Reggio Calabria, Arena dello Stretto
Commenti

La strada per Reggio Calabria

Viaggio a piedi tra l’Aspromonte, il Mar Ionio e le città del “non finito calabrese”.

 

Gabriele D’Annunzio ha definito il lungomare di Reggio Calabria “il chilometro più bello d’Italia”. Peccato che a Reggio Calabria, il Vate non ci sia mai stato. Ma, D’Annunzio o non D’Annunzio, questo pezzo di Reggio è bello, bello per davvero. Attraversa pezzi di storia che meritano di essere raccontati.

Nell’estate del 2011, stavo entrando in città. Mi apprestavo a consumare il tratto finale di una camminata che era durata 30 giorni, lungo strade e sentieri della mia regione d’origine: la Calabria. Il viaggio a piedi, era iniziato da un paese franato a Nord di Cosenza, Cavallerizzo, dove avevo toccato con mano l’eterna lotta tra i rimpianti delle rovine del passato e la fuga verso le new town che caratterizzano praticamente tutti i centri calabresi. E io misuravo questa distanza, sospesa tra tradizione e ipermodernità, anche col racconto del mio cammino.

La vera missione che mi aveva portato a mettermi in strada per quattro settimane calde e lunghe, era soltanto una: scrivere. Lo facevo raccontando il mio cammino in diretta, sui social network, da un telefonino con tastierina, ormai stagionato prototipo degli albori della smartfonia. Scrivevo poi in leggera differita, sulle pagine di un quotidiano regionale che ospitava il diario della mia avventura. E scrivevo con passo lento e più ragionato, come quando si cammina lungo un tratturo un po’ scosceso e si soppesano i movimenti, annotando su un taccuino. Tiravo fuori il quadernetto e consultavo appunti presi prima di partire. Oppure tiravo giù lo schema di un libro che sarebbe nato da lì a un anno, un viaggio on the road nella mia regione d’origine dopo quasi dieci anni di Roma, di culo di pietra e di lavoro di redazione.

Pentedattilo

Pentedattilo, provincia di Reggio Calabria.

Era un itinerario che parlava di tanti spazi e attraversava il tempo. Così, mi ero sempre chiesto per quale motivo a Reggio Calabria usassero l’avverbio “allora” come locuzione affermativa (esempio: “Hai bisogno di una mano?”, “Allora!”). Me lo domandavo anche quella volta, per quale motivo la parola indicata per indicare uno spazio temporale passato o futuro venisse impiegata in questo modo bislacco, per affermare con decisione. Ci pensavo, forse ridacchiando, mentre stavo alle porte meridionali di Reggio Calabria, dentro i confini immaginari della città metropolitana immaginata dal fascismo, che l’aveva ribattezzata “grande Reggio”, accorpando al capoluogo tre o quattro paeselli fino alle porte di Villa San Giovanni (e, diceva qualcuno, anche la malavita suburbana), un’idea che era poi stata rispolverata da governanti locali poi commissariati per infiltrazioni ‘ndranghetiste. Davanti a me c’era una grande pietra di marmo di Carrara: indicava il 38° parallelo, la linea che attraversa la città dello Stretto. Quella linea tocca anche Atene e Smirne, e prima di varcare l’oceano e tagliare San Francisco, spunta fino in Corea. “Eri stanco?”, mi chiederete. “Allora!”, vi risponderò.

Nei giorni precedenti, avevo costeggiato il mar Ionio lungo la statale e avevo visto le pendici dell’Aspromonte. Adesso dovevo tornare al mio amato cemento, addentrarmi tra i palazzi dentro il capoluogo, lasciandomi alle spalle le case abusive e incomplete del noto stile architettonico “non finito calabrese”, coi tondini delle colonne a trafiggere il cielo. Eccomi oltrepassare il rione dei ferrovieri e quello dello Stadio, la stazione centrale e la fiumara del Calopinace. Varcavo il perimetro di piazza Garibaldi e affondavo i passi lungo questo sentiero bianco affacciato sullo stretto. Quella tappa era un percorso ventoso e volubile come l’umore ciclotimico degli indigeni, ora ombrosi ora scanzonati. Lungo un itinerario che alterna la meraviglia del panorama al dubbio gusto degli insediamenti commerciali, ero arrivato al “chilometro più bello d’Italia”.

Il lungomare di Reggio Calabria è stato definito ‘il chilometro più bello d’Italia’.

Dalle panchine di marmo del Lungomare Falcomatà, che gli autoctoni chiamano “la Via Marina”, era possibile assistere al fenomeno della Fata Morgana, un miraggio che – a particolari condizioni di temperatura e gradazione della luce – consente di vedere da vicino le cose lontane. La Sicilia appariva ancora più vicina di quello che è, le navi parevano dietro l’angolo, cosa che aveva alimentato mitologie nefaste e paure ancestrali nei marinai. Le distanze si accorciavano. Mi accorsi che funzionava anche girandosi verso l’entroterra.

Mi avevano detto – lo diceva la mistica e la retorica del muoversi a piedi – che avrei imparato ad assaporare la lentezza, che avrei ritrovato il gusto dell’andare piano piano. Nel giro di circa 500km di camminata avevo sperimentato che le cose non stavano esattamente così. Che se il territorio lo leggi come un ipertesto, se ti ci muovi dentro e passi da un link all’altro, anche senza motori a scoppio, anche camminare può avere un ritmo frenetico. Ecco lì, a due passi, il liberty dei palazzi edificati dopo il terremoto devastante del 1908.  E doveva essere una specie di Fata Morgana che mi portava con lo sguardo a centinaia di anni prima, verso le antiche mura della città greca: fortilizi che mi ricordavano di come la città guardasse il mare come minaccia. Altro che passeggiate sul mare: ci sarebbe voluto solo il diciottesimo secolo perché questa apertura si consumasse, perché il mare entrasse davvero nel paesaggio e perché più in generale i calabresi cominciassero a percepirsi (anche) come gente di mare, a cucinare il pesce, a frequentare le coste. E altri decenni perché i lidi aprissero i battenti. Allora, cioè nel passato e anche nel futuro.

Reggio_calabria_veduta_del_lungomare_dall'alto

Reggio Calabria, veduta del lungomare dall’alto.

Qualche migliaio di chilometri più in là, lungo questo asse, il 38° parallelo aveva segnato decenni prima le sorti della Guerra di Corea, uno degli snodi cruciali della guerra fredda. Di questa guerra a bassa intensità, Reggio sentì i contraccolpi una ventina d’anni dopo: sul lungomare trovavo il busto di Ciccio Franco, agitatore pittoresco della rivolta di Reggio, personaggio dell’estrema destra locale che adesso prestava il nome a un’arena estiva. Ed eccomi catapultato, mentre i muscoli delle gambe cominciavano a pulsare, dentro la jacquerie campanilista che aveva investito Reggio Calabria nel 1970, trasformandola in un laboratorio della strategia della tensione. Ancora una volta, il vecchio contro il nuovo: vecchie clientele che saltavano a colpi di modernizzazione forzata, la ‘ndrangheta che abbandonava la diffidenza verso le destre per fare affari in nome dell’anticomunismo. Alla fine dei “moti di Reggio” si contarono sei morti e centinaia di feriti. Il ministro degli interni fece sapere che nell’estate di quell’anno si verificarono 13 attentati dinamitardi, 33 blocchi stradali, 14 blocchi ferroviari, tre blocchi portuali e aeroportuali, sei assalti alla prefettura e quattro alla questura.

Negli anni immediatamente precedenti al mio passaggio, il busto di Ciccio Franco aveva osservato con paradossale piglio mussoliniano le figurine di Lele Mora e altri piccoli personaggi del televisore passeggiare a pagamento per le notti bianche. Ecco una delle intuizioni eteree, più fantasmagoriche della Fata Morgana ma maledettamente concrete del marketing territoriale: traslocare l’anima eversiva nei camerini della televisione per rendersi appetibili alle nuove generazioni. Uno schema, quello del passaggio dalla nostalgia neofascista alle Veline e al Bagaglino, che aveva avuto un corrispettivo anche nella politica nazionale.

Reggio Calabria è il terreno prediletto per lo scontro tra vecchio e nuovo. 

Adesso c’era anche una specie di scala mobile, non esattamente un capolavoro estetico, a collegare la città alta a quella sul mare, lungo la storica via della Giudecca. Più avanti, oltre il chiosco del gelato di Cesare, dove si consumava il rito eterno del cono e della granita e da dove cominciava la passeggiata con vista Messina che proiettava sul mare le speranze e l’orizzonte quasi lacustre dei passeggiatori, mi era possibile scorgere il porto e la zona di Pentimele. Poi un’unica conurbazione, disordinata ma viva, puntellata da bar luminosi e fornitissimi di dolci locali, una pasticceria eccelsa mutuata in gran parte da quella siciliana (ancora la Fata Morgana, una delle sue magie), così sovrabbondante da far esclamare lo scrittore Fortunato Seminara: “Ahi, Reggio, città di pasticceri!”. Mi fermai ancora un attimo prima di controllare il navigatore e imbucare la via Nazionale che conduce prima al quartiere di Archi, poi a Gallico, dove il lungomare e la spiaggia erano stati smembrati da lavori in corso francamente inspiegabili, e Catona, da dove San Francesco di Paola sarebbe salpato usando il suo mantello come zattera, per andare in Sicilia senza pagare dazio. Di lì, verso Nord, ancora il fantasma, questa volta di una Grande Opera che compare a intermittenza nei programmi elettorali: quello del Ponte sullo Stretto.

Tramonto_a_Reggio_Calabria

Tramonto a Reggio Calabria.

D’Annunzio non avrà mai scritto di questi luoghi, ma altri sì. Giovanni Pascoli, ad esempio: “questo mare è pieno di luci, questo cielo è pieno di voci”, c’è scritto su una stele a ricordo dei suoi anni di docente dall’altra parte dello Stretto. Anche Salvatore Quasimodo abitò per qualche anno da queste parti, guadagnandosi da vivere come geometra del Genio Civile. Nessuno sapeva che era un poeta, ma un ragazzino con la faccia buffa e gli occhi malinconici sì. Era l’attore e maschera felliniana Leopoldo Trieste, che si alzava presto al mattino per aspettarlo di nascosto sotto casa, e poi accompagnarlo a distanza lungo la via Marina, fino al lavoro. Un giorno si mise a piovere, gli vide aprire l’ombrello. Al giovane Trieste crollò il mondo addosso: “Anche i poeti usano l’ombrello?”, e se ne tornò a casa deluso.

Quasimodo avrebbe poi vinto il Premio Nobel nel 1959: qualche anno prima, la bufala dannunziana venne definitivamente rilanciata per radio dalla voce stentorea e appassionata di Nando Martellini. È a lui che si deve la nascita e la diffusione della leggenda metropolitana. È lui il vero autore del “chilometro più bello d’Italia”. Nando Martellini era il radiocronista della tappa reggina del Giro d’Italia del 1955. Altro che Vate d’Italia.

 

Tutte le foto: fonte WikiCommons.