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Rimanere è lottare

Una breve storia di Beirut.

 

1.

Sono a bordo di un taxi collettivo da un euro diretto dalla parte occidentale a quella orientale di Beirut, e la macchina si muove appena. Siamo fermi da quasi un’ora su un tratto di strada che in teoria basterebbero quindici minuti a percorrere. Ma anche in una città nota per l’alta congestione del traffico, il blocco di oggi è leggermente insolito.

Dentro la macchina, la radio passa un brano di Umm Kulthum mentre Wafiq, l’autista in età da pensione, si lamenta a gran voce con la donna velata seduta accanto a me sul sedile posteriore. Si lagna del traffico, scambiando di tanto in tanto battute con gli automobilisti accanto a noi, che sembrano furiosi quanto lui per la situazione. Fuori dalla macchina c’è la sagra del clacson. Strombazzare è la regola da queste parti, specie fra gli autisti di professione, che girano per le strette strade della città suonando a qualunque cosa o persona attiri la loro attenzione.

Guardo fuori dal finestrino i veicoli immobili accanto a noi mentre nella macchina soffia un venticello di metà autunno. Wafiq fa un lungo tiro dalla sigaretta e preme sul clacson con tutta la sua forza, come se fosse sufficiente questo a interrompere lo stallo, prima di continuare a blaterare di ogni argomento possibile e immaginabile. Di lì a poco la donna velata gli dà man forte. Non sono dell’umore di partecipare alla conversazione, quindi mi infilo le cuffie, azzerando di nascosto il volume nel caso improbabile che origliare loro possa rivelarsi divertente. In questa città, lagnarsi viene naturale. Ci sono un milione di cose di cui lamentarsi e si tende a non risparmiare niente e nessuno.

Dopo un po’, dalle cuffie con l’audio spento sento che Wafiq cambia stazione e mette il giornale radio. Scopriamo che il centro della città – che un tempo ne era il cuore pulsante, e durante la guerra civile rappresentava il punto di confine fra un occidente prevalentemente musulmano e l’est cristiano – è chiuso perché i membri del Parlamento sono scesi in piazza per portare solidarietà alle famiglie dei soldati libanesi rapiti da Daesh (il cosiddetto Stato Islamico). Il che ha paralizzato la città per tutto il pomeriggio. Le famiglie sono accampate in piazza Riad Solh davanti al Gran Serraglio, la sede del governo, per protestare contro la passività delle istituzioni di fronte alle loro richieste.

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Negli ultimi anni il centro di Beirut è stato teatro di numerose manifestazioni di protesta, e varie fazioni ne hanno provocato di punto in bianco la chiusura con iniziative politiche di grande visibilità. L’esempio più notevole risale forse all’inverno del 2006, quando piazza Riad Solh fu scelta come punto di raccolta dai sostenitori di Hezbollah, che vi si accamparono con bandiere, tende e fornelli nel tentativo di costringere il governo dell’epoca, appoggiato dagli Stati Uniti, alle dimissioni. Ma anche in altre circostanze meno tese e drammatiche, vari gruppi vi si sono riuniti per avanzare rivendicazioni e dare risalto alla propria causa. Gli insegnanti vi si radunano per chiedere aumenti di stipendio. Di tanto in tanto vi si trovano i dipendenti pubblici che invocano miglioramenti nel sistema di previdenza sociale. E così anche gli autisti di taxi, le famiglie che non hanno più notizie dei propri figli detenuti nelle carceri siriane, gli attivisti che vogliono la fine del sistema politico settario, le donne che chiedono protezione dalla violenza domestica, varie minoranze che lottano per l’uguaglianza sociale, gli attivisti che protestano contro l’estensione da parte del Parlamento del suo stesso mandato, i giornalisti indignati per gli attacchi politici contro la libertà di stampa. E molti altri.

Dato che l’ingorgo di oggi non accenna a smaltirsi, scendo dal taxi e proseguo verso la mia destinazione a piedi. Sono diretto verso Mar Mikhail, un quartiere a nord del centro, area che negli ultimi anni si è trasformata in un unico grande paradiso dei bevitori. Sono venuto qui per incontrare Roy Dib, artista e critico del posto il cui ultimo cortometraggio, Mondial 2010, è noto per aver vinto il Teddy Award al Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Arrivo chiaramente in enorme ritardo – come spesso accade in una città dove la puntualità non viene presa sul serio – ma stavolta posso dare la colpa al traffico con la coscienza pulita.

Io e Roy prendiamo una birra Almaza e ci sediamo fuori, ai tavolini sul marciapiede, in uno dei molti bar che punteggiano la strada. Parliamo della stasi politica del paese, della scena dell’arte contemporanea di Beirut, di Umm Kulthum e dei film dello stesso Dib. Stando alla sinossi, Mondial 2010 è “…una riflessione sui confini istituzionali nel Medio Oriente contemporaneo. Usa il cinema come strumento per infrangere una serie di barriere che vengono imposte agli individui loro malgrado. È un film di viaggio lungo una rotta su cui non è consentito viaggiare, e vede protagonisti due amanti di sesso maschile in un contesto in cui l’omosessualità è un crimine perseguibile per legge”.

Nel film una coppia gay libanese si avventura in macchina da Beirut a Ramallah, in Palestina: tragitto possibile solo entro i confini narrativi, fittizi, del film di Dib. I rapporti fra israeliani e libanesi, infatti, sono ancora regolati da una legge libanese del 1955 sul boicottaggio anti-Israele, che vieta qualunque interazione con gli israeliani perché considerati cittadini di uno «stato nemico», rendendo impossibile ai libanesi un viaggio in Israele o nei Territori Palestinesi. Alla luce di questo, è facile capire perché secondo alcuni il film del giovane regista lancia una provocazione radicale, dato che coniuga due temi tanto sensibili nel paese: Israele e gli omosessuali.

Dib non può sottoporre il suo film alla commissione censura, né può farlo proiettare nelle sale di Beirut: finora lo si è visto solo in proiezioni private o in centri culturali dove non è necessario un apposito permesso. Secondo l’articolo 534 del codice penale libanese, che vieta i rapporti sessuali che «contravvengono alle leggi di natura» e viene talvolta usato per perseguire i gay, l’artista ventinovenne rischia il carcere.

La nostra conversazione si interrompe brevemente quando vediamo passare sul marciapiede Nayla Geagea. Geagea è un’amica di Dib che lavora da dieci anni nel sistema legale libanese. Ha l’aria tranquilla ma dice che oggi è stata una giornata particolarmente difficile, o, come scoprirò in seguito, un giornata che ha dato una svolta alla sua carriera. Per vivere in un paese come il Libano, ci dice, bisogna scegliere quali battaglie vale la pena di combattere. Dopo aver esclamato questa frase se ne va, ma restiamo d’accordo che ci rivedremo presto per parlare delle sue esperienze.

Mentre io e Dib ricominciamo a parlare, mi rendo conto che è chiaramente preoccupato di come verrà accolto il suo film, ma anche, in misura non indifferente, dei problemi che potrebbe creargli. Come tanti libanesi della sua generazione, sta lottando per creare uno spazio dove far sentire la sua voce in un posto che ha un bisogno disperato di ascoltarla.

2.

Tornato sulla via principale di Mar Mikhail, mi guardo intorno e vedo gruppetti di giovani: che bevono, fumano, ridono. Oggi bevono qui. Due anni fa bevevano sulla Gemmayzeh, la strada poco fuori da Mar Mikhail che era la zona alla moda prima che la gente si spostasse nel quartiere accanto. Prima ancora, bevevano ad Hamra e Monnot; bevevano dietro le porte verdi, dentro i bunker, in macchina. Poco importa dove e quando, una cosa è chiara: questo è un paese di bevitori. Qui la gente beve come se non ci fosse un domani. Si dà ai bagordi, guida in maniera spericolata, fuma tantissimo e parla a gran voce. Il tutto dà l’idea di un popolo che non vede l’ora di evadere dalla propria realtà, un popolo che vuole farsi trasportare in un’esistenza parallela dove preoccuparsi meno, avere meno paura, combattere meno e fregarsene altamente del futuro, o anche solo del fatto che possa esserci o meno un futuro. Dà l’idea di un popolo che ha perso la speranza.

«Siamo solo ragazzini ma con più rughe», mi dice Omar Habib. «Abbiamo sempre e comunque la percezione della realtà, ma la ignoriamo. C’è un senso di malessere diffuso che spinge la gente a vivere in una bolla e fare cose sconsiderate». Habib è un consulente di marketing e un volontario del terzo settore che è tornato in Libano qualche anno fa dopo aver trascorso all’estero gran parte della sua vita. Era consapevole delle difficoltà che comporta la vita in un paese come il Libano, ma è voluto tornare a casa per riprendere contatto con le proprie radici e contribuire a cambiare la situazione in meglio. Al momento lavora con l’organizzazione no-profit MMKN su una serie di programmi che mirano a migliorare il rendimento e la motivazione degli studenti delle scuole pubbliche. Il sistema scolastico libanese è molto carente e l’obiettivo della MMKN è aiutare gli studenti più deboli a proseguire gli studi fino al livello universitario invece di abbandonarli in giovane età.

Habib sostiene di essere felice qui e di non volersene andare, il che lo rende un caso anomalo rispetto ai suoi amici e a molte delle persone con cui ho parlato mentre scrivevo questo articolo. Anche lui però avverte un desiderio di fuga tra i giovani, in particolare tra i suoi studenti all’università. «Quasi tutti vogliono lasciare il paese subito dopo la laurea. Sono confusi e depressi». E aggiunge: «Ma in fondo, un ragazzo a cui un’autobomba ha appena ammazzato il cugino non ha tutti i torti se vuole scappare dal posto in cui vive».

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3.

Restare quindi vuol dire lottare. Restare qui significa dover lottare continuamente. Si lotta per avere la corrente elettrica, l’acqua, la terra, la libertà. Si lotta contro la corruzione, l’oppressione, la diseguaglianza. Si lotta per questioni di storia, di religione, di omosessualità, di confini, di elezioni, di primati del mondo, di verginità, e per il futuro. A volte bisogna lottare anche solo per il proprio diritto a esistere. Si potrebbe dire che lottare, per i libanesi, è parte integrante della loro natura.

Dopotutto, questo piccolo paese sulle coste orientali del Mediterraneo è immerso in una lunga storia di lotte. Qui si combattevano battaglie prima ancora che il paese venisse creato. È stato ed è tuttora un campo di battaglia per forze contrapposte e un teatro in cui varie potenze straniere portano avanti le proprie dispute. È una zona in cui si sono combattute guerre e sulla quale innumerevoli civiltà hanno lasciato il segno. I cananei, i fenici, gli assiri e i babilonesi si sono tutti avvicendati su questo territorio. E così i persiani, i greci, i romani e gli ottomani. Una delle più importanti di queste battaglie in epoca moderna ha portato alla nascita della nazione, nel 1941.

Dopo la caduta dell’Impero Ottomano, la Gran Bretagna e la Francia erano ansiose di spartirsi quella che era stata la sua sfera di influenza. L’accordo Sykes-Picot – dal nome dai suoi autori, il generale inglese Mark Sykes e il diplomatico francese François Georges-Picot – definì le nuove zone di controllo nel Medio Oriente. Gli inglesi avevano fatto promesse ai sionisti intenzionati a fondare uno stato ebraico in Palestina. Nel frattempo i maroniti del monte Libano, una setta cristiana afferente alla Chiesa cattolica romana, premevano da tempo per estendere i confini della propria madrepatria. Ai territori relativamente esigui dei maroniti i francesi aggiunsero le città costiere di Tripoli, Beirut, Sidone e Tiro, che un tempo appartenevano alla provincia ottomana di Beirut. Dalla provincia ottomana di Damasco, invece, aggiunsero la fertile valle della Bekaa. E fu così che nacque il Libano.

Si potrebbe dire che lottare, per i libanesi, è parte integrante della loro natura.

Quando il paese conquistò l’indipendenza dal dominio francese, nel 1943, un accordo non scritto noto col nome di Patto Nazionale cementò il confessionalismo come sistema di governo. In base a questo sistema, il potere politico e istituzionale viene distribuito proporzionalmente fra le comunità religiose a seconda delle loro dimensioni. Da allora in poi è il confessionalismo a strutturare, di fatto, la vita politica del paese. I seggi in Parlamento e gli incarichi di governo sono divisi ugualmente fra cristiani e musulmani, e le cariche pubbliche vengono assegnate in base all’appartenenza religiosa, con le posizioni principali occupate dalle tre sette religiose più rappresentate (il presidente della Repubblica è un cristiano maronita, il presidente del Parlamento è un musulmano sciita e il Primo ministro è un musulmano sunnita). In teoria il confessionalismo doveva rappresentare solo una soluzione temporanea, ma a distanza di ottant’anni è ancora in vigore, benché rimanga ciò che era allora: un accordo non scritto.

I fautori di questo sistema sono convinti che abbia contribuito ad assicurare la coesistenza pacifica di diverse comunità etniche e religiose, assegnando a ciascuna un potere commisurato alle sue dimensioni, mentre i suoi oppositori ritengono che sia stato utilizzato come strumento per fomentare il caos. Caos inteso come strategia usata ripetutamente per destabilizzare l’intera regione. Ed è questa forma insidiosa di “caos” che si è venuta a creare spostando arbitrariamente i confini e costringendo la gente a lasciare la propria terra. Dividendo popolazioni che vivevano insieme da migliaia di anni e ostacolando la possibilità che si riuniscano. Diluendo le tracce della storia in maniera tale che le persone non abbiano un senso complessivo della propria identità e delle proprie origini. E anche rafforzando un sistema confessionale che ha solo reso più profondo il conflitto tra diversi gruppi etnici e religiosi.

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4.

Nel febbraio 2005, il Primo ministro Rafic Hariri è stato assassinato nell’esplosione di un grosso ordigno che ha fatto tremare la città e ucciso altre ventidue persone. Hariri, uomo d’affari trasformatosi in statista, era stato una figura cruciale per la politica libanese e il motore della ricostruzione della zona centrale di Beirut dopo la guerra civile. Hariri era entrato spesso in contrasto con il regime di Damasco, e la sua morte ha scatenato una serie di manifestazioni in cui si accusava il governo siriano dell’omicidio e si chiedeva il ritiro delle forze armate siriane dal Libano. Di fatto, l’intelligence siriana manteneva il controllo completo sul sistema politico libanese fin dai primi anni Novanta.

Le contestazioni, oggi note con il nome di Rivoluzione dei Cedri, sono culminate nel massiccio corteo del 14 marzo 2005, la più grande manifestazione di protesta civile di cui il Libano sia mai stato testimone. Quel giorno, più di un milione di persone hanno marciato per il centro di Beirut, invadendo la piazza dei Martiri – famosa per la statua che commemora i nazionalisti libanesi impiccati dagli ottomani durante la prima guerra mondiale – con le loro rivendicazioni di libertà, sovranità e indipendenza. È stata una giornata esaltante per molti libanesi, che stentavano a credere che diverse fazioni politiche, alcune delle quali erano state acerrime nemiche e si erano combattute a morte durante la guerra, avessero fatto fronte comune, unendosi in nome di un Libano migliore.

Purtroppo l’energia di quella giornata ha avuto vita breve. Sebbene la rivoluzione sia riuscita a espellere dal territorio nazionale 14.000 soldati siriani, il suo slancio e il suo impatto politico si sono presto indeboliti, quando i politici che si erano succeduti sul podio il 14 marzo hanno fatto a gara a sfruttare a proprio vantaggio gli esiti di quella giornata. Il che ha condotto a nuovi conflitti, che hanno solo ampliato le divisioni all’interno del paese e aumentato la tensione fra le parti politiche.

Marina Chamma, una blogger di Eye on the East, è stata una delle tante persone che hanno marciato su piazza dei Martiri e ricorda molto bene la gioia e il senso di unità di quel momento. «È stato un anno di grandi aspettative, pieno di speranza. La gente si è unita, ma col tempo è venuto fuori che tutti quelli che avevano partecipato alla manifestazione avevano aspettative differenti, così come i politici avevano obiettivi differenti. Ci siamo sentiti ingannati quando i partiti hanno cercato di distorcere i risultati della rivoluzione in base ai loro interessi personali». Quando chiedo a Chamma se crede che i libanesi siano davvero così diversi fra loro da rendere impossibile un’unità, lei risponde che esiste un comune denominatore – un filo che li lega tutti gli uni agli altri – ma che è stato sepolto sotto le affiliazioni politiche, le sette religiose e le redefinizioni geografiche della storia recente. “Il sistema politico”, aggiunge, “è stato costruito in modo tale da seppellire ancora di più questo denominatore comune, e da amplificare soltanto le differenze”.

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5.

Prima che i confini venissero ridisegnati dall’accordo Sykes-Picot, le popolazioni della regione interagivano moltissimo fra loro. Omar Habib ricorda che il suo prozio guidava un taxi fra Baghdad e Beirut ed era sposato con un’irachena, e che la sua famiglia andava ogni estate ad Haifa, in Palestina, a trovare dei parenti. “Oggi nessun libanese o siriano può mettere piede ad Haifa, ma quello che la gente non capisce è che tanti libanesi hanno ancora legami estremamente stretti con la Palestina, la Siria, la Giordania e gli altri paesi confinanti per via dei loro parenti acquisiti”, sottolinea.

Habib afferma di essere influenzato dagli scritti di Antoun Saadeh, un politico e pensatore laico che si oppose alla colonizzazione che spezzò la Grande Siria in vari sotto-stati. Secondo la filosofia di Saadeh, spiega Habib, “le culture sono il prodotto di infinite interazioni umane nel corso di un lungo periodo di tempo. Le comunità di persone interagiscono fra loro e cominciano ad assorbire la lingua, gli usi e i costumi l’una dell’altra. Quando coesistono in uno stesso territorio, condividono la cucina, la musica, l’artigianato”.

Enfatizza l’elemento di interazione umana che è fondamentale per la formazione delle culture. “Le persone si innamorano, si sposano e fanno i bambini”. Questo viene spesso considerato un principio universale, non si applica solo al Medio Oriente. Habib prosegue con un’analogia, paragonando l’identità nazionale a una zuppa: fatta di tanti ingredienti diversi lasciati fermentare insieme a lungo. “Una zuppa non si fa da un momento all’altro, come è sucesso nel caso del Libano. Un paio di politici si incontrano e voilà, ecco creata una nazione!”

Nel suo libro La casa di pietra, premiato con il Pulitzer, il giornalista libanese-americano Anthony Shadid – che ha lavorato come corrispondente dall’estero per il New York Times e il Washington Post ed è morto in Siria nel 2012 per un attacco d’asma mentre seguiva gli sviluppi della guerra – ripercorre la storia del Medio Oriente prendendo spunto dalla casa del suo bisnonno a Marjayoun, una città del Libano meridionale vicino al confine con Israele. Un tempo fiorente centro di scambi commerciali, ora Marjayoun è un villaggio di ottocento abitanti, e il numero è in costante calo. Nel corso dell’ultimo secolo, Marjayoun ha assistito alla caduta dell’Impero Ottomano, a due guerre mondiali, ai quindici anni di guerra civile libanese e, nel 2006, alla guerra di Hezbollah contro Israele, responsabile della distruzione di parte del piano superiore della casa di famiglia di Shadid.

Il libro viaggia attraverso più di un secolo di storia, analizzando il modo in cui il Medio Oriente è stato ridisegnato e l’impatto che questo ha avuto sulle popolazioni della regione, specialmente per quanto riguarda il Libano, la Siria e l’Israele di oggi. Shadid mostra come fino a un’epoca relativamente recente queste terre erano unite dalla storia, dalla tradizione, dai rapporti di clan e dal commercio. La gente condivideva non solo un territorio geografico, ma la cucina, le usanze e una storia millenaria. Ma a un certo punto i confini sono cambiati, costringendo le famiglie a trasferimenti forzati e separando comunità che vivevano insieme da migliaia di anni.

Secondo Habib, la regola principale di qualunque forza politica dominante è impedire che il popolo acquisti troppo potere, ostacolandone l’unità. È interessante che, nella sua ultima installazione video, Dib affronti questa idea in maniera particolarmente spregiudicata. Il regista usa la discussione della coppia gay sull’opportunità o meno di usare il preservativo in una relazione che dura ormai da un anno e mezzo come analogia per spiegare la sua posizione sul conflitto isreaelo-palestinese. Dib ipotizza che il muro non sia stato eretto perché gli israeliani hanno paura dei palestinesi, ma perché hanno paura che di potersi mescolare coi palestinesi e innamorarsene, fino a sposarli e farci dei bambini, mettendo a repentaglio l’identità di Israele come nazione creata solo per gli ebrei.

Per via di tutte queste storie di divisione e migrazione forzata, non c’è forse da stupirsi se Habib è convinto che gli abitanti di tutta la regione soffrano di una crisi di identità. “Il nostro problema più grande, oggi, è che ancora non sappiamo chi siamo, come nazione”, sostiene. E la situazione si è particolarmente aggravata perché, a suo dire, “abbiamo lasciato che la religione diventasse la nostra identità”.

6.

Il giorno in cui ho conosciuto per caso Nayla Geagea, era appena tornata da un convegno in memoria dei venticinque anni degli accordi di Taif, ossia il documento che ha posto le basi per la fine della guerra civile in Libano. I negoziati si sono svolti a Taif, in Arabia Saudita, e l’accordo è stato firmato nel 1989. Il convegno si proponeva di ripercorrere gli ultimi venticinque anni di storia per esaminare quali aspetti degli accordi hanno avuto esiti concreti e quali sono rimasti lettera morta.

Gli accordi prevedevano l’eliminazione del sistema confessionale, specie perché nel momento in cui sono stati firmati il paese usciva da una guerra civile che aveva messo in luce tutti gli orrori del settarismo. Il trattato propone di “abolire la rappresentazione su base settaria e affidarsi alla competenza e alla specializzazione negli impieghi pubblici, nella magistratura, nell’esercito, nei servizi di sicurezza, nelle istituzioni pubbliche e comunitarie, in accordo coi dettami dell’accordo nazionale, ad esclusione degli incarichi di più alto livello e dei loro equivalenti, che saranno divisi egualmente fra cristiani e musulmani senza destinare nessun particolare incarico a ciascuna confessione». Con generosità si potrebbe dire che il tutto è ancora un work in progress.

Geagea è specializzata in casi di diritti umani ed economici, e a volte si occupa anche di politiche pubbliche. Ci rivediamo tre settimane dopo esserci incrociati a Mar Mikhail. Mi dice che ha attraversato un momento difficile, è stata incerta se continuare o meno a fare l’avvocato. Ha messo in discussione il senso del suo lavoro, sentendosi bloccata in un circolo vizioso di battaglie perse. “Bisogna accumulare tanta esperienza, prendere tante batoste e porte in faccia, prima di arrivare veramente a capire come funzionano le cose in questo paese”, osserva. Frustrata e depressa, ha pensato di abbandonare la professione legale e provare per un po’ a lavorare come cuoca. La sua frustrazione sembra derivare non solo dal fatto che tutte le sue precedenti battaglie si sono arenate in un vicolo cieco, ma anche dalla devastante consapevolezza di quanto sia drammatica la situazione nel paese.

E allora, perché il giorno del convegno su Taif ha dato una svolta alla carriera di Geagea? A stimolarla è stata una tavola rotonda in cui un accademico svizzero raccontava il modello del confessionalismo nel suo paese. La Svizzera è composta di diversi gruppi etnici che riescono a coesistere in maniera piuttosto armoniosa. Anche se sarebbe ovviamente impossibile prendere il modello svizzero e impiantarlo tale e quale in Libano, lo studioso sosteneva che i libanesi avrebbero potuto beneficiare dell’esperienza svizzera prendendo in prestito quella che chiamava la “cultura del compromesso”, la filosofia alla base del sistema politico svizzero. Secondo questa visione, i paesi composti da diversi gruppi etnici o religiosi devono promuovere una cultura del compromesso per creare uno spazio di coesistenza per tutti, specie se esistono divisioni profonde.

In un paese complesso e complicato come il Libano non si possono vedere le questioni in bianco e nero.

Il concetto ha colpito moltissimo Geagea, che dice di essersi resa conto della propria incapacità di accettare il compromesso, e di averci riflettuto sopra. È quello, secondo lei, il motivo per cui non riusciva bene nel suo lavoro di avvocato, perché in un paese complesso e complicato come il Libano non si possono vedere le questioni in bianco e nero. Questa presa di coscienza l’ha portata a ripercorrere i suoi dieci anni di carriera, esaminando i vari progetti su cui aveva lavorato cercando di capire dov’era stato l’errore. Dopo tutta questa analisi, Geagea ha deciso di non abbandonare la sua professione, ma di cambiare il modo in cui affronta le battaglie. Riconosce che, pur non sentendosi ancora pienamente all’altezza, è più matura e più consapevole delle sfide che le pone il contesto in cui lavora – di quanto è importante, dice, “il modo di approcciare un problema, di proporre una soluzione, quando, a chi e su quali basi. E bisogna accettare il fatto che servono piccole vittorie capaci di portare un giorno a un grande trionfo, ma non si può ottenere subito un grande trionfo in una botta sola, considerando il contesto politico e legale in cui ci muoviamo”.

Geagea cita, comunque, almeno una piccola vittoria al suo attivo. Il sistema confessionale libanese non permette a un cittadino di “esistere” al di fuori di una religione, perché gli individui non affiliati a una religione non vengono riconosciuti dallo stato. Nel 2010, Geagea ha fatto parte di una squadra legale che ha avanzato una proposta di legge per far rimuovere dalla carta di identità libanese l’indicazione della confessione religiosa di appartenenza. Anche se questo non toglie alle autorità religiose il completo controllo sulle questioni di diritto familiare all’interno del paese, è stato comunque un successo importante. In particolare, forse, perché durante la guerra civile quell’indicazione sui documenti aveva fatto sì che ci fossero automobilisti massacrati ai posti di blocco sulla semplice base della loro identità religiosa.

Per ora, Geagea appare silenziosamente determinata ma cauta. “Non tutti i momenti sono ideali per cominciare una battaglia, perché rischi di perderla e di restare bruciata, tu e tutte le persone che lavorano con te”, ammette. In passato era contraria a un approccio del genere, perché l’avrebbe costretta a usare diverse manovre di aggiramento per raggiungere i suoi scopi. Ma ormai ha dovuto farsene una ragione: per combattere battaglie in un paese come il Libano, deve cercare di utilizzare più spesso quello che in un decennio di lavoro le è mancato: il compromesso.

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7.

Dopo il mio incontro con Geagea, prendo un taxi fino alla Corniche, il lungomare di Beirut. Durante il tragitto, un vigile urbano ferma casualmente l’autista e gli chiede i documenti. È solo un rapido controllo di routine per assicurarsi che il veicolo sia registrato e il conducente abbia la licenza. L’autista, però, resta indignato e comincia a sbraitare: non si capacita di come, in un paese totalmente fuori controllo, le autorità possano perdere tempo dietro a minuzie come questa. Accende la radio. Stavolta è Fairuz che canta. Dentro la macchina regna la sua voce finché non arriviamo alla Corniche.

Questo è veramente il cuore del melting pot di Beirut. Persone di qualunque tenore di vita, classe sociale, religione e provenienza etnica vengono qui a scacciare le preoccupazioni. Corrono, giocano, fumano il narghilè, bevono caffè, si lasciano andare al romanticismo, guardano il mare e si rilassano. Qui la città respira. È un posto per tutti. Qui non si fanno compromessi e non si combattono battaglie. Al contrario, per molti versi la Corniche rappresenta ciò di cui il Libano finora non è riuscito a far tesoro: la ricchezza insita nella sua eterogeneità.

 

Traduzione di Martina Testa.

Foto di Tanya Traboulsi.

Questo articolo è apparso originariamente sul terzo numero di Berlin Quarterly.