Foto: Michiluzzo/CC.
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Ritorno a Torino

La città sabauda vista da un ex torinese che vive a Londra.

 

1. Se questa fosse una guida turistica degli anni Trenta comincerebbe così: a colpire i sensi del viaggiatore appena sbarcato in Italia sono tre cose, il calore dell’aria, le dimensioni ridotte di banconote e strade e la vaghezza delle parole. Ce n’è una quarta: la dedizione con cui la gente si dedica al rito nazionale del caffè. Mi ci dedico anch’io, nello spazio di transizione del terminal 2 di Malpensa che non è pienamente Italia né altro, come non lo era Luton due ore prima: arrivo da Londra e parlo ancora un misto di inglese, alla ragazza al banco che non capisco come mai mi dia del lei dico “due espressi singoli”. Alle 23:30 stanno chiudendo il bar, una donna ci accompagna alla porta con la scopa in mano. Scritto su un cartello fissato con lo scotch alla porta a vetri leggo: “articolo 4 – assegnazione dei beni del demanio aeronautico”; la vaghezza della lingua.

2. Il giorno dopo entro a Torino dall’autostrada A4 da Milano. Un tipo mi ha detto “in città sono rimasti solo i neri”, e a giudicare da corso Giulio Cesare questo razzista undercover sembra aver ragione: noi stiamo in Barriera di Milano, nella zona residenziale del quartiere dove lo street artist Millo ha dipinto grandi murales sull’intonaco un tempo scrostato di vecchie case popolari; ma appena dietro, nelle traverse di corso Giulio, c’è una devastazione che ricorda piuttosto qualche città africana vista in televisione: parchi polverosi sulle cui panchine gremite giocano bambini, si riposano anziani, dormono alcolizzati.

“Sarà il caldo”, dice Emanuela. Mi chiedo cosa ne penserebbe Micah Johnson, l’uomo di colore che proprio il giorno del nostro rientro ha sparato a Dallas uccidendo cinque poliziotti bianchi, di quest’area interstiziale dove chi scappa dall’Africa si trova a fluttuare per mesi o anche per anni in attesa di scomparire legalmente nel momento in cui l’ultimo appello di asilo politico viene rifiutato: qui la polizia i neri non li tocca perché nemmeno ne riconosce l’esistenza. A fare eco ai miei pensieri è una scritta enorme sul muro della via laterale dove parcheggio che dice: “PIÙ SBIRRI MORTI” – ma questa sono sicuro che l’ha scritta qualche bianco privilegiato.

3. Invece di privilegi non ne ha l’anonimo quattordicenne a cui è rivolto il cartellone che vedo un’ora dopo su corso Re Umberto. Dice: “Dopo la terza media il tuo futuro in edilizia”. Nell’immagine c’è un ragazzino giovanissimo che manovra una ruspa. Ogni volta che torno a Torino mi stupisco di quanto siano fermi i cantieri: cosa costruisce questo ragazzino con la sua ruspa, e per conto di chi?

4. Anche perché la quinta cosa che colpisce l’occhio dell’abitante di una città nordeuropea mentre guida con o senza meta per le strade di Torino, è la maniera in cui pochi edifici moderni emergono senza preavviso e senza coerenza da un paesaggio uniforme di palazzi ottocenteschi e di palazzine costruite durante il boom degli anni Sessanta. Qui la modernità è un’anomalia, qualcosa di cui non andare troppo fieri, un ammasso di cellule impazzite solidificate nella forma di un’aberrante rottura nel paesaggio.

La nuova sede ancora in costruzione della Lavazza in largo Brescia, non distante dal vecchio edificio di corso Novara, taglia in due una superficie piatta di case a quattro piani color tortora con le sue forme ondulate grigio antracite. Il grattacielo della Regione appare come una visione a chi svolti da corso Regina Margherita su corso Cairoli con l’obiettivo di un aperitivo in piazza Vittorio: in lontananza turba un cielo altrimenti immacolato come un fungo atomico che sboccia a rallentatore. Il risultato è che le zone più autenticamente moderne della città sono quelle dove nessuna comunità si è sentita in dovere di lottare per conservare la memoria del tessuto urbano e ha lasciato che le ruspe radessero al suolo e ricostruissero senza pietà, come il complesso edilizio di Spina 4 o la grande rotonda del Gigante in via Cigna: circonvallazioni, centri commerciali, aree verdi, un Lidl dall’architettura postmoderna.

Questa città sembra indecisa sul proprio futuro e stanca del proprio passato: nell’incertezza prolifera in maniera disordinata, a buchi, sempre un po’ sull’orlo della disgregazione.

Non distante hanno aperto il nuovo museo dedicato a Ettore Fico, uno spazio espositivo dalle forme astratte e quasi bidimensionali, ma poche centinaia di metri più a nord, nel piazzale antistante lo Spazio 211, c’è un enorme banco di frutta che vende solo angurie. Accosto, affascinato dalla quantità di frutti che si ammassano l’uno sopra l’altro, ce ne saranno centinaia e hanno dimensioni irreali che suggeriscono climi più caldi. Chiedo quanto costano al chilo: fatico a capire la risposta urlata in un misto di italiano e pugliese. Questa città sembra indecisa sul proprio futuro e stanca del proprio passato: nell’incertezza prolifera in maniera disordinata, a buchi, sempre un po’ sull’orlo della disgregazione.

5. Il passato: Antonio, siciliano arrivato a Torino negli anni Sessanta e sindacalista per quarant’anni, mi dice che in Barriera di Milano, un tempo quartiere saldamente nelle mani del Partito Comunista, non esiste più movimentazione politica: “È tutto sommerso, non si vede più niente”. I vecchi membri del partito, quelli che come lui appartengono alla generazione dei baby boomers, si sono stancati; le generazioni successive non sono mai arrivate, trascinate alla deriva dalle spinte centripete dell’ecologismo, delle nuove sinistre e dei movimenti trasversali come il gay pride o Occupy. “Una volta”, dice, “prendevo un terzo dei voti perché tutti mi conoscevano, ora non conosco più nessuno”. Storia personale e storia politica si fondono, ma provo lo stesso un’analisi sociologica: “Forse sarà per via degli immigrati, ai ghanesi e ai profughi siriani importa poco della politica italiana…”. Mi dice che negli anni Novanta alle riunioni arrivavano i primi libici e senegalesi, poi c’è stata la grande transizione al berlusconismo e sono tutti scomparsi, “si sono messi in coda anche loro per le audizioni dei reality show”.

6. Ho ripensato a quello che diceva Antonio sui tempi della grande Torino mentre prendevo il caffè sul terrazzo di un’amica che ha appena avuto il primo figlio: i genitori le hanno comprato un appartamento enorme su corso Unione Sovietica, lei cerca lavoro da quando la conosco ma dice che “finalmente in gravidanza ho avuto il tempo di leggere Knausgård”. Ora il bambino sta nella piscinetta gonfiabile, in questo clima da paese mediorientale, mentre sullo sfondo la grande fabbrica della Fiat è vuota e silenziosa – e io tengo per me tutte le osservazioni che mi vengono in mente su famiglie e battaglie.

7. “Questi vogliono riqualificare le periferie”, mi ha detto di nuovo il mio amico, “ma non hanno nemmeno più i soldi per tagliare le piante”. Si riferisce alla nuova sindaca del Movimento 5 Stelle la cui vittoria ha interrotto 23 anni di governo della sinistra. Senza dubbio il mio anonimo interlocutore ha ragione: in corso Dante le cime degli alberi sono così vicine che si toccano, trasformando il viale in un tunnel verde che come in una fiaba un po’ troppo prosaica conduce al cavalcavia e poi al Carrefour. Su corso Tortona, dove ci fermiamo con i finestrini dell’auto spalancati, l’erba degli spartitraffico arriva all’altezza degli specchietti retrovisori; e poi più tardi, quando torniamo verso nord, Emanuela dice: “Qui dovevano farci l’ecomuseo, poi doveva passarci la metropolitana, chissà che fine hanno fatto i progetti”.

Si riferisce alla ferrovia dismessa verso l’ex stazione Vanchiglia, chiusa nel 1996 e negli anni 2000 al centro di un progetto di trasformazione di Barriera di Milano che si è realizzato solo a strappi grazie all’azione di singole entità e associazioni, come succede spesso in Italia. Nel percorso della ferrovia c’è un campionario di piante selvatiche tanto fitto da non far nemmeno intravedere il fondo: in vent’anni hanno fatto in tempo a crescere veri e propri alberi con tronchi di 30 centimetri di diametro. Ma la vera sorpresa, quella sera, è il Po: sulla superficie si è diffusa un’alga grassa, bulbosa, dall’aspetto alieno. L’acqua è praticamente ferma, il fiume non sembra scorrere più. Ora che hanno chiuso i locali dei Murazzi la passeggiata sul lungofiume è tranquilla, sembra di camminare tranquillamente sulle rive di un corso d’acqua su un pianeta fuori dal sistema solare – oppure se questo è lo stesso scenario delle mie notti universitarie devo credere che siano passati diversi secoli, non dieci anni. E invece.

8. Dai panorami naturali a quelli artificiali, mentre bevo uno spritz in piazza Santa Giulia, onorando un rito della mia archeologia personale, cerco di definire insieme a Emanuela l’unicum della torinesità nell’abbigliamento, guardandomi intorno nella piazza gremita di trenta-quaratantenni: “C’è un tratto distintivo, qualcosa di inconfondibile, ma non riesco ad afferrarlo né tantomeno a esprimerlo. Una severità forse… un certo sussiego, gli uomini ad esempio hanno barbe giudicanti, tendono tutti idealmente alla barba di Goffredo Fofi. Sono sicuramente di sinistra, tutti quanti, se dovessi azzardare una percentuale direi il 99%, quelli di destra non escono la sera, vanno solo al centro commerciale o tuttalpiù in piazza Vittorio ma qui non ci vengono. Anche se votano Grillo a questi Einaudi gli ha forgiato l’anima, il fatto è che tutti hanno una stima malata dei propri genitori naturali e spirituali… Lo vedi quante donne di trent’anni si vedono a passeggio con le proprie madri, le madri con le gonne lunghe di tipo indiano, entrambe con la borsa di tela environmentally friendly e la sciarpina, qui la sciarpina va tantissimo tra gli uomini e le donne, è l’estetica piemontese del foulard riadattata all’epoca della post-distinzione tra i sessi…”.

“Stai divagando”, mi interrompe Emanuela, “parlavi della moda”. “Hai ragione”, concordo, “partiamo dai tratti comuni. Allora, ci sono un sacco di collane di tipo tribale o industriale, l’idea è sempre quella di una cosa semplice, povera e un po’ aggressiva che ricorda l’estetica techno o da centro sociale. Poi c’è un sacco di nero: il nero è senza dubbio il colore dominante a Torino, per dire in che città allegra abbiamo deciso di passare i nostri vent’anni. Però tutto questo sai che è vero fino a un certo punto, cioè questa è gente che a un rave non ci è mai andata, fanno le compere in piccole boutique che hanno cose praticamente uniche, anche se alla fine si assomigliano tutte”.

La verità è che l’unicum torinese ancora una volta sfugge alla mia capacità descrittiva.

“Cose semplici ma raffinate”, commenta Emanuela, “sarà pure una canottierina ma viene da Parigi”, e in effetti la corsia preferenziale con la Francia è esplicitata anche dal look della gente e non solo dalle “piazze che ricordano Parigi” e dal “lungopo che è come il lungosenna” o dai palazzi barocchi.  Ma la verità è che l’unicum torinese ancora una volta sfugge alla mia capacità descrittiva.

9. Per fortuna l’estate livella tutti e mortifica le ansie di adeguamento sociale: al di sotto della moda riemerge il fantasma nazionale di Fantozzi e nelle periferie gli uomini sopra i 40 girano tutti in canottiera e pantaloncini corti, trascinando le ciabatte dall’ombra di un giardinetto all’altra. La nemesi torinese del new normal è FACIT, che mi ero scordato finché non mi si para davanti sulla grande rotonda di via Cervino: con le sue maglie girocollo color grigio chiaro FACIT è l’equivalente nella moda dell’acqua e menta poco carica o del fontal al posto della fontina, lo sforzo collettivo e secolare di una città per eliminare dal mondo gli estremi. E infatti nelle recensioni online del negozio nessuno dà 1 o 5 stelle, tutti da 2 a 4: lo slogan potrebbe essere “Chi compra FACIT recensisce FACIT”, invece per fortuna non c’è nessuno slogan e il negozio, visto che è domenica, è chiuso.

10. Invece a comunicare un senso del tutto opposto di apertura è la sesta cosa che colpisce l’attenzione del visitatore straniero, soprattutto se nordico, che si trovasse a passare una notte d’estate a Torino e come Walter Benjamin a Marsiglia sotto l’effetto dell’hashish decidesse di lasciarsi trasportare lungo le linee della psicogeografia urbana seguendo i propri appetiti.

Con ogni probabilità arriverebbe al parco del Valentino, dove le sue aspettative di una città fredda e razionalista, industriale ed einaudiana, andrebbero a scontrarsi contro il dionisiaco caos di suoni di bonghi, cosce femminili e fumo di sigarette. Il visitatore nordico a questo punto dovrebbe dimenticare le raffinatezze dell’architettura e della cucina, i cortili barocchi e il cioccolato gianduia, e inserirsi in un flusso vitale nel quale si coltiva l’arte tipicamente italiana di uscire, imperativo sociale che si autoalimenta nei crocchi di persone che passano tanto tempo a salutarsi prima di tornare a casa, ché il salutarsi è parte fondamentale del loro uscire.

Si sta fuori per un residuo di quella vita comunitaria tipica dei paesi caldi che sempre Bejamin ha definito “porosità” e che è una spinta centrifuga rispetto al funzionalismo atomistico del capitalismo avanzato. In questa organica volontà di fusione che ricorda il radicarsi e l’espandersi delle muffe e dei licheni, piante umide che crescono solo al buio, l’autoctono italiano esprime gli istinti opposti di eros e thanatos nella forma della ricerca del sesso e della competizione intellettuale: i gruppi si formano e dissolvono alla ricerca di nuove alchimie, si raccontano esperienze estreme (“a lei piaceva il bondage”), si mitragliano a vicenda con elenchi di pubblicazioni e riconoscimenti professionali. Finché le cose, sfumate dell’alcol, si assestano su un phasing quasi perfetto: il dialogo con la fotografia di Playboy nell’orecchio sinistro è perfettamente bilanciato nell’orecchio destro dal reggae che viene da un punto alla periferia del mio campo visivo, dove una giovane ragazza con i dreadlocks biondi balla con un nero alto in tuta dell’Adidas.

11. Quindi perché non dovrei interpretare come un segno quando, guidando verso casa alle tre del mattino, sbaglio strada e mi trovo davanti all’insegna marmorea del Cottolengo che dice, illuminata dai fari dell’auto, “DIVINA PROVVIDENZA”?

12. E poi, l’ultimo giorno prima di andare in aeroporto, decidiamo di salire: ossessionati dall’afa decidiamo di ascendere a quella dimensione parallela della torinesità che è la collina, con i suoi echi pavesiani, il suo classismo educato di circoli di tennis e aperitivi in terrazza. C’è un bar, al Colle della Maddalena, dove Emanuela e io venivamo durante i pomeriggi più caldi delle estati passate in città a prendere un caffè shakerato e a sederci sui dondoli come se fossimo al mare. Non distanti dal faro che commemora la vittoria della prima guerra mondiale ci sono antenne televisive altre cinquanta metri che, così si dice, saturano l’aria di onde elettromagnetiche.

Ora chiudo gli occhi, ascoltando il chiacchiericcio attorno a me: un remix di formule di cortesia, luoghi comuni, astrazioni burocratiche; un “prima lei, dottore” che si mescola alla “ritenuta IRPEF del 15%”, un ripetersi a vicenda che lì sopra non fa poi tanto caldo (non è vero: si muore) perché quello è il punto più alto della città. Immagino che le antenne captino questi segnali e li trasmettano a Torino che sotto di noi giace nell’afa pomeridiana: brandelli di una lingua comune, stranissima, che uno storico tra qualche secolo farebbe fatica a decifrare – ha ragione Geoff Dyer, ogni viaggio nello spazio è un viaggio nel tempo, specialmente i viaggi nelle proprie città.

“Se non smette di fare così caldo mi ammazzo”, dice Emanuela, e ha ragione, ma immerso in questo rumore di fondo che pian piano si disintegra nelle mie orecchie fino a non significare più niente su questo preciso dondolo, in questo specifico punto della città, potrei rimanerci ugualmente fino alla fine dei tempi.