie contro l’eroina degli anni ’80 e tante attività rivolte al quartiere (palestra, sala prove musicale, laboratori di formazione…). Tempo dopo sarebbe diventato uno dei principali riferimenti della scena punk hardcore cittadina assieme al Break Out di Primavalle, dall’altra parte della città. Adesso è un supermercato.

 

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Altra occupazione storica fu quella del Blitz, in zona Colli Aniene (periferia est, tra Centocelle e Tiburtino). Nato nel 1986 nei locali di un’ex scuola materna, il Blitz durò una decina d’anni fino a quando non venne in parte abbattuto perché contenente amianto. Al suo posto, oggi non si balla più ai ritmi di punk e ska, ma si tengono corsi di ballo liscio all’interno del rinnovato centro anziani municipale.

 

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Sempre agli anziani sono finiti i locali occupati nel 1999 nella centralissima Via Quattro Novembre – a due passi da Piazza Venezia – dai precari del Rialto Occupato. Oltre alla funzione abitativa e all’attività politica, resta memorabile l’estate sul roof garden con musica jazz e assaggini di falafel. Troppo vicini al Quirinale per essere tollerati,  gli occupanti del Rialto si “spostarono” infine altrove, e per la precisione nel sempre centrale ghetto ebraico. Oggi i locali originari sono utilizzati dall’UPTER, l’Università Popolare della Terza Età.

 

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Le vicende del Centro Sociale La Torre (di nuovo in zona Montesacro-Talenti: da quelle parti ce n’erano parecchi…) negli anni ’90 sono state le più complesse e conflittuali di tutte le occupazioni romane. La prima sede era infatti Villa Farinacci, casale razionalista costruito dal famigerato gerarca fascista distraendo fondi dal ministero dei Lavori Pubblici. Negli anni ’60 divenne una pizzeria poi abbandonata e infine occupata nel giugno del 1994 dando vita a una serie di sgomberi e rioccupazioni che si risolvono solo nel 1997 quando La Torre trasloca nell’attuale sede in Via Bertero. Il restauro della Villa da parte del Comune inizia solo nel 2008 e termina abbastanza rapidamente nel 2010. Da allora però la Villa è ancora vuota, in attesa di trovare un qualche utilizzo pubblico.

 

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Restano praticamente inutilizzati anche gli spazi del locale in Via dei Reti 15 a San Lorenzo, occupati nel 2004 da Esc Atelier Autogestito. Dopo essere stato luogo di incontro e produzione culturale con particolare attenzione alla formazione e alle questioni del precariato, nel 2009 gli occupanti si sono trasferiti qualche centinaia di metri più lontano, in via dei Volsci. Nel frattempo lo spazio in Via dei Reti non sembra aver trovato alcun concreto tipo di utilizzo.

 

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Ancora a San Lorenzo – a Roma, il “quartiere rosso” per eccellenza – Communia era invece un’occupazione con carattere prevalentemente studentesco negli spazi in disuso delle ex Fonderie Bastianelli. Nel 2013 era diventato uno spazio con una sala studio, una mensa, qualche alloggio e tante iniziative culturali. Ora quell’edificio non esiste più, mentre gli occupanti si sono trasferiti nella vicina via dello Scalo di San Lorenzo.

 

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A 30 chilometri in linea d’aria da San Lorenzo, Roma si affaccia sul mare tra le palazzine e il lungomare di Ostia, il quartiere marittimo della capitale. Qui nel 1989, nell’ex mercato rionale che serviva la zona prima del successo degli ipermercati, venne occupato il centro sociale Spaziokamino, per gli amici SPZK – una sigla che negli anni ha acquisito sfumature poco meno che leggendarie. Negli anni ’90 infatti, SPZK divenne il principale tempio della scena rave romana e un punto di riferimento imprescindibile su scala nazionale (e non solo) per tutti gli appassionati di techno e tossine elettronico-musicali. Nel luglio del 1996, i ragazzi di Spaziokamino organizzarono per le vie di Ostia una street parade rimasta storica, e dai suoi locali presero le mosse etichette discografiche, dj, e riviste underground. Il centro sociale venne poi sgomberato nel 2001. Ora è diventato una ludoteca per i bambini della zona.

 

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Un capitolo a parte merita la storia di Pirateria di Porto, in zona Ostiense (semiperiferia sud, a due passi dalla Garbatella). Il nome deriva dalla primigenia occupazione in Via del Porto Fluviale in uno stabile sul Tevere, da tempo abbandonato dalla Capitaneria di Porto. Occupato nell’aprile del 1993, durò quattro mesi in tutto prima dello sgombero in pieno agosto. Diversi anni dopo, diventa una sede dei Vigili del Fuoco.

 

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Nel frattempo gli occupanti si erano trasferiti in luogo non troppo distante: un locale abbandonato in Via Portuense ad un passo dal mercato di Porta Portese. Il nuovo centro sociale cambia quindi nome: da Pirateria di Porto a Pirateria di Porta. Al suo interno, resta memorabile un enorme murales in stile cyberpunk considerato un piccolo capolavoro dell’underground romano, ma anche questo dura poco: i locali vengono infatti rapidamente sgomberati per fare spazio a un supermercato che cambierà insegna un paio di volte. Ora è un Simply.

 

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Per i ragazzi sgomberati da Porta Portese però, non finisce qui. Arriva una nuova occupazione e stavolta è in alcuni piccoli locali presso gli ex Mercati Generali di Via Ostiense, a poche centinaia di metri dall’ex Capitaneria di Porto da cui tutto era cominciato. Siamo ancora nel 1995 e a quel punto si  rinuncia a qualsiasi declinazione del nome: ora è semplicemente Pirateria. Riprendono le iniziative, i concerti punk, e soprattutto la “svolta techno” dovuta anche al sodalizio col già citato Spaziokamino. Le cose durano qualche anno in più, ma lo sgombero arriva comunque nell’estate del 2011, alla fine del “processo di riqualificazione” dell’area e con l’apertura di un ponte in stile pseudo-Calatrava che scavalca la linea ferroviaria Roma-Lido per ricongiungere la Garbatella a Via Ostiense. Per chiarire adeguatamente il messaggio, l’ormai ex Pirateria non solo viene ristrutturata, ma il suo ingresso viene definitivamente murato. E stavolta è davvero l’ultimo atto.

 

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Immagini da Google Street View.