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La leggenda del GRA

La prima puntata de I misteri di Remoria: rubrica che traccia la storia alternativa di una Roma esoterica.

I romani l’hanno sempre intuito, il resto del mondo l’avrà capito dopo l’uscita di Sacro GRA: il Grande Raccordo Anulare o per l’appunto GRA non è soltanto la più importante opera di ingegneria stradale della Capitale, è prima di tutto un oggetto sacro. E da autentico oggetto sacro, esiste in un mondo che sta a mezza strada tra realtà e mito, o nel suo caso a metà tra un bollettino Ondaverde e un cospicuo, colorito diciamo pure improbabile apparato di leggende urbane.

Se cercate in giro, di leggende sul GRA ne trovate parecchie, quasi tutte tendenti al macabro: storie di motociclisti senza testa che scorrazzano tra le uscite Aurelia e Boccea, di cadaveri seppelliti nei piloni dello svincolo Tuscolana, di coccodrilli che attraversano impunemente la strada… Ma sapete che c’è? Questa è solo la superficie. Perché il GRA non è solo un totem metropolitano che per sua natura funziona come attrattore di aneddoti strani: è un mistero esso stesso. Un oggetto che sta lì mentre non avrebbe dovuto esserci. Una cosa che esiste a dispetto della logica, del buon senso, della Storia.

Il GRA, nel caso non lo sappiate, è l’autostrada che circonda ad anello la città di Roma, o per meglio dire la taglia a metà (fuori dal GRA, l’abitato continua per una decina buona di chilometri). Questo ouroboros d’asfalto a tre corsie per senso di marcia, è lungo 68km e orbita a circa 11km di distanza dal centro. È anche una delle arterie più trafficate d’Italia, percorsa giornalmente da qualcosa come 160.000 veicoli (stime del 2007).

Solo che quando il GRA fu progettato, erano i lontani anni 40: a Roma le automobili erano poche, o per meglio dire pochissime. La stessa città, tolta qualche sparuta borgata di periferia, era relativamente piccola e non si estendeva granché oltre il suo perimetro storico. Il limes inconscio restavano le antiche mura aureliane, per una circonferenza di 18km appena. Insomma, a che diavolo serviva, in quell’arcaica era pre-automobilistica, un’opera faraonica e si può dire inutile come questa?

È la stessa domanda che si pone Renato Nicolini in Tanti futuri possibili, il documentario che Gianfranco Rosi girò come studio preparatorio allo stesso Sacro GRA: “Perché l’hanno costruito, qual è la ragione?”. L’unica cosa certa, secondo il compianto architetto, è “l’assolutezza del cerchio”.

gra mappa

Una cosa cioè “di grande forza simbolica”, ma anche un implicito rimando esoterico. Dopotutto, il GRA fu progettato da un ingegnere che si chiamava… Eugenio Gra! L’acronimo del grande anello autostradale coincide insomma col nome del suo creatore: non è forse la più classica di quelle che gli esoteristi chiamano “firme magiche”?

Non sarà che il GRA, per assolvere alla sua misteriosa funzione, vada letto e interpretato in altri modi?

Nicolini lasciava intendere il potenziale occulto del GRA chiamando in causa Lewis Carroll: “Chissà cosa sarebbe successo ad Alice se avesse inseguito il Bianconiglio lungo il Grande Raccordo Anulare”. E dunque: sarà mica che il GRA è una porta che affaccia in realtà su un Mondo Altro, un piano inclinato capace di proiettare chi lo percorre di là dallo specchio? E cosa troveremmo dietro lo specchio del GRA? Semplicemente versi nonsense à la Jabberwocky, o creature provenienti non dal subconscio di un raffinato scrittore inglese dell’800, ma da quello millenario della Città cosiddetta Eterna? E se così è, come attraversare lo specchio? Non sarà che il GRA, per assolvere alla sua misteriosa funzione, vada letto e interpretato in altri modi? Magari al contrario di come comunemente siamo abituati a immaginarlo, a interpretarlo, a utilizzarlo?

Tra le tante leggende urbane sul GRA, ce n’è una che in effetti non solo si riallaccia alle realtà alternative sibillinamente evocate da Renato Nicolini, ma che arriva indietro nel tempo fino a coinvolgere lo stesso mito fondativo di Roma. Questa leggenda implica un rito che spiega sia perché il GRA è stato costruito, sia a cosa serve davvero, rispondendo quindi ai due quesiti sollevati da Nicolini e ribadendo l’interpretazione esoterica del grande anello autostradale. Abitando a Roma Est, la versione che conosco prende spunto dallo svincolo Casilina dello stesso Raccordo (nel linguaggio dell’ANAS: “Uscita Km38 del GRA”), ma non escludo che in altre zone di Roma esistano versioni differenti.

Vi dico subito che secondo tale leggenda, venire a capo dell’enigma-GRA non è semplice né sicuro: a dirla tutta ne va anzi dell’incolumità dell’aspirante iniziato, ma si sa, riti del genere sono spesso pericolosi. Quindi non fatevi venire in mente di seguirlo alla lettera, d’accordo? Le istruzioni in ogni caso sono semplici: bisogna salire sulla propria auto (è un rito moderno), imboccare l’ingresso Casilina in direzione contraria al senso di marcia e dopodiché percorrere l’intero GRA contromano. In linguaggio esoterico: percorrere il cerchio a ritroso, risalire dalla coda alla bocca dell’ouroboros, ribaltare di senso la realtà apparente delle cose.

Remo salta oltre le mura. Comic History of Rome, John Leech (1850).

Remo salta oltre le mura. Comic History of Rome, John Leech (1850).

Se l’intrepido automobilista riesce a sopravvivere a 68km di macchine che gli arrivano incontro a 130km/h, a forze dell’ordine che lo inseguono a sirene spiegate e, soprattutto, a lavori in corso mal segnalati, ecco che dopo una quarantina di minuti si ritroverà al punto di partenza. Avrà percorso l’intero GRA nel senso opposto a quello previsto dal codice stradale e, tornato alla famigerata Uscita 18, anziché sbucare nuovamente su via Casilina, si ritroverà come per incanto a… Remoria. E cioè: la Roma che non fu e che avrebbe potuto essere, il Mito fondativo nella sua variante mortifera, il negativo occulto della Città Eterna.

La leggenda di Remoria risale giustappunto alle origini di Roma, la quale come vi avranno raccontato alle elementari prende il nome dal suo fondatore, il mitico Romolo. Questi divenne il primo re della città a spese del suo fratello gemello, lo sfortunato Remo, che per primo aveva visto in cielo gli avvoltoi (gli avvoltoi!) mandati dagli Dei per decidere a quale dei due fratelli spettasse fondare la futura metropoli. Romolo, dal canto suo, di avvoltoi non me vide manco uno (almeno secondo la versione di Plutarco), ma lo stesso uccise il fratello e di fatto fondò Roma con l’inganno. La città, riportano le fonti, era di forma quadrata.

Remoria è la Roma che non fu e che avrebbe potuto essere.

Ma cosa sarebbe successo se nella lotta tra i due a spuntarla fosse stato proprio Remo? Facile: al posto di Roma avremmo avuto Remoria. Che, si suppone, avrebbe a quel punto avuto una forma circolare.

E in qualche modo Remoria esistette sul serio, se non come città come ricordo necrofilo: nell’Antica Roma, le Lemuria (da Remuria) erano appunto le cerimonie che si svolgevano per esorcizzare lo spirito dei morti e placare lo spirito di Remo. Queste cerimonie si eclissarono ovviamente col tramonto della Roma pagana, ma ecco che 2.700 anni dopo, degli oscuri stregoni camuffati da ingegneri dell’ANAS capeggiati dal magus Eugenio Gra, si inventano il GRA: un mastodontico cerchio magico che opportunamente percorso conduce diritti a quel mondo dei morti che tuttora cova sotto i sampietrini della Città Eterna.

Romolo consulta gli auguri. Comic History of Rome, John Leech (1850).

Romolo consulta gli auguri. Comic History of Rome, John Leech (1850).

Secondo Tito Livio, quando Romolo uccise Remo, scagliò una maledizione che più chiara non si può: “Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura”. Ebbene, il GRA altro non sarebbe che il tentativo di scavalcare quelle simboliche mura, e risvegliare la necropoli occulta che giace sotto (sopra? di lato?) la Roma che conosciamo. Bisogna anche dire che, pur senza ricorrere a riti magici e interpretazioni esoteriche, è piuttosto probabile che se decidete di infilare il GRA contromano, nel mondo dei morti ci finirete ben prima di averne percorso l’intero tracciato. Ah, e poi si tratta anche di un raro caso di rito magico che, tra i rischi del caso, contempla anche il ritiro della patente.

Ma se Remoria da qualche parte esiste davvero, in che modo la sua tormentata anima ha influenzato e (si può immaginare) deformato la Roma “di sopra”? Esistono altri varchi, altri piani inclinati che mettono in contatto la città dei vivi con quella dei morti? Di questo, vi parla la rubrica che state leggendo. Chiamatela pure urbanistica occulta, raccolta di leggende strane, toponomastica weird. Prendetela sul serio oppure no, intanto la prossima volta partiremo da un numero il cui significato esoterico è noto a chiunque traffichi con antichi grimori e manuali di magia pratica: il 23. E no, non si tratta di un’uscita del GRA ma di un quartiere intero; o, più che un quartiere, un’astronave calata da qualche misteriosa dimensione parallela su quel macello urbanistico che è la borgatalandia per antonomasia: ancora Roma Est.