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Ravenna Postumana

Cosa si cela dietro i dipinti millenaristi di Dissenso Cognitivo?

 

Tra il centro di Ravenna e il mare c’è una decina di chilometri, lungo cui si sviluppa un canale che parte da Porto Corsini e si butta dentro la città, subito dietro la stazione. Negli ultimi anni l’amministrazione ha lavorato per “riqualificare” la zona Darsena, sistemando il canale nelle zone adiacenti al centro e rendendolo – di volta in volta – territorio per iniziative, mostre a cielo aperto, mercatini, muri pittati e via di questo passo. Appena dietro si apre la zona del porto, spaccata in due dal canale, che a nord confina con via Baiona. Via Baiona è una strada che collega il centro urbano di Ravenna con Porto Corsini. Dal punto di vista del paesaggio è una delle strade più incredibili che abbia mai visto.

Percorrendola verso il mare, costeggia a sinistra tutta la zona porto, con gli stabilimenti di Marcegaglia che si estendono per chilometri. Dall’altro lato della strada a un certo punto le industrie finiscono e inizia la Piallassa della Baiona. È una riserva naturale, una palude sterminata che si estende fino al ciglio della strada con dei pozzangheroni in cui non è infrequente trovare garzette, cavalieri d’Italia, e aironi cenerini. Non è nemmeno infrequente che qualcuno di questi si spinga a ravanare nel fango sotto le mura di cinta delle industrie chimiche, dove la puzza degli idrocarburi e delle plastiche bruciate è insostenibile. Sembra quasi di guardare una mutazione genetica in tempo reale.

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Dissenso Cognitivo (D C) vs. Mirabilandia.

“Il rapporto con Ravenna è conflittuale: qui non abbiamo nessuna pietà”. (D C)

Da qualche tempo a questa parte, in effetti, a Ravenna si vedono i primi postumani. Di fianco a un centro commerciale, sulla rotonda tra viale Gramsci e via Bassano del Grappa, fa capolino la testa di un animale simile a un dinosauro biomeccanico. La persona che l’ha disegnata è la stessa che ha messo mano a una serie di dipinti sparsi in ogni parte della città: postumani corazzati vagamente simili agli alieni gamberoni di District 9, che coccolano amorevolmente insetti domestici deformi o raccolgono fiori prodotti da misteriosi macchinari. In senso stretto, non ama nemmeno definirsi una persona. Si firma “D C” o “Dissenso Cognitivo” e se glielo chiedi ti dice di essere “un collettivo individuale”. A Ravenna è attivo dal 2013 (“epoca umana”, specifica); il suo terreno d’azione prediletto sono i cartelloni pubblicitari in disuso e mangiati dalla ruggine: dopo il suo intervento si animano improvvisamente di una vita futura che sul paesaggio circostante ha un effetto insolito.

“Non è facile dare una descrizione di Ravenna. Vista dagli occhi di un essere umano appare come una città vivibile, quieta e pulita; con ambizioni opulente, ricca di storia e di noia. Attraverso gli occhi del Dissenso Cognitivo invece sembra un cratere infetto in una distesa di agonia angosciante”. (D C)

Il territorio comunale di Ravenna conta circa 160mila abitanti, sparpagliati in un’area geografica che – a parte Roma – detiene il record di territorio comunale più esteso d’Italia. Nel 2012 mi sono trasferito nella prima periferia della città, e qualche settimana dopo aver preso la residenza ho ricevuto a casa una lettera, precompilata e firmata dal sindaco di allora: mi ringraziava per aver scelto di unirmi al comprensorio e mi illustrava in breve quelle che – secondo una sua ipotesi – erano le ragioni per cui avevo scelto Ravenna.

Per forma e contenuto, la lettera non dava un’impressione diversa dagli altri atti di gentilezza riservati da questa città ai forestieri: la frequento con assiduità da vent’anni senza aver mai perso la sensazione di essere visto in qualche modo come un estraneo. La città si è costruita lungo i secoli con una certa avidità, attorno alle rovine di un passato ingombrante di cui, nel bene o nel male, continua a far mostra; a parte Sant’Apollinare in Classe, che se ne sta a qualche chilometro di distanza dal centro urbano, gli altri edifici dell’era bizantina sono stati praticamente sepolti dal naturale sviluppo di una cittadina romagnola piuttosto tipica.

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I soliti fabbriconi.

Qualcosa sembrò in procinto di cambiare negli anni settanta-ottanta, quando le fortune di certe aziende del porto iniziarono a pompare denaro nelle casse della città e trasformarono i lidi in un’inconsapevole capoluogo del divertimento, favorendo una mentalità opulenta che nel corso del tempo ha ha prodotto cittadine-fantasma (la più clamorosa è Lido Adriano) che oggi boccheggiano alla meno peggio, soffocate da una crisi immobiliare che le sta trasformando in alveari a buon mercato e possibili centri pulsanti del prossimo fenomeno di gentrificazione. Qualcuno continua a sussurrare che la corsa per il primato economico di Ravenna è finita la sera in cui Raul Gardini s’è puntato una pistola alla testa, ma il popolo ravennate sembra ancora animato da una certa baldanza borghese.

Guardandola da un’altra prospettiva, Ravenna è anche una terra fantasma. È il teatro dei fumetti di Davide Reviati, uno che ha raccontato l’infanzia dentro un luogo/non-luogo come il villaggio Anic in maniera indimenticabile: la paura della chimica, le serrande che s’abbassano quando suona la sirena, le mamme che piangono, i papà che spariscono dal villaggio. Da una certa ottica non sembra esserci posto più adatto di Ravenna alla comparsa dei dipinti millenaristi di Dissenso Cognitivo. Ognuno ha la Dismaland che merita, in fondo: guardare le cose di Dissenso Cognitivo dà l’illusione che qualcuno abbia messo su una galleria d’arte contemporanea a cielo aperto in un paesino di campagna.

Ravenna continua a perdere occasioni per tentare di essere una città all’avanguardia. I luoghi espositivi decenti sono mal gestiti, hanno chiuso o non sono mai esistiti”. (D C)

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La gente osserva.

Guardandola con gli occhi di D C, a Ravenna la tua cosa devi farla da zero: trovare un tuo spazio, occupare quello di altri. Le grandi città italiane spesso hanno un rapporto conflittuale con la street art, ma almeno è un rapporto. In questa città, fino a qualche anno fa le tag le trovavi più che altro nei centri sociali. Negli ultimi anni è arrivato qualche grosso intervento di pregio: da un paio d’anni a questa parte c’è un festival chiamato Subsidenze, ad esempio. Fa capo a un’associazione di nome Indastria e a un geometra quarantenne di nome Marco Miccoli, che con un’invidiabile forza di volontà e un budget ridotto all’osso ha già portato in città un numero impressionante di artisti.

La discussione più accesa si è scatenata durante la seconda incursione del più famoso mosaicista oggi in attività: Invader, quello degli Space Invaders. Lo scorso anno, Invader ha realizzato una serie di opere in città, una delle quali (due ritratti giganti di Teodorico e Teodora) su un muro proprio di fronte alla basilica di San Vitale, appena sopra il mausoleo di Galla Placidia. Ne è venuto fuori uno scandalo legato alla deturpazione del panorama in prossimità di edifici storici: un po’ strano per una città che non si è mai posta il problema di incrociare linee ferroviarie, cavalcavia e strade di scorrimento nell’area adiacente al Mausoleo di Teodorico. Qualche giorno dopo, un anonimo benefattore/situazionista ha grattato via i dipinti dal muro e se li è portati a casa: a quel punto il dibattito si è trasformato nella polemica sull’incapacità della città di difendere le proprie opere d’arte.

Alla prima edizione di Subsidenze ha partecipato anche Dissenso Cognitivo, unico artista della città in cartellone. A lui è toccato dipingere la facciata laterale di un palazzone situato all’imbocco di viale Randi, il principale punto d’accesso via auto al centro della città. D C ha ricambiato con la figura di un umanoide, a cavallo di un tessuto d’ossa plastiche che sembrano uscire da un’incubatrice meccanica. Subito a fianco, meno visibile, un altro dipinto sulla fiancata di una fila di garage. Ma è lungo il viale, e lungo le vie adiacenti, che D C fa succedere le cose più interessanti. I pannelli per le affissioni ormai arrugginiti diventano la tela su cui Dissenso Cognitivo dipinge di volta in volta i suoi personaggi deformi. O meglio, il fondale da cui D C estrae dolorosamente qualche squarcio di un futuro possibile.

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Apprezzamenti anonimi.

La texture che trovo sulla ruggine è fondamentale, il disegno parte da lì. È un processo che può essere istantaneo o molto riflessivo, con vari bozzetti e studi di forme. I disegni sono tutti a mano libera, e posso permettermi di sbagliare solo fino a un certo punto, perché il colore rugginoso non è replicabile con la vernice. Qualche volta ci sta anche un bel freestyle a mente vuota, per esplorare nuovi segni e vandalizzare – ops, volevo dire valorizzare – gli impianti (i pannelli pubblicitari si chiamano impianti)”. (D C)

Le affissioni nelle grandi città, viste da quelli che hanno sempre abitato in provincia, sono una specie di viaggio. La cartellonistica di Bologna Milano o Roma ha molto più a che fare con il design di quanto ne abbia quella di Ravenna o Forlì. Per buona parte questo è dovuto al fatto che nelle piccole città non ci sono così tanti eventi che richiedano la fabbricazione di poster davvero appariscenti; i miei preferiti sono quelli che sponsorizzano le poche feste dell’Unità rimaste, che portano solo il nome del paese e la data dell’evento (e immancabile appendice che informa della presenza di uno “Stand Gastronomico”), in rosso acceso su sfondo giallo. Per tutto il resto si tratta dei cartelloni di concerti che si tengono fuori città, corsi di arti orientali, diete miracolose e festival teatrali con lo stesso cartello da trentacinque anni. È solo una scusa per coprire lastre ormai rugginose. A lasciarle libere, prima o poi fa capolino un postumano.

“I colori sono quelli da esterni che usano gli imbianchini, con varie aggiunte per uscire dalla tinta standard di fabbrica. Ultimamente sto provando a inserire anche qualche colore oltre al grigio e al nero, ma è una sperimentazione in corso di cui non sono ancora soddisfatto. Ogni disegno ha un limite, che è quello della velocità di esecuzione. Sono lavori non autorizzati, quindi dipinti con urgenza e apprensione”. (D C)

Dubito che ricorderemo Dissenso Cognitivo come uno dei più grandi interpreti dell’arte contemporanea, e qualunque sia il vostro concetto di arte di strada, è probabile che lui non ne sarà mai l’esponente più in vista. In effetti, nonostante il suo lavoro abbia toccato diverse città, non riesco nemmeno a pensare come sia concepibile un suo dipinto fuori dai confini di Ravenna. Man mano che passa il tempo, però, mi trovo a passeggiare per la città, visualizzare angoli decaduti e pensare che sia pronto all’arrivo di una figura dipinta da lui. Non credo di essere l’unico a pensarlo. Quando penso a D C sento il fiato dei postumani sul collo, sento che Ravenna è pronta al loro arrivo, sento che l’estinzione degli homo sapiens è sempre più vicina. Il che, considerato che  parliamo di un ragazzo che imbratta cartelloni, è un bel risultato artistico.